Fino al 20 ottobre saranno sospesi i 25 mila licenziamenti dei dipendenti dell’indotto dell’ex Ilva disposti dalla Corte d’Appello di Milano nel mese di luglio che sanciva la chiusura dell’altoforno entro 90 giorni per inquinamento e danni alla salute. Una ripresa produttiva, confermano i magistrati, ripartirebbe solo dopo la rimozione di 2000 tonnellate di amianto presente nello stabilimento e l’avvio delle procedure per la riduzione dell’emissione delle polveri sottili. Ormai è provato che nella zona di Taranto sono diagnosticati casi di tumore maligno 4 volte superiore rispetto ad altri territori.
Intanto sarà interrotta l’area di produzione a caldo dell’acciaieria, mentre il ricorso presentato dai legali dell’ex Ilva di Taranto, porterà all’udienza in Cassazione di ottobre, intervallata dall’udienza del 30 settembre della Corte del capoluogo lombardo per esaminare il “congelamento” del provvedimento dello spegnimento dell’area a caldo.
Tra slittamenti, ricorsi, e istanze giudiziarie il futuro di migliaia di famiglie e del settore siderurgico resta incerto da numerosi punti di vista.
A essere discusse non sono le ragioni della decisione dei magistrati sulla chiusura, ma la legittimità della procedura se competenza da parte della magistratura civile o dei tribunali amministrativi.
Se da una parte i sindacati esprimono soddisfazione per il “salvataggio” dei dipendenti, dall’altro continuano a mobilitarsi insieme al Governo. Nonostante la fase di transizione in previsione dell’udienza hanno messo sul tavolo accordi che possano offrire garanzie ai lavoratori e portare avanti il cosiddetto decreto ex-Ilva tenendo conto che Acciaierie d’Italia si trova in amministrazione straordinaria gestita da commissari governativi sullo sfondo della trattativa con il gruppo Jindal, colosso indiano, che aveva confermato l’interesse per l’acquisizione dell’impianto, sia per l’area a freddo sia per l’area a caldo, prevedendo anche la realizzazione di un nuovo forno carbon free.
Gli accordi, avvenuti nelle ultime ore, tra il Governo e le sigle sindacali, hanno stabilito l’introduzione di una cassa integrazione in deroga per i lavoratori di tutto l’indotto, che comprende 28 aziende fino febbraio 2027, e che la ministra del Lavoro Marina Calderone, definisce «ammortizzatore unico emergenziale e non quello per la cessazione dell’impresa». Il tavolo, inoltre, ha confermato l’istituzione per decreto del distretto per l’accelerazione industriale nelle nuove tecnologie green con risorse che già ammontano a 800 milioni di euro, con possibilità di incrementi per finanziare il processo di decarbonizzazione. Nel decreto ex Ilva a cui si sta lavorando è previsto il rafforzamento del tecnopolo per la transizione di Taranto.
I sindacati, però, mantengono alta l’allerta soprattutto alla luce del Piano Straordinario Nazionale di messa in sicurezza e rilancio dell’ex-Ilva partendo dalla tutela dell’occupazione e il rilancio delle attività di produzione green. Nonostante i presupposti messi in campo dal Governo continuano a sollecitare, per evitare ulteriori disagi per i lavoratori, l’avvio cassa in deroga in tempi brevi.
Il ricorso, a seguito della decisione della Corte d’Appello di Milano, potrebbe prevedere un parziale spegnimento dell’impianto, mantenendo un regime minimo di attività, senza produzione d’acciaio, con l’obiettivo di limitare i danni irreversibili provocati dai gestori dello stabilimento, anche se tenere gli impianti accesi oggi prevede costi elevati per cui si richiedono garanzie di fondi al Governo anche in questo periodo di rinvii, attese e apprensioni.
Resta complicata la partita sulla sorte dell’ex Ilva, in una fase transitoria tra giustizia, lavoro e salute che mette in apprensione migliaia di cittadini, di famiglie.
