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Persona e famiglia > Felicemente

Quando l’infelicità diventa familiare ed è difficile lasciarla andare

di Lucia Coco

A volte preferiamo rimanere in situazioni che non ci piacciono, ma che riusciamo in qualche modo a gestire, invece di cambiare, per provare ad essere più felici

Coppia in crisi, foto di yanalya, da Freepik
Coppia in crisi, foto di yanalya, da Freepik

Molto spesso cambiare una dinamica relazionale è difficile anche quando è molto dolorosa. Alcune coppie, infatti, pur stando male, non riescono a uscire fuori da situazioni di conflitto o di distanza cristallizzate nel tempo. In questo caso forse può essere utile chiedersi non soltanto: cosa aiuterebbe il cambiamento, ma anche a cosa serve non cambiare. E qui viene in evidenza il tema che può apparire paradossale del vantaggio del non cambiamento.

Ma come – si dirà? – che vantaggio c’è a continuare a star male e a divincolarsi in dinamiche disfunzionali che si autoperpetuano? Una prima considerazione da fare potrebbe essere quella suggerita dal vantaggio dei cosiddetti giochi psicologici. I giochi psicologici sono esperienze relazionali a forte connotazione emotiva, la cui conclusione produce danni e sofferenze e mai divertimento. I giochi sono ripetitivi, ognuno si trova a giocare con i suoi preferiti moltissime volte nel corso della vita senza rendersene conto, e seguendo un copione prestabilito. Allora perché si gioca?

Qual è il vantaggio di un gioco psicologico? Uno potrebbe essere quello di ricevere attenzione (positiva o negativa poco importa). Un altro vantaggio è quello di confermare la propria posizione esistenziale, cioè ciò che io penso di me e dell’altro (per esempio: io sono ok, tu non sei ok).

Ma il vantaggio di un gioco è anche quello di strutturare il proprio tempo (qualcuno lo fa perché altrimenti si ritrova a non aver nulla da fare oppure a litigare col proprio partner). Inoltre, giocando si provano emozioni intense, ma anche si rendono gli altri prevedibili. Questo perché, quando si gioca, l’interazione in genere è sempre la stessa, non ci sono sorprese, c’è sempre qualcuno che gioca un ruolo e un interlocutore che ne gioca un altro e si sa come andrà a finire. I giochi psicologici, infatti, sono schemi relazionali fatti di sequenze ripetitive e prevedibili di comunicazione e portano, questo è un altro vantaggio, a evitare l’intimità cioè la possibilità di una relazione aperta, onesta e fiduciosa in cui si condividono liberamente sentimenti, pensieri, esperienze. In fondo può essere un gioco psicologico anche mettersi nella posizione di occuparsi degli altri. Sembra molto nobile dedicare del tempo ai problemi altrui, ma occorre vigilare su cosa sostiene quella motivazione: è un servizio o piuttosto lo si fa per distrarsi da se stessi? Anche questo gesto così altruistico potrebbe diventare una dinamica disfunzionale. Occuparsi di coppie in difficoltà potrebbe essere una manovra distraente per non occuparsi della propria coppia.

Qualcuno si chiederà: ma è un vantaggio non essere intimi se l’intimità è qualcosa di bello e autentico da vivere? Purtroppo essere intimi non è facile e quindi strutturare il tempo nei giochi psicologici potrebbe essere più semplice, anche perché parte da un meccanismo automatico che spesso sfugge alla consapevolezza del “giocatore”m e anche dei suoi interlocutori che diventano “giocatori “ a loro volta.

Sara e Giovanni da molto tempo sono in una situazione conflittuale. Sara parla spesso di questa situazione ai loro conoscenti e amici mostrando dolore e a volte “usa” l’uditorio per mostrare tutti i lati negativi di Giovanni.

L’uditorio, colpito da questo dolore, si attiva e comincia ad accogliere il dolore di Sara e a dare consigli che però Sara non ascolta mai. Anzi continua a cercare sempre nuovi interlocutori a cui chiedere. Cosa accade in questo caso?

Accade che, purtroppo, l’uditorio, pur con le migliori intenzioni, mantiene lo status quo della situazione e, continuando a dispensare consigli a Sara, in qualche modo, non permette il cambiamento.

Questo è ciò che classicamente accade in un gioco psicologico. La svalutazione di sé, di Giovanni, della loro relazione che Sara comincia a fare è l’invito ad iniziare il gioco, il cosiddetto gancio; se l’interlocutore abbocca a questa esca, agganciandosi come con un anello al gancio lanciato, inizierà una serie di messaggi comunicativi tra Sara e il suo interlocutore, prevedibili e ripetitivi, che non porteranno a nessun cambiamento sostanziale.

Sara infatti si lamenterà di Giovanni e l’interlocutore le darà qualche suggerimento confermandole la sua posizione di vittima che non sa come fare e che da tempo soffre in una situazione. Questo permetterà a Sara di non cambiare assolutamente niente. Potrebbe anche accadere che ad un certo punto il “lascia che ti aiuti” dell’interlocutore diventi un “Eh, però non ti va mai bene niente”. Ma comunque la situazione resterebbe bloccata.

Cosa invece sarebbe più efficace quando Sara comincia a lamentarsi di Giovanni? Comprendere il perché nascosto dietro la sua critica e provare a rimandare a Sara l’importanza di riprendersi il potere e la responsabilità di farsi carico lei in prima persona del suo matrimonio, senza aspettare soluzioni da fuori. Questo potrebbe voler dire innanzitutto fermarsi e guardarsi dentro e fare i conti con se stessa e con la sua storia.

Un altro aspetto da tenere in considerazione riguarda lo svantaggio del cambiamento. In questo caso Sara, se smettesse di fare la vittima, cosa perderebbe? Perderebbe un modo di ricevere attenzione, ma anche la persona che è stata così a lungo in quel dolore. Infatti, anche alcune forme di infelicità possono diventare familiari: si sa come funzionano, si sa come sopravvivere ad esse e, se si perdono, si fa fatica. È come se si perdesse un po’ la propria storia. Il proprio passato. Se per molto tempo ci si racconta attraverso una mancanza, un legame difficile da lasciare andare può dover dire fare i conti con una domanda: chi sono io senza questo dolore?

Lasciar andare è fondamentale quanto fare qualcosa di nuovo. Anzi forse è prioritario: se lascio andare posso creare spazio per qualcosa di nuovo.

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