L’intelligenza artificiale nel volontariato è già arrivata, quasi sempre dalla porta di servizio. Un volontario usa un assistente per riordinare il verbale dell’assemblea. Un altro gli chiede di sistemare il testo per il bando della fondazione, un terzo prepara così il post per la raccolta alimentare del sabato. Nessuno ha deciso niente, e in fondo nessuno ha sbagliato. Manca però un momento in cui il gruppo si ferma e sceglie insieme.
Dalla paura alla domanda giusta
In un’intervista pubblicata da Città Nuova, don Luca Peyron, giurista e teologo, propone di rovesciare il punto di partenza. Invece di cominciare dall’elenco dei rischi, suggerisce di chiedersi prima di tutto «che bene c’è ad usare l’IA?». Ricorda anche che l’IA «è un oggetto, non una persona» e che va trattata come un alleato, non come un sostituto. Per chi guida un’associazione, un gruppo parrocchiale o un servizio di quartiere, quella domanda ha il pregio di essere concreta. Non chiede di capire come funzionano i modelli linguistici né di prendere posizione sul futuro del lavoro. Chiede di guardare un’attività precisa, le persone che coinvolge, e di valutare se lo strumento rende quell’attività migliore per loro o soltanto più veloce per noi.
Da lì nascono cinque domande più piccole, che un consiglio direttivo può discutere in una sera.
Intelligenza artificiale nel volontariato: a chi serve davvero
La prima domanda riguarda lo scopo. Un assistente che trasforma gli appunti di una riunione in un verbale leggibile libera un’ora a chi coordina, e quell’ora può tornare alle persone: una telefonata in più a una famiglia seguita, un pomeriggio allo sportello. In questo caso il bene è evidente. Diverso è il caso di un’associazione che affida a un generatore di testi tutte le comunicazioni pr i soci, fino agli auguri e ai ringraziamenti personali. Il tempo risparmiato è reale, ma chi riceve quei messaggi se ne accorge, e la voce del gruppo si fa più anonima.
La domanda utile è dunque chi trae vantaggio dallo strumento, e se quel vantaggio arriva anche a chi l’associazione esiste per servire.
Cosa non deleghiamo
Ogni associazione ha attività che sono il cuore della sua missione: l’ascolto di chi bussa allo sportello, la scelta di chi riceve un aiuto, l’accompagnamento di una persona sola. Qui conviene scrivere nero su bianco ciò che resta umano in ogni caso, prima che la comodità decida al posto nostro.
Un assistente può aiutare a preparare un modulo di accoglienza chiaro, o a tradurre un avviso per chi non parla bene l’italiano. Non dovrebbe decidere quale famiglia riceve il pacco viveri, né rispondere da solo a chi scrive in un momento di difficoltà.
La relazione è il servizio.
I dati di chi aiutiamo
Nel volontariato si raccolgono informazioni delicate quasi senza accorgersene: situazioni familiari, condizioni di salute, difficoltà economiche, recapiti di persone fragili. Chi copia quei dettagli dentro un assistente online, per farsi aiutare con una relazione o una richiesta di contributo, li consegna a un servizio esterno. E lo fa con regole di conservazione che spesso nessuno nel gruppo ha letto. La prudenza, in questo campo, coincide con il rispetto. Una regola semplice funziona meglio di molte raccomandazioni generiche: nelle richieste agli strumenti di IA non entrano nomi, indirizzi e storie personali delle persone assistite. Se serve un esempio, si usa un caso inventato o si tolgono tutti gli elementi che rendono riconoscibile qualcuno. Il Regolamento generale sulla protezione dei dati, il GDPR, resta il riferimento di fondo per qualsiasi trattamento di dati personali, anche quando a farlo è una piccola associazione di volontari.
Chi controlla e come lo diciamo
Un testo prodotto da un assistente può contenere errori, date sbagliate, riferimenti a norme che non esistono. Per questo ogni uso dell’IA ha bisogno di una persona che rilegge e risponde del risultato. Nel caso di un bando, per esempio, è chi coordina il progetto a verificare cifre, scadenze e requisiti prima dell’invio. Nel caso di un volantino, basta un secondo volontario che controlli indirizzi e orari.
C’è poi la questione della trasparenza verso chi aiutiamo. Se un’associazione usa un assistente per rispondere alle prime domande sul sito, è giusto dirlo con chiarezza e indicare come raggiungere una persona. La fiducia costruita in anni di presenza sul territorio è il patrimonio principale di un’organizzazione di volontariato, e non vale la pena metterla in gioco per qualche risposta automatica non dichiarata.
Anche il quadro europeo va in questa direzione. L’art. 4 del Regolamento (UE) 2024/1689, l’AI Act, nella versione modificata dal Regolamento (UE) 2026/1744, chiede a fornitori e deployer, cioè a chi sviluppa e a chi utilizza i sistemi, di adottare misure per sviluppare l’alfabetizzazione all’IA del personale, tenendo conto di conoscenze, esperienza e contesto d’uso. Al di là di come la norma si applichi alle singole realtà del Terzo settore, il principio è chiaro: chi usa questi strumenti deve sapere che cosa ha tra le mani.
Parole comuni e una regola di una pagina
Proprio sull’alfabetizzazione si incontrano due mondi che di solito parlano lingue diverse. Città Nuova racconta da decenni comunità, associazioni ed esperienze di economia civile, mettendo al centro la persona e il bene comune. L’Associazione Italiana Professionisti dell’Intelligenza Artificiale (AIPIA), ente no profit con sede a Roma, riunisce sviluppatori, ricercatori e consulenti che lavorano ogni giorno sull’uso professionale e consapevole di questi sistemi. Il punto di contatto è un’idea semplice: l’alfabetizzazione all’IA serve alle persone prima che alla tecnologia. Molti dubbi nei consigli direttivi nascono da parole usate in modo diverso, come bias, dati personali, sorveglianza umana. Per questo AIPIA mette a disposizione di tutti un glossario dell’intelligenza artificiale con definizioni brevi, comprese le voci su etica, rischi e regole, che un gruppo di volontari può usare come base per una discussione interna.
Da quella discussione può nascere un documento di una sola pagina, steso con le parole dell’associazione. Bastano pochi punti: per quali attività l’IA è benvenuta e per quali no, quali dati non entrano mai negli strumenti, chi rilegge i testi prima che escano, come lo si comunica a soci e persone accompagnate. Il documento va condiviso con i nuovi volontari e ripreso una volta l’anno, per esempio insieme al bilancio sociale, quando si guarda a che cosa ha funzionato.
Una pagina così non richiede consulenze né software particolari. Richiede che qualcuno, in assemblea, ponga la domanda di don Peyron a ogni singolo uso. E che il gruppo accetti anche la risposta più scomoda: in certi casi il bene sta nel continuare a fare le cose a mano, insieme.
Rafael Patron, presidente del Comitato Tecnico-Scientifico AIPIA