Un giorno a quel grande cattolico francese che fu il Montalembert fu domandato, a lui storico, in quale tempo avrebbe voluto vivere. «Ai miei tempi», rispose. Forse sarebbe difficile ottenere oggi questa risposta da milioni di uomini, sognatori di epoche passate o di miti futuri. C’è in quasi tutti un’evasione dal presente, perché non si conosce o non si vuole conoscere il proprio tempo. Paragonato a periodi storici di profonde trasformazioni e di rinnovamenti sociali, il nostro tempo ha questo di caratteristico: che assomma i segni di più crisi storiche, quasi termine di un ciclo millenario e inizio di una era nuova. A ben guardare, tra i vari aspetti della crisi odierna non ve n’è uno che non abbia riscontro nel passato; è come se oggi tutti i motivi dei tempi trascorsi si smorzassero, simili ad onde nate numerose dal riflusso del mare e tutte infrangentisi contro uno scoglio invalicabile. Lo scoglio è la: questo nostro tempo. Dio l’ha segnato per la sua opera di domani. Da questo scoglio prenderà avvio una nuova convivenza.
Prima di tante crisi, si dice, vi è la crisi. È una crisi di gestazione. Una mamma, prima che la creatura nasca, non sa quali siano i lineamenti, la forma, il colore dei capelli, non ne può prevedere l’intelligenza e la perfezione fisica. La gestazione dura mesi, durante i quali la creatura si forma, cresce, sviluppa tutti i suoi organi. Viene alla luce solo quando può affrontare la luce. Così è del mondo d’oggi: maturano nei sotterranei del suo essere trasformazioni profonde, rivelate alla superficie da urti violenti, da guizzi geniali di scoperte e di applicazioni, da insofferenze di popoli. Tutto quello che è stato raccolto fino ad oggi sembra si stia impastando per fare il mondo di domani.
Il nostro tempo: scoglio per l’edificazione di un edificio nuovo; gestazione di una creatura nuova. Come non amarlo? Come non viverne tutti gli attimi religiosi, sociali, politici, economici, scientifici, tecnici, quando sappiamo che di questi attimi si compone la vita di milioni di creature umane?
L’attimo tecnico ha portato il progresso nelle piaghe più incivili dell’Africa e dell’Asia: quelle popolazioni premono al consesso dei popoli, si levano dal secolare colonialismo, sanno governarsi da sé, avere un destino proprio. Questa Europa civile non è ormai che un punto del globo e la sua vita dipende dalla sua generosità di donazione e dalla sua comprensione degli altri continenti.
L’aereo a reazione, che in poche ore fa il giro del mondo, è l’espressione del contatto nuovo tra le razze più diverse, che oggi ha sostituito le infauste dottrine della separazione razziale.
Le possibilità di produzione dei beni e dei servizi si sono moltiplicate all’infinito, aiutate dall’automazione e dalle nuove fonti di energia. Le barriere doganali, commerciali, industriali, sgretolano sotto gli assalti di uno scambio inarrestabile. Condizioni indegne di esseri umani sono fustigate dalla coscienza dei più; al di là di ogni ideologia o convenienza politica e per una elevazione dei popoli si stringono alleanze prima inconcepibili; gli Stati abdicano ad una parte della loro sovranità nazionale, urgendo la ricerca di una autorità sopranazionale che regga i popoli, per equilibrare con il diritto gli urti, prima risolti con la guerra.
Si affronta lo spazio celeste: piccoli bolidi, manufatti dall’uomo, disegnano nello spazio orbite simili a quelle impresse dal Creatore agli astri e alle stelle.
Anche esseri vivi sono su quei bolidi: molte leggi fisiche, credute valide, stanno per crollare, aprendosi possibilità a cui pur pochi anni addietro non si poteva pensare seriamente. L’energia nucleare soppianta la forza dei fiumi, dei mari, delle acque nate sulle inviolate cime dei ghiacciai.
Un gigante questa umanità nostra, che ha carpito il segreto dell’atomo e dalle basi del microcosmo con le sue braccia tentacolari si arrischia a violare i segreti del cielo.
No, nessun periodo storico è paragonabile al nostro; e nessun periodo storico può essere amato come il nostro in tutti i suoi cambiamenti e in tutti i suoi attimi che si succedono in ogni campo.
Tutti questi attimi hanno una caratteristica comune: l‘insofferenza del limitato, del chiuso, il timbro dell’universale, che è quanto dire tutto l’opposto delle strutture chiuse, anguste, nazionalistiche, protezionistiche, che abbiamo ereditato dai secoli scorsi.
La gestazione dell’umanità di domani ha dimensioni universali. L’anima dell’umanità di domani non potrà non essere universale. Per questo, onde esser all’altezza dei tempi, nell’era spaziale, l’umanità avrà urgenza di essere animata dallo spirito cattolico che è appunto universale. E si dovranno elaborare quindi forme politiche, sociali, economiche, relazioni di convivenze nuove che abbiano radice, fondamento e luce dal Vangelo, legge eterna per ogni uomo ed ogni popolo.
Con questa previsione del mondo nuovo che si profila, chi lavora oggi per l’umanità collabora alla «consecratio mundi» di cui il papa ha parlato. Perché, specie per il tempo nostro, o l’atomica che è la distruzione del mondo, o l’amore che è la divinizzazione di esso.
Ma noi crediamo e sappiamo che lo spirito di Dio è tempestivo nelle sue più varie ispirazioni, e che anche oggi attraverso la Chiesa l’umanità sarà saziata nella parte più alta del suo spirito con qualcosa di divino che è in assoluta armonia alle più alte e preziose folgorazioni del genio che impronta il nostro tempo.
Spartaco Lucarini

Sono gli anni del dopoguerra avanzato che preludono ai cosiddetti anni del boom economico; il progresso economico e tecnologico fa intravvedere un’epoca di inedite novità. Su Città Nuova, Anno II – N. 17 – 5 Settembre 1958, un editoriale di Spartaco Lucarini, direttore responsabile della rivista, riflette con molto ottimismo e grande speranza sulle grandi novità di allora