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Italia > Società

Migranti a Trieste, Schiavone: “Si è piegato un organo di polizia ad esigenze politiche”

di Chiara Andreola

- Fonte: Città Nuova

Il presidente di ICS commenta il divieto posto dalla questura della città Giuliana di assistere i migranti in piazza Libertà nel fine settimana, e alle limitazioni poste anche nei giorni feriali. Un tema su cui è intervenuto con decisione anche il vescovo, mons. Trevisi

Trieste Operazione di sgombero di migranti dal Porto Vecchio Trieste archivio 2024 ANSA/Micol Brusaferro

Divieto di assistenza ai migranti nei fine settimana: è con titoli su questo tono che è apparsa sui quotidiani nazionali la recente ordinanza della questura di Trieste, che ha posto alle associazioni – su tutte Linea d’Ombra e Fornelli Resistenti – che forniscono piccole cure mediche, coperte e pasti caldi ai migranti in Piazza Libertà, di fronte alla stazione, l’obbligo di operare soltanto dal lunedì al venerdì dalle 18 alle 20, con permesso da rinnovarsi ogni settimana. Un obbligo, quest’ultimo, che già sussisteva da giugno; ma con possibilità di stare in piazza ogni giorno dalle 19 alle 22.

L’ordinanza giustifica la decisione con la necessità «di prevenire ogni eventuale turbativa delle attività di socialità, intrattenimento, svago, di libera circolazione e delle iniziative economiche che interessano capillarmente questo centro cittadino»: motivazione finita sotto gli strali di tutte le realtà coinvolte, della Caritas e di altre realtà della società civile, con tanto di lancio di una petizione (che ha superato le 24.000 firme al momento in ci scriviamo) perché «l’assistenza a persone che si trovano in condizioni di estrema fragilità non può essere subordinata agli orari della movida cittadina. Fame e freddo non aspettano che i bar si svuotino per far sentire i loro morsi e la disperazione non si mette in pausa il sabato e la domenica».

Persone nella piazzetta antistante la stazione ferroviaria di Trieste Foto P. Iannaccone

Parole decise sono arrivate poi dal vescovo di Trieste, mons. Enrico Trevisi: «L’indifferenza verso chi soffre è una grave malattia che va curata – ha scritto in una nota, in cui ricorda i tanti fronti di impegno della Chiesa locale in favore dei migranti e contemporaneo dialogo con le sitituzioni -. Non ci sono farmaci che vanno bene per tutti. Noi abbiamo il Vangelo, che ci spinge non a fare discorsi, ma a chinarci su chi soffre. E a guardare tutto e tutti non da destra, non da sinistra e nemmeno dal centro. Guardare tutti e tutto un po’ dall’alto. Dall’alto della Croce. Con lo sguardo di Cristo. Non con polemica, ma con misericordia». E cita il papa: «A chi trasforma il tema dei migranti in uno scontro ideologico noi indichiamo il magistero di papa Leone XIV: “Cari migranti, prima di dirvi qualsiasi altra parola, voglio inchinarmi davanti alla vostra dignità. Non siete numeri, né fascicoli. Siete persone con una famiglia e una casa che vi siete lasciata alle spalle, con sogni che nessuno ha il diritto di disprezzare”».

Anche la consigliera regionale del Patto per l’Autonomia-Civica Fvg Giulia Massolino ha affermato in Consiglio che «siamo arrivati al punto di considerare un pasto offerto a una persona affamata un ostacolo allo svago cittadino. È difficile immaginare una rappresentazione più brutale del rovesciamento delle priorità: chi offre solidarietà diventa un problema, mentre la presenza di persone in condizioni di estrema fragilità, abbandonate dall’inadempienza delle istituzioni che ne hanno la responsabilità, viene trattata come qualcosa da allontanare, rendere invisibile, nascondere. Ma la fame e la sofferenza non si mettono in pausa durante una partita o per l’orario degli aperitivi. Questo per di più viene fatto all’inizio della stagione fredda che, ricordiamo, l’anno scorso ha visto tre persone morte di freddo in Regione».

La città si confronta da anni con la questione migratoria, costituendo una delle tappe della rotta balcanica; e il provvedimento va pertanto ad incidere su una realtà già profondamente segnata sotto il profilo sociale da una gestione travagliata del fenomeno. Ne parliamo con Gianfranco Schiavone, presidente del Consorzio italiano di solidarietà-Ufficio rifugiati onlus di Trieste.

Il caso è scoppiato a ottobre: ma, denunciano le realtà della società civile coinvolte, la stretta sui migrati e su chi li assiste è iniziata molto prima. Come siamo arrivati a questo punto?

Per capire la situazione dobbiamo partire da sei anni fa, con la vicenda dei respingimenti in Slovenia dei migranti, poi bloccati come illegali dal Tribunale di Roma. Le reazioni politiche all’epoca furono scomposte e l’attenzione dell’opinione pubblica scarsa, complice anche il fatto che questa fosse comprensibilmente diretta alle problematiche innescate dalla pandemia. Dopo un anno che potremmo definire di stallo, il 2021, si passò così nel 2022 dalla strategia del “tutti indietro” a quella del “tutti avanti”. Non nel senso che tutti venivano accolti, ma nel senso che venivano deliberatamente create le condizioni perché chi arrivava se ne andasse a causa di condizioni insostenibili: settimane o mesi invece dei tre giorni previsti dalla legge per registrare la richiesta di asilo, e il rifiuto di accogliere i richiedenti in strutture di accoglienza per assenza di posti, nonostante una sentenza della Corte Europea di agosto 2025 che ribadiva questo obbligo in capo agli Stati. Molti migranti ricevevano però solo un generico invito a presentarsi in questura dopo anche 2 o 3 mesi, senza risultare nemmeno ufficialmente richiedenti asilo e quindi titolari del diritto di accoglienza, e rimanevano così senza un tetto. Si è così arrivati ad avere, nella sola Trieste, anche 3-400 richiedenti asilo in strada, con periodici sgomberi e creazione nell’opinione pubblica dell’idea di una situazione ingestibile. Situazione peraltro aggravata, in particolare nell’inverno del 2025, dall’arrivo di migranti dalla provincia di Gorizia, dove non è presente un tessuto associativo di assistenza analogo a quello triestino. E questo è andato avanti fino a giugno 2026.

