Il titolo del recente documento pubblicato congiuntamente da tre dicasteri vaticani è, senza dubbio, significativo. Si tratta, come recita il sottotitolo, di una riflessione sui sei decenni trascorsi dalla pubblicazione di Nostra aetate, il più breve dei documenti del Concilio Vaticano II e, senz’altro, una delle carte che hanno introdotto una svolta fra le più significative: l’apertura al dialogo con fedeli di altre religioni con un’attenzione del tutto particolare al mondo ebraico.
Non devono sfuggire le due parole chiave del sotto titolo, che giustificano la valenza della speranza: dialogo e fratellanza interreligiosa. Pagine preziose, quindi, se si considera che Nostra aetate era stato auspicato, all’indomani della tragedia della Shoah, su suggerimento dell’ebreo francese Jules Isaac, da Giovanni XXIII ma anche sotto l’abile guida del gesuita tedesco, poi cardinale, Agostino Bea. Quello che doveva essere un documento focalizzato al rapporto fra la Chiesa cattolica e il mondo ebraico aveva, poi, finito per aprirsi, sia pure in modo assai diversificato, a tutte le religioni del mondo, riconoscendone il senso e il valore e invitando i cattolici a entrare in dialogo con i rispetti seguaci, sia pure con prudenza e la dovuta preparazione.
Il cammino di quelle poche pagine – saranno poco più di quattro nella redazione finale – coprì l’intera durata del Concilio con evoluzioni non indifferenti nella sua stesura. Segno questo della complessità e novità dell’intuizione Roncalliana, aiutata anche – e questo è un merito del recente documento che ne cita il nome – dalla sensibilità e ostinazione di Maria Vingiani, fondatrice del Segretariato Attività Ecumeniche (SAE), stretta collaboratrice di Roncalli negli anni trascorsi come patriarca a Venezia. Eppure, anche negli anni del post-concilio, Nostra aetate non ha avuto vita facile. Lo ha riconosciuto in tempi recenti Benedetto XVI che, pochi mesi prima delle sue dimissioni, davanti alla Curia Romana, affermava come Nostra aetate, Gaudium et Spes e il documento sulla libertà religiosa rappresentino una trilogia, la cui importanza si è mostrata solo nel corso dei decenni. Ancora molti stanno lavorando per capire meglio l’insieme tra unicità della Rivelazione di Dio, unicità dell’unico Dio incarnato in Cristo, e la molteplicità delle religioni.
Dunque, un dovuto benvenuto a questa carta vaticana che in tre capitoli, coronati da una introduzione e da una conclusione, riesce a mettere a fuoco questo cammino delineandone la storia, mettendo in evidenza i suoi protagonisti e, soprattutto, coloro che nella leadership della Chiesa – da Paolo VI a Leone XIV – sono stati capaci di assicurarne una realizzazione ponderata, costante, innovativa e, sempre più, incisiva. In effetti, dopo una breve introduzione sulla maturazione dell’idea di un documento che prendesse posizione chiara dopo lo sterminio cui era stato oggetto l’ebraismo mondiale – soprattutto in Europa – e sulla specificità teologica, imprescindibile per noi cristiani, del dialogo con l’ebraismo stesso, la carta passa ad una attenta, per quanto sommaria ma efficace, sintesi del ruolo dei pontefici nella messa in atto di Nostra aetate. Emergono in tal modo, le diverse sensibilità dei papi che si sono susseguiti da metà degli anni Sessanta fino ad oggi.
Ciascuno, in modo personale ma sempre chiaro e deciso, ha mostrato impegno e coraggio nel realizzare questo cammino comune con persone di altre fedi, spesso con gesti veramente profetici. Fra questi, indimenticabili e imprescindibili per il progresso dei rapporti, la Giornata di Preghiera per la Pace che Giovanni Paolo II convocò ad Assisi nel 1986 e la Dichiarazione sulla Fraternità umana per la pace mondiale di Abu Dhabi, sebbene quest’ultima non venga menzionata nel documento. Emerge da questo excursus come ogni pontificato abbia saputo leggere, in modo magistrale, i segni dei tempi non tanto e non solo in materia di rapporti interreligiosi, ma sul senso e sull’importanza che questi hanno per la pace nel mondo, per la realizzazione della giustizia sociale e la sensibilità al bene comune nel cammino, fra l’altro, che l’umanità ha da sempre intrapreso verso la Verità.
Preziosa la sezione conclusiva sui frutti e sulle sfide. Il recente documento, infatti, non vuole essere un semplice ricordo di un evento conciliare, ma una valutazione del cammino fatto, nella prospettiva del presente e del futuro, in un mondo profondamente diverso da quello degli anni Sessanta. I risultati non sono pochi. In effetti, è incredibile la rete di amicizie, di collaborazioni e azioni concrete a diversi livelli che Nostra aetate ha permesso di creare nel corso degli anni, nonostante i problemi e le difficoltà, ricordando che non sono mancati malintesi anche gravi. I ponti e le relazioni, costruiti in questi decenni, hanno contribuito, almeno in parte, ad una cultura della fraternità e del dialogo che, sebbene ancora troppo debole di fronte a quelle della discriminazione e dell’odio, ha comunque avuto un ruolo chiave nel limitare i danni, in un mondo che continua ad essere sempre sull’orlo del baratro.
Aspetto assai positivo del documento è anche la coscienza ben espressa del persistere di problematiche aperte. Non sono pochi, anche all’interno della Chiesa cattolica, coloro che dubitano o, addirittura e per motivi diversi, non credono al dialogo. In ambito ecclesiale, continua a manifestarsi la millenaria tensione fra annuncio e dialogo, dimensioni comuni della stessa missione della Chiesa, spesso purtroppo visti ancora in antitesi l’uno con l’altro.
In prospettiva futura, è necessaria una creatività sempre nuova per poter dialogare fra uomini e donne di diverse tradizioni religiose e culturali in uno scenario geopolitico sempre più caotico e polarizzato. Ma, a questo proposito, è necessaria una vera trasformazione di mentalità. È ricordato quanto papa Francesco annunciava in Thailandia: «Oggi è tempo di immaginare, con coraggio, la logica dell’incontro e del dialogo vicendevole come via, la collaborazione comune come condotta e la conoscenza reciproca come metodo». E resta, poi, il nodo della libertà religiosa aggravato dal crescere dell’antisemitismo, e dalle diverse fobie contro musulmani e cristiani.
Un’ultima duplice annotazione. Grande valore riveste il fatto che il documento sia stato concepito, redatto e pubblicato congiuntamente da tre Dicasteri vaticani: quello per la dottrina della Fede, quello per la Promozione dell’Unità dei Cristiani e, infine, quello per il Dialogo Interreligioso. Un atto non frequente e, per questo, ancora più significativo. Fa difetto, al contempo, l’assenza di un riconoscimento di quanto fatto da altre Chiese cristiane e diverse religioni nel comune cammino del dialogo. Senza dubbio, Nostra aetate, sebbene pubblicato dalla Chiesa cattolica, ha avuto, nella sua realizzazione e messa in atto, coraggiosi protagonisti provenienti sia dal mondo ebraico che da quello musulmano, senza dimenticare quanto realizzato grazie alle tradizioni indù, buddhista, sikh, giainista, baha’i e, più recentemente, anche confuciana, taoista e delle religioni tradizionali. Il cammino di speranza è, di fatto, appena iniziato.
