Bibi Files è un documentario, la cui proiezione è stata assolutamente vietata in Israele. Affronta i tre casi giudiziari in cui è coinvolto il primo ministro Benjamin (Bibi) Netanyahu per frode, violazione della fiducia e corruzione. Il documentario è del 2024, ma è arrivato in Italia in 130 sale cinematografiche per una sola giornata, lo scorso 30 settembre.
Migliaia di spettatori in sale tutte gremite hanno accolto la visione dei video degli interrogatori che sono trapelati dalla polizia israeliana, mille ore di video giunti non si sa da quale fonte nelle mani del produttore Alex Gibney con le dichiarazioni di Netanyahu, della moglie Sara, del figlio Yair. E non solo. Il documentario è corredato dalle testimonianze dell’ex ministro delle finanze Yair Lapid, del giornalista investigativo Raviv Drucker, del famoso produttore americano Arnon Milchan e della sua segretaria Hadas Klein, dell’editore e giornalista Nir Hefetz, del proprietario del sito Walla Shaul Elovitch, del veterano degli ambasciatori israeliani e già primo consigliere diplomatico di Shimon Peres, Nimrod Novik…
Anche io ho visto Bibi Files in una sala dal tutto esaurito e con un’alta soglia di attenzione, data oltretutto dal fatto di dover seguire i sottotitoli in italiano che traducevano l’inglese, l’arabo e l’ebraico delle testimonianze. Ma sono rimasta comunque incollata al grande schermo osservando i momenti di evidente difficoltà del premier Netanyahu che sbatte i pugni sul tavolo incalzato dalle domande della polizia sui numerosi e costosi regali ricevuti da lui e dalla moglie, domande alle quali la maggior parte delle volte risponde con un “Non ricordo”. A quei regali, tra cui gioielli, sigari e champagne, corrispondono conseguenti scambi di favori.
Soldi e favori
Il produttore hollywoodiano Arnon Milchan, ad esempio, avrebbe ottenuto di pagare meno tasse e di tornare in possesso del visto Usa che gli era stato negato nel 2013 per motivi di sicurezza nazionale.
L’uomo d’affari Shaul Elovitch, proprietario del gruppo Eurocom, una delle principali holding israeliane, in cambio di un aiuto economico da parte di Bibi, ha permesso a tutta la famiglia Netanyahu una presenza significativa e autorevole sul suo sito Walla. Ovviamente Bibi e Sara rinnegano tutto, riducendo i regali a delle semplici dimostrazioni di amicizia e la copertura sul sito Walla a una finestra di obiettività nel mare magnum dei media di sinistra che affollano l’informazione in Israele.
In particolare la moglie Sara attacca i poliziotti durante gli interrogatori accusandoli di concentrarsi su tali superficiali questioni e non sugli attacchi terroristici. Una donna, di formazione psicologa dell’educazione, che meriterebbe un approfondimento a parte. Su di lei corrono voci che la descrivono come una sorta di deus ex machina e “burattinaia” delle decisioni politiche del marito e della scelta delle nomine in particolare. E corrono anche voci sul suo vizio, un consumo eccessivo di alcol, confermato da ex dipendenti della residenza ufficiale, secondo cui arrivava a bere anche tre bottiglie di champagne al giorno con prevedibili sbalzi d’umore.

Protesta contro la visita del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu alle Nazioni Unite a New York, USA, il 24 settembre 2026. EPA/GABRIEL PEVIDE
Le accuse di corruzione
Il 27 ottobre Israele andrà alle elezioni politiche. Il premier Netanyahu cerca la rielezione per un settimo mandato. Una eventuale condanna penale ne decreterebbe l’ineleggibilità. Ci sono tre processi nei quali è coinvolto per corruzione. Nel caso giudiziario denominato 1000 è accusato di aver ricevuto circa 700 mila shakel in regali di lusso in cambio di favori politici. Il caso 2000 riguarda presunti accordi con l’editore Arnon Mozes per danneggiare il quotidiano concorrente e ottenere una migliore copertura mediatica. Il terzo è il 4000 che, come accennato, sempre nel settore della comunicazione, riguarda uno scambio di favori con Shaul Elovitch, per procurarsi articoli celebrativi e a lui favorevoli sul suo sito Walla.
Al Parlamento europeo
Bibi files è stato proiettato il 29 settembre anche al Parlamento europeo di Bruxelles su iniziativa della delegazione del Movimento 5 Stelle in Europa, alla presenza della regista sudafricana Alexis Bloom e della giornalista d’inchiesta Giulia Innocenzi, che ha tenuto a sottolineare l’importanza di quel momento perché «laddove le istituzioni sono pavide e quindi conniventi con quello che sta succedendo in Israele, il cinema diventa politico». Non è la prima volta che la giornalista e la società di produzione e distribuzione Mescalito Film collaborano per rendere disponibili al pubblico film “sensibili”. Qualche mese fa erano riusciti nella diffusione in Italia di un altro film israeliano, The sea, per la regia di Shai Carmeli Pollak, il racconto del viaggio di un bambino palestinese di 10 anni che dal suo villaggio vuole andare a vedere il mare; pochi chilometri che diventano una pericolosa traversata per chi manca della libertà.

Benjamin Netanyahu, primo ministro israeliano e leader del partito Likud, durante la presentazione dei nuovi membri della squadra del partito in vista delle prossime elezioni, a Gerusalemme, l’8 settembre 2026. Israele terrà le elezioni per la 26ª Knesset il 27 ottobre 2026. EPA/ABIR SULTAN
I fondi di Israele ad Hamas e la censura
In tutto questo una domanda sorge legittima: perché la censura di questo documentario in uno Stato che si definisce democratico? Bibi Files si concentra sulle accuse di corruzione al premier Netanyahu e sulle testimonianze raccolte tra il 2016 e il 2018, ma va anche oltre. Va a creare un collegamento tra la forte disaffezione dell’elettorato di Bibi a causa delle riforme della giustizia che hanno limitato il potere della Corte suprema e la necessità del premier di ricompattare la popolazione, a quel punto divisa, attorno a un obiettivo comune, il più semplice: la distruzione di Hamas. Il fatto è che, secondo varie inchieste, Hamas riceveva da Israele in Qatar 35 milioni di dollari al mese. Finanziare Hamas serviva a mantenere uno stato di conflitto permanente utile perché Netanyahu rimanesse al potere come salvatore della patria. Dividi et impera. La strategia di “nutrire la bestia di Hamas” è esplosa il 7 ottobre, la guerra permette ora a Netanyahu di evitare i processi e di dare in pasto all’opinione pubblica i palestinesi come distrazione di massa e male da combattere. Per ottenere questo Netanyahu ha dovuto creare un campo largo con le destre più estreme, ed ecco spiegato l’acuirsi in questi anni delle violazioni dei diritti umani in Gaza e Cisgiordania.
Come dopo la visione di Naza, anche questa di Bibi Files lascia smarrimento e frustrazione per una situazione che vedi precipitare senza poter minimamente influire. Unica consolazione alla fine delle scene, le parole di Gili Schwartz, una giovane del kibbutz Be’eri, sopravvissuta all’attacco del 7 ottobre, che critica duramente il governo di Netanyahu accusando dolore e abbandono dopo la strage. In lei e nei giovani come lei possiamo intravedere uno spiraglio di speranza.
