Le notizie di questi giorni parlano quasi tutte la stessa lingua: sicurezza. Mettere in sicurezza lo Stretto di Hormuz. Mettere in sicurezza le rotte del Mar Rosso. Mettere in sicurezza l’approvvigionamento energetico dell’Europa. L’Ucraina cerca di indebolire la capacità economica della Russia, mentre gli Stati Uniti temono che questo faccia salire ulteriormente i prezzi dei carburanti; l’Italia chiede più spazio di manovra economica per difesa ed energia; i BRICS discutono di un ordine mondiale in cui nessun Paese dipenda troppo da un altro. (Reuters, 14 settembre 2026)
Ciascuno cerca, comprensibilmente, di proteggersi. Ed è dentro questo mondo che oggi risuona una frase spiazzante: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito». Non un altro mondo: questo mondo, degli eserciti e delle raffinerie, dei confini contesi e delle economie vulnerabili. Giovanni non dice che Dio lo abbia amato perché era buono, ma mentre aveva bisogno di essere salvato.
La Croce capovolge l’idea di potenza
Di solito esaltiamo ciò che vince: la forza, il prestigio, il successo. Giovanni usa invece il linguaggio dell’innalzamento per un uomo crocifisso. Il mondo innalza chi riesce a imporsi; il Vangelo innalza chi non trasforma il proprio potere in capacità di distruggere l’altro.
Questo non significa che il Vangelo chieda agli Stati di rinunciare a sicurezza e difesa: la tradizione cristiana ha sempre riconosciuto la responsabilità politica di proteggere gli innocenti, e talvolta di difenderli con la forza. Ma la tradizione della “guerra giusta” non è un permesso in bianco: esige legittima difesa, proporzionalità, distinzione tra combattenti e civili, ultima ratio. La domanda non è se ci si possa difendere, ma con quale metro misuriamo il risultato.
Che cosa chiamiamo vittoria, se per ottenerla dobbiamo continuamente rendere qualcun altro più insicuro? E questa domanda non è un modo per evitare di scegliere: è un criterio a cui sottoporre ogni scelta — la propria non meno di quella altrui.
Hormuz: la sicurezza dell’uno, la paura dell’altro
La crisi mediorientale mostra quanto sia fragile una sicurezza costruita solo sul controllo. Lo Stretto di Hormuz resta instabile, gli Houthi aumentano la pressione attorno al Bab el-Mandeb e le infrastrutture saudite sono state colpite; il risultato non resta confinato alla regione — sale il petrolio, crescono i costi dei trasporti, torna la pressione inflazionistica mondiale. (Reuters, 14 settembre 2026)
La lezione è quasi evangelicamente elementare: nessuno si salva da solo. La sicurezza saudita dipende da ciò che accade in Yemen; l’economia europea dipende da una nave che attraversa uno Stretto lontano migliaia di chilometri; il conto pagato da una famiglia italiana dipende da decisioni prese a Teheran, Washington, Riyadh o Sana’a. Questa interdipendenza può essere vissuta come ricatto reciproco o come responsabilità reciproca: la differenza è tutta nella domanda di prima, applicata caso per caso — la sicurezza che sto costruendo, a chi la sto togliendo?
Ucraina: il dilemma morale delle conseguenze
Le cronache parlano di una richiesta americana all’Ucraina di limitare gli attacchi alle infrastrutture del diesel russo. Per Kyiv, colpire quelle infrastrutture indebolisce l’aggressore; ma la riduzione della produzione russa, insieme alla crisi del Golfo, alimenta anche la scarsità mondiale di carburante e l’aumento dei prezzi. (AP News, 14 settembre 2026)
Qui è necessaria una precisazione, perché la domanda evangelica si presta a un fraintendimento. La causa prima dell’aumento dei prezzi non è la legittima difesa ucraina: è l’aggressione russa. Chi ha iniziato la guerra e chi si difende non hanno la stessa responsabilità morale, e riconoscerlo con chiarezza non è un optional — è la premessa senza la quale qualsiasi discorso sulle conseguenze diventa relativismo.
Detto questo, la domanda proporzionale resta. La tradizione della guerra giusta lo ha sempre ammesso: ci si può, e talvolta ci si deve, difendere. Ma la stessa tradizione ha sempre posto un limite: i mezzi con cui ci si difende non possono produrre un male sproporzionato al bene che si vuole ottenere, né trasferire semplicemente il costo della guerra su chi non l’ha voluta.
