Se la vita fosse una strada dritta, lineare, facile da percorrere, senza alcun ostacolo, senza imprevisti e problemi, forse non riusciremmo a conoscerci realmente nella nostra interezza, a tirar fuori il meglio di noi, a comprendere gli altri e ad essere da loro compresi per ciò che siamo davvero. A chi non è mai capitato di sentirsi come una canna al vento, un vento che soffia improvvisamente spazzando via certezze e sicurezze? A me è accaduto più volte di immaginarmi come una zattera su un mare agitato senza remi né vele né appigli di alcun genere.
Qualche volta può succedere che ci si senta persi, che affiori un’ansia mai provata, tale da togliere quasi il respiro… Occorre avere coraggio in questi momenti che sembrano non passare mai, anche se, come diceva don Abbondio, il celebre curato de I Promessi Sposi: «Uno il coraggio non se lo può dare». Eppure, dopo tante prove, ho imparato che c’è sempre un’alba che nasce dalla notte: qualcuno la prepara con pazienza mentre noi ancora non la vediamo.
E allora da qualche parte giunge inaspettatamente l’aiuto di qualcuno che ci cerca e ci raggiunge senza sapere ciò che stiamo vivendo, pronto a farci arrivare attraverso un messaggio, una telefonata, una preghiera recitata mentre si trovava in un santuario o in un eremo, attraverso la condivisione di una notizia gioiosa o di un articolo bello, la sua vicinanza e il suo affetto.
A me è successo e succede talvolta di arrivare nell’istante giusto per condividere una pena o una preoccupazione, ma ancora di più sono stata e vengo raggiunta e sollevata da amici e conoscenti che non sapevano del buio in cui annaspavo… Ad un certo punto si comprende che nessuna nave compie il viaggio da sola: essa ha bisogno delle stelle, del vento, del mare, di qualcuno che le dia le indicazioni giuste per arrivare in porto, a destinazione!
Mi ha sorpreso scoprire che la parola psiche significa in greco anima, ma anche farfalla. Nasciamo con un bruco di anima e mentre viviamo, lavoriamo per dare a questo bruco ali, volo e colori bellissimi, sempre però grazie all’aiuto degli altri, aiuto che arriva da vie impensate e in modi diversi. Siamo tutti collegati e accomunati dallo stesso destino.
Che belli diventiamo quando all’improvviso arriviamo a curare ciò che non abbiamo ferito, a consolare il pianto che non siamo stati noi a procurare! Diventiamo così reciprocamente degli acchiappadolori. Ritengo che la società dovrebbe essere idealmente quel posto dove ci si prende cura gli uni degli altri. C’è da dire che ciascuno ha il suo modo di affrontare il dolore. Quando io soffro molto non riesco né a pregare né ad ascoltare musica. Preferisco immergermi nella lettura di un buon libro o di Città Nuova e così traggo da quelle pagine la linfa che, a poco a poco, mi entra dentro e mi aiuta.
Apro la rivista di settembre. A pag. 3 Giulio Meazzini in Mamme ci ringrazia tutte non perché siamo supereroine, ma perché continuiamo a generare speranza… Ecco, anche se adesso sto vivendo una prova, posso forse farcela a generare speranza intorno a me! E allora ci provo…
Leggo poi a pag. 28 la storia di Valeria che racconta di come sta imparando ad “abitare” la maternità con tutte le sue sfide: rapporti e orari cambiati, ritmi frenetici, poco tempo per se stessa. Cita una frase di Calvino che parla del nostro stare al mondo tra le difficoltà: «Cercare e saper riconoscere chi e cosa in mezzo all’inferno, non è inferno: farlo durare e dargli spazio». Questa frase mi aiuta a cercare il positivo, presente in ogni situazione, anche la più critica ed ingarbugliata, e a dargli spazio.
A pag. 40 mi colpisce Daniela Notarfonso quando scrive che nel centro in cui lavora con altri specialisti, i genitori portano i propri figli da aggiustare, che è poi il titolo del suo articolo. Penso che siamo noi da aggiustare e me lo conferma la frase che Daniela riporta: «Ciascuno cresce solo se sognato, se ascoltato, compreso». Io aggiungo anche accettato così com’è.
A pag. 29 Michele Genisio parla dei desideri che hanno mosso la sua vita, soprattutto quello di essere padre per mettere le mani in pasta nella vita. Lo ha realizzato e ha avuto quattro figli. Nello stare con loro ha fatto molti sbagli, ma ha compreso che ogni figlio contiene già in sé il seme dell’albero che diventerà. Sta ai genitori fornire l’humus in cui quel seme può germogliare. Mi fa pensare che posso rendere il mio patire humus, linfa vitale per chi ho vicino.
Nello stesso articolo trovo un concetto di tempo, aion in greco, quello illimitato, infinito, forza vitale che profuma di eternità, non quello misurato dagli orologi, detto cronos. Il concetto di aion è straordinariamente attuale perché rappresenta l’eterno presente, il desiderio di staccarsi dal caos, di rallentare il ritmo di vita per dedicarsi gli uni agli altri. Essere acchiappadolori è un gesto di vicinanza che costruisce la fraternità e ci fa abitare nell’eternità già da adesso se lo vogliamo. Mi sorge spontanea una domanda: «Si può considerare anche Città Nuova un’acchiappadolori?»
Annamaria Carobella