Che cosa è accaduto allora?

Con l’entrata in vigore del Patto europeo sull’immigrazione, la strategia è stata quella di applicare, in palese violazione della normativa, la procedura accelerata di frontiera – specificatamente riservata alle frontiere esterne dell’Ue o agli sbarchi dal mare, e quindi non alla frontiera italo-slovena – anche a Trieste: parliamo di una procedura che prevede un esame idealmente immediato della richiesta, e appena cinque giorni per fare ricorso contro l’eventuale rifiuto. Lo scopo era quindi quello di “eliminare” rapidamente le richieste, mirando ancora una volta al fatto che chi se la vedeva rifiutata togliesse rapidamente il disturbo – tanto che sono stati anche sospesi i trasferimenti verso altre Regioni, che per quanto non risolvano il problema hanno almeno l’effetto di alleviare la pressione sulla città. Si capisce quindi anche la strategia che nei mesi precedenti aveva visto ampliare i posti in due strutture di frontiera, Casa Malala e l’ex ostello scout, pensate per i brevi soggiorni di chi deve ricevere una risposta in tempi rapidi.

I tempi burocratici si sono quindi ridotti? E questo ha inciso sul numero di richiedenti asilo?

Colori ai quali viene applicata questa procedura vengono in effetti convocati anche nel giro di pochi giorni; ma i verbali riportano audizioni superficiali, anche di solo 20 minuti traduzione compresa, ed esiti negativi nel 90% dei casi. È quindi entrato a regime una sorta di macchinario che ingurgita richiedenti asilo e sputa irregolari, perché tale è chi si vede rifiutare la propria domanda e si trova sul nostro territorio, peraltro ancora una volta senza un tetto sulla testa. Nel mese di agosto sono partiti i ricorsi, tutti accolti in virtù dell’inappliccabilità della procedura accelerata alle frontiere interne: sono attualmente una sessantina i contenziosi pendenti. Il nodo da sciogliere rimane l’alloggio dei richiedenti asilo, perché negli ultimi anni è stato totalmente riscritto il sistema dell’accoglienza diffusa in favore di strutture centralizzate e isolate: l’assurdità è che ci sarebbero una settantina di posti liberi, mentre ci ritroviamo con circa 150 persone in strada. Quindi di fatto la situazione non è cambiata.

Persone che vengono assistite dalle realtà associative: che prospettive si aprono con le nuove limitazioni?

Rimane innanzitutto il centro diurno, gestito da una rete associativa di cui ICS fa parte, con sia operatori strutturati che volontari; e poi Spazio 11 di Caritas, definito come “sala d’attesa solidale” ed aperto in orari notturni, che però è pensato più per i transitanti che per chi si trova a rimanere in città anche mesi. C’è la mensa della Caritas, che però è a 45 minuti di cammino dalla zona interessata, non è facile da raggiungere, e comunque ha già la sua utenza. In questo senso, quindi, il pasto serale e assistenza sanitaria offerti da Linea d’Ombra e Fornelli resistenti è la continuazione del sostegno ricevuto al centro diurno. Spiace constatare che non si sia mai pervenuti all’individuazione di uno spazio diverso dalla piazza, evidentemente disagevole in particolare d’inverno e nelle giornate di bora, per l’attività di queste associazioni: l’amministrazione comunale e regionale si sono sempre dimostrate chiuse su questo fronte. E purtroppo nemmeno la Chiesa, pur direttamente impegnata nell’assistenza ai migranti, ha mai dato una risposta a questo problema.

Che cosa accadrà quindi ora?

Linea d’Ombra e Fornelli Resistenti, comprensibilmente, hanno sospeso l’attività nei fine settimana. Anche qui, però, potrebbero aprirsi risvolti legali: il Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza prevede infatti che le limitazioni alle attività sociali possano essere poste solo in via emergenziale e per circostanze precise, non su base regolare, altrimenti saremmo in uno Stato di polizia. Qui non solo sono decisamente deboli i motivi alla base delle limitazioni e il loro collegamento con l’attività delle associazioni, ma anche il fatto che il permesso ad operare debba essere rinnovato di settimana in settimana configura di fatto una stabilità del provvedimento. Bisognerà quindi vedere gli sviluppi della questione, perché non potrà essere permanente.

Accoglienza dei migranti nella piazzetta antistante la stazione ferroviaria di Trieste Foto P. Iannaccone

In passato ci sono state anche intimidazioni verso i volontari che assistono i migranti: qual è il clima in città?

Direi ordinariamente velenoso. Mi colpisce il degrado della città, che non riconosco più: è abbruttita, con un tessuto sociale più sfaldato che altrove, e ostile alla tutela delle persone fragili.

Il 2027 è anno di elezioni, a livello sia nazionale che comunale: come influisce questo?

Influisce chiaramente molto, anzi, direi che è la principale ragione dell’inasprimento dei toni. Se già dagli ultimi sei anni, come dicevo, è in atto una tenace e sistematica violazione della legge ai danni dei migranti, adesso bisogna dimostrare che si affronta il problema della piazza. Fino a piegare un organo di polizia alle esigenze politiche.

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