La mobilità estrema cui ormai siamo abituati, favorita dal progresso delle comunicazioni, sia dei trasporti che delle informazioni, ci porta di continuo − almeno per chi ha uno spirito nomade, meno per chi invece è in qualche modo stanziale −, a scoprire nuovi luoghi e popoli, situazioni prima sconosciute. Lo sguardo più facile che portiamo sul diverso-da-noi è proprio quello dello scarto che esiste tra quello che si conosce e, al contrario, quello che è ignoto, e che di per sé può dunque incutere dubbio, se non timore. Chi viaggia per lavoro, ma anche chi lo fa per una missione particolare, e persino chi lo fa per diletto – fauna umana sempre più numerosa – possiede ormai tutta una serie di strumenti intellettuali per favorire una tale conoscenza: la curiosità, innanzitutto, la sete di conoscenza, le informazioni che coglie intorno a sé in un dato popolo e un dato luogo, e così via.
Ma, oltre a questo, conta soprattutto l’atteggiamento di fondo che anima colui che supera le sue piccole o grandi “Colonne d’Ercole”. C’è la convinzione che ogni popolo ha la sua dignità che non va mai denigrata? C’è l’idea che l’altro − sulla scia di Martin Buber o di Emmanuel Lévinas − sia costitutivo della mia stessa identità? Si coltiva nel proprio cuore la volontà di non credere che la prima impressione sia quella che deve guidare il giudizio, ma si sa riflettere e “mettere le cose in prospettiva”, come diceva il cantautore Francesco Guccini?
Recentemente, mi è capitato nel giro di pochi giorni di capitare in tre luoghi e di conoscere tre popoli con la loro cultura particolare totalmente sconosciuti al sottoscritto: Palau, Guam e Micronesia, isole nel cuore del Pacifico sopra l’equatore. In tutti e tre i casi ho dovuto fermarmi qualche tempo per mettere a fuoco quel che vedevo ed evitare giudizi affrettati. Nei tre casi sono state occasioni legate al viaggio intrapreso che mi hanno impedito di soccombere ai miei pregiudizi, evitando di farli maturare in giudizi sommari, o persino ancor più in giudizi definitivi.

Un’immagine aerea di Palau, foto di Michele Zanzucchi
A Palau sono arrivato con l’idea di un paradiso naturalistico in mano e una minoranza danarosa. La bellezza stucchevole dei luoghi è fuori discussione, così come l’esistenza di un certo numero di affaristi che ha fatto e fa fortuna con il turismo; in una gita in barca, ho potuto conoscere per qualche ora tre abitanti locali: il pilota del battello, un cinquantenne in carne e gioviale; una giovane donna incaricata di intrattenere gli ospiti e di “stuzzicare” gli squali; un ventenne zazzeruto addetto alle questioni tecniche. Tre persone appena benestanti, cioè con i soldi per vitto e alloggiare, tutti e tre membri di famiglie numerose, senza grandi progetti nella vita. Con loro ho intuito l’allegria del popolo, la sua generosità, la sete di giustizia sociale, il desiderio di contribuire alla crescita della comunità. Edificante.
A Guam, territorio Usa, una delle più potenti basi militari al mondo − da qui gli Usa controllano Cina, Corea del nord e Russia asiatica −, già all’atterraggio mi veniva da giudicare la way of life a stelle e strisce, arrogante e sprecona. Ho preso un taxi per visitare in qualche ora l’isola, guidato da una donna filippina, sposata a uno statunitense. Mi ha spiegato più lei di Guam in poche decine di minuti di tutto quello che sapevo o avevo letto, evidenziando quanto di buono gli Stati Uniti fanno qui nella regione, dalle comunicazioni ai trasporti, dal far giungere alle isolette più remote i beni essenziali alla nuova attenzione che da qualche anno da Guam si pone sull’aspetto ecologico del Pacifico, almeno fino alla presidenza Biden.
Infine, la Micronesia di Chuuk. Povertà estrema, trascuratezza delle costruzioni, auto che marciscono sui bordi della strada, scarsità di negozi per le cose essenziali… Insomma, un quasi-inferno, per giunta con strade in cui raggiungere i dieci chilometri orari vuol dire viaggiare a una velocità folle. Capito a un matrimonio, tutto il villaggio è partecipe, da lontano sono venuti su camioncini scoperti, in 30, 40 persone. Si mangia, si balla, si beve, si conversa. Mi sento accolto con tutti i riguardi e gli onori, cosa che non avverrebbe mai da noi.
C’è una nuova beatitudine per il XXI secolo: beati coloro che non cedono ai pregiudizi perché avranno la giusta conoscenza.
