Il cielo settembrino, tappezzato qua e là da cirri vaganti, lascia intravvedere un azzurro delicato. La luce radente del sole al tramonto proietta le ombre lunghe dei tigli sui prati, dove, fra un gioioso tintinnio di rustiche campanelle, sta pascolando una mandria di mucche. Più in là corrono lunghi filari di viti cariche di grappoli maturi fra le foglie che già arrossano. All’imbrunire il trillare dei grilli e i voli delle lucciole t’infondono la sensazione che l’estate è finita. Allo svegliarti al mattino non senti più il profumo del gelsomino, sulla finestra, che penetra delicato nella tua camera; né il rosaio del giardino è più carico di boccioli. La rugiada è assai abbondante, e tu la vedi scherzare con i raggi del sole, che si alza imbacuccato di vapori.
Il ragno che ogni mattina rammendava solerte la sua tela, tesa dalla pianta di rose al vaso di peonie e al cespuglio di ortensie, è più sonnolento anche lui. La sua ragnatela, coperta di rugiada, rifrange, in forma geometrica, l’iridescenza della luce solare. Il ragno è rannicchiato al centro e, contro luce, lo diresti un bottone oscuro. È povero, dotato di quattro filiere minuscole, di dove trae il filo per tessere la sua ragnatela, che gli procurerà il nutrimento, se la caccia sarà fortunata.
Tante volte l’avevo ammirato nei suoi differenti lavori. Rammendava la tela, rimettendola a nuovo ogni mattina quando il vento gliel’aveva distrutta, lo vedevo calarsi per un filo dalla pianta di rose e dondolarsi fino a raggiungere un ramoscello d’ortensia. Di là tendeva a grandi annaspate il filo, lo rinforzava e annodava, e poi frettolosamente vi si dirigeva al centro e di là si calava con coraggio fino alla pianta di peonie. Ridistesi così i tiranti principali della sua rete, dal centro tendeva altri raggi e poi, con rapidità straordinaria girava a spirale più o meno fitta a seconda del vento intrecciando tutta la tela. A lavoro finito si riaccovacciava nel punto di mezzo, in agguato.
Nei giorni di maggior vento si ritirava sotto una foglia di rose a rinforzare i fili maestri. Non era l’unico ragno che seguivo con interesse: ne avevo uno piccolino, grigio e barbuto, che stava in caccia sul davanzale della mia finestra e che, spiccando salti tempestivi, afferrava le mosche che si posavano a prendere il sole. Alle volte però scompariva; ad un un certo momento in autunno non lo vedevo più. Questi non tesseva la ragnatela.
Anche quello del giardino in autunno se ne andava, e lo rivedevo soltanto alla primavera successiva.
Fu appunto in un tardo pomeriggio di fine settembre che, guardando il cielo limpido, vidi passare degli strani fili d’argento che riflettevano la luce del sole. Non seppi sulle prime rendermi conto di quella danza fantasmagorica; ma un giorno assistetti, dietro un filare di viti, ad una scena curiosa. Uno di quei fili d’argento mi passò vicino. Lo seguii con particolare interesse, partiva dalla cima di un lungo tralcio carico di grappoli dorati e garriva allegro alla brezza autunnale. Dopo di quello ne vidi allungarsi un altro, con un ciuffetto bianco all’estremità; e poi un terzo.
Ad un tratto si staccò dal tralcio, alla confluenza dei tre fili che reggeva come briglie, un ragno audace quanto un aeronauta, che con maestria moderava con le zampe la andatura dei tre fili e, portato dal vento, si librava coraggiosamente in aria, raggiungendo presto un’altezza e una velocità considerevoli. Il fatto meraviglioso mi parve subito chiaro: era un ragno che, manovrando le sue tre bave filiformi, emigrava, come gli altri ragni, lasciandosi portare dalle correnti di aria verso lontani lidi, dal clima più mite e temperato.
Abbandonati così ai venti alisei, essi attraversano, lasciandole alle spalle, le regioni in cui l’inverno incipiente соstringe la vita ad una stasi catalettica. Sempre al comando delle loro bave, moderandone ora la lunghezza ora la posizione, affrontano le peripezie di una lunga e avventurosa traversata, mentre incombe su di loro la minaccia continua di cadere preda di qualche uсcello cacciatore che, conoscendo le loro abitudini, li attende al passaggio. E valicano monti e mari, regioni note e sconosciute, non curanti di tutto ciò che passa sotto il loro sguardo, unicamente preoccupati di dirigersi con maestria verso la meta desiderata.
E navigano giorno e notte, instancabili aeronauti, sorvolando le grandi città. Da duemila metri d’altezza la splendida illuminazione notturna delle metropoli appare a questi nostri emigratori come un modesto braciere freddo, incapace di attirare le loro esigenze di vita e di calore.
Tanto dispendio di energia non arriva fino alla categoria di questi piccoli esseri, ma il Padre comune ha pensato anche ad essi in un modo più naturale e armonioso. Senza provviste e senza risorse, viaggiano sicuri di trovare tutto ciò che loro abbisogna: non occorre trasportarsi il necessario da un paese all’altro. Infatti, in tutto il raggio dove si svolge la loro esistenza, là si estende il loro paese, poiché le leggi della vita impresse da Dio nella Creazione vanno al di là dei limiti d’una codificazione umana.
Attraversando il mare, dai nostri paesi si spostano fino alle zone del sub-tropico dell’emisfero nord e qualcuno, portato dalle correnti ad altezze considerevoli, riesce addirittura a raggiungere le regioni temperate dell’emisfero sud. L’aumentare del tepore dell’aria li avverte che si avvicinano alla meta.
E allora, la loro navigazione diventa più cauta perché si profilano nuove insidie e nuovi pericoli per la loro vita: la lunga traversata e il lungo digiuno hanno estenuato assai le loro forze ed ora si abbandonano stanchi ad una lenta discesa, raccorciando gradatamente i loro fili. È il momento più pericoloso perché le rondini gaie e le centinaia e centinaia di uccelli che volteggiano in quelle contrade, attirati dal luccichio argenteo dei fili sottili, intuiscono subito la presenza d’una facile preda. La mandibole avvelenate dei ragni sono impotenti contro questo pericolo. Perciò si deve giocare di vigilanza e di astuzia.
Ora il viaggio è finito; per alcuni bene, per alcuni male. E subito i ragni superstiti ricominciano la loro attività sospesa solo dalla lunga traversata. E la loro vita ridiventa normale anche laggiù dove sono sempre a casa loro, nel loro ambiente.
Finché a primavera altri venti li riportano quassù.
In primavera anche il ragno del mio giardino è ritornato a tessere la sua tela con solerte perizia, al solito posto, perché conosceva il luogo abituale. Le rondini erano già tornate d’oltremare.
Così le vie del cielo, popolate da migliaia di piccoli e grandi aeronauti, continuano ad essere percorse sistematicamente con il ritmo sinfonico ed armonioso della vita che testimonia, per chi prende coscienza di ciò, la grandezza e la sapienza di Dio, che fece tutte queste cose.
Giuseppe Andrea Balbo