È questo, e non l’equivalenza tra le parti, il criterio che la Croce introduce: posso avere una ragione giusta e tuttavia usare strumenti che colpiscono chi non ha colpa. Posso difendermi legittimamente e, nello stesso tempo, avvicinarmi alla logica da cui mi difendo, se smetto di chiedermi chi altro paga il prezzo delle mie scelte.
«Non per condannare il mondo»
Ed ecco la frase che, credo, dovrebbe orientare tutta la nostra rassegna stampa: «Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».
Gran parte del linguaggio pubblico funziona per condanna: questo Paese è il nemico, quello un regime, quelli terroristi o aggressori. Alcune di queste definizioni sono necessarie per nominare responsabilità reali — dirlo con chiarezza, come sopra, non è in discussione. Ma c’è una differenza tra giudicare un atto, o un governo, e ridurre un intero popolo al male compiuto da chi lo governa.
Dio giudica il male senza smettere di volere la salvezza di chi lo commette. Il giudizio resta, ma non è lo scopo ultimo del suo agire: «Non per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato». Per il cristiano non esiste popolo la cui distruzione possa diventare un bene, né russi, iraniani, israeliani, palestinesi, americani o ucraini la cui sofferenza smetta di contare perché appartengono alla parte che, in un dato momento, giudichiamo colpevole.
BRICS: multipolare non è ancora fraterno
Il vertice BRICS parla di multipolarità, autonomia, riforma delle istituzioni internazionali; la dichiarazione finale ha chiesto moderazione in Medio Oriente e dialogo, pur mostrando le differenze interne al gruppo. (AP News, 14 settembre 2026) È comprensibile che i Paesi emergenti chiedano più rappresentanza. Ma passare da un mondo dominato da una potenza a un mondo dominato da molte non risponde da solo alla domanda di prima, se non cambia la logica del potere: si possono moltiplicare i centri di forza senza spostare di un millimetro il criterio con cui la forza viene usata. La domanda evangelica resta la stessa, applicata a chi verrà dopo: chi userà il proprio potere perché l’altro possa vivere, e chi lo userà solo per non essere più il più debole?
Italia: quando la geopolitica entra nella spesa quotidiana
Per noi tutto questo sembra lontano finché non arriva al distributore, alla bolletta, al mutuo. Secondo le cronache, il petrolio sopra i cento dollari, i maggiori costi di trasporto, politiche monetarie più restrittive trasformano una guerra lontana in minore potere d’acquisto per una famiglia europea. (Reuters, 14 settembre 2026) Dietro “inflazione” c’è una pensionata che rivede la spesa; dietro “costo dell’energia” un’impresa che non sa se potrà tenere i dipendenti; dietro “spesa per la difesa” risorse contese tra bisogni reali. Anche qui vale la stessa domanda, solo più vicina: la sicurezza che chiediamo per noi, che margine lascia a chi ha meno di noi per assorbire il costo?
La Croce non glorifica la sofferenza
C’è un equivoco da evitare. Il cristianesimo non celebra la sofferenza in quanto tale: la Croce non dice al popolo ucraino, yemenita, israeliano, palestinese o iraniano di sopportare e tacere. Cristo non glorifica ciò che lo uccide; rivela fino a dove arriva l’amore quando incontra il male. Per questo il cristiano non può romanticizzare le guerre. Ogni guerra produce croci — ma non ogni croce è la Croce di Cristo. Questa comincia quando qualcuno, dentro la spirale del male, rifiuta di trasmetterlo semplicemente a qualcun altro.
La parola per oggi
La politica chiede continuamente: come possiamo evitare di perdere? Il Vangelo chiede: come possiamo evitare che qualcuno vada perduto? Non significa che ogni interesse sia conciliabile, né che non esistano aggressori da fermare: significa che, anche quando dobbiamo opporci al male, il nostro obiettivo ultimo non può essere l’annientamento dell’altro. La giustizia evangelica cerca di fermare il male salvando ciò che ancora può essere salvato.
Forse, allora, la frase da portare con noi non è soltanto «Dio ha tanto amato il mondo», ma la sua conclusione: «non per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato». In un tempo in cui tutti sembrano sapere chi va condannato, la Croce chiede chi sia ancora disposto a lavorare perché il mondo venga salvato — protetto senza trasformare la sicurezza in dominio, reso giusto senza trasformare la giustizia in vendetta.
La potenza più alta, per il Vangelo, non è quella che sa distruggere il nemico, ma quella capace di interrompere la catena attraverso cui il male genera altro male. E quella potenza ha la forma di una Croce.