Una massa scura scendeva dalla montagna trascinando fango, alberi, strade, case. Non ricordo quale immagine sia apparsa subito dopo. Ricordo il Nepal, non il momento in cui ho smesso di guardare. Non riuscivo a crederci: sgomento e incredulità davanti a una tragedia indescrivibile. Cosa pensare?
Stavo leggendo Refusing to Look Away, un saggio di Anahid Nersessian apparso sulla The New York Review of books (20 agosto 2026), sulla recente raccolta poetica Killing Spree di Jorie Graham, che riprende due domande della poetessa: «What have I done?» e, ancora più importante, «Who will I become?» (Che cosa ho fatto? Chi diventerò?). Quelle parole hanno dato forma a un pensiero che le immagini del Nepal avevano già acceso in me: dopo aver visto la sofferenza di qualcuno, la domanda non riguarda soltanto ciò che è accaduto, ma anche ciò che quella visione farà di noi.
Qui si apre un problema che non basta dichiarare per sentirsene assolti: scrivendo, rischio di fare del Nepal una metafora, lo sfondo di una riflessione occidentale sull’attenzione. L’unico modo che conosco per ridurlo è restare vicino ai fatti, permettere ai luoghi di riacquistare un nome.
Il 26 agosto una piena improvvisa, generata dal collasso di una massa glaciale al confine con il Tibet, ha travolto i distretti di Rasuwa e Nuwakot lungo i fiumi Bhote Koshi e Trishuli: centinaia di morti, decine di migliaia di persone coinvolte, interi villaggi isolati dalla distruzione di ponti e strade.
A Bhainse, nella municipalità di Bidur, il fango ha un nome: Bhim Prasad Pyakurel. Si trovava sul ponte del villaggio quando arrivò l’allarme; corse ad avvertire gli abitanti e ne salvò molti. Tornato a casa, trovò che sua madre e l’abitazione non c’erano più; riuscì a liberare la moglie, semisepolta nel fango. Aveva lavorato 12 anni nel Golfo per costruire quel poco che possedeva: ha raccontato che non era rimasto nulla.
La sua storia non è una parabola scritta per noi: il fatto che abbia aiutato altri non riscatta la perdita della madre né rende il suo dolore più accettabile. Ricevere un’immagine comincia forse qui, quando il fango torna a essere un luogo con un nome, e la parola vittime si apre per lasciare emergere persone che non vogliamo ridurre a una categoria.
Non abbiamo mai avuto accesso a tante immagini della sofferenza, eppure essere esposti a un’immagine non significa averla ricevuta. Nel flusso dei social una catastrofe, una ricetta e un video divertente occupano lo stesso rettangolo; il dito continua a scorrere. Non è necessariamente indifferenza, spesso è disorientamento: la sofferenza mostrata supera la capacità di una coscienza di comprenderla. Come scriveva Susan Sontag in Davanti al dolore degli altri (2003), prima di chiederci che cosa un’immagine faccia a noi, dovremmo domandarci chi siamo noi che la guardiamo, e da quale distanza.
Questo non significa che le immagini siano condannate a trasformare ogni persona in contenuto. Zoyal Ghale, 8 anni, sopravvissuto arrampicandosi sugli alberi, era ricoverato ferito senza che nessuno sapesse dove fosse la sua famiglia. Una giornalista della Reuters lo filmò, con il suo consenso, per rintracciare i genitori: sua madre, che temeva di averlo perduto, la contattò e poté raggiungerlo a Kathmandu. Qui l’immagine non ha sostituito la relazione, l’ha creata. Il problema non è l’immagine in sé, ma la relazione in cui viene prodotta, diffusa e ricevuta.
Torno di nuovo alla parabola del buon Samaritano per leggerla più da vicino. Il sacerdote e il levita vedono l’uomo ferito e passano oltre; il racconto non spiega perché, un’omissione che ci impedisce di giudicarli troppo facilmente e ci lascia davanti al fatto essenziale: hanno visto, ma ciò che hanno visto non ha modificato il loro cammino. Il Samaritano incontra la stessa scena e la lascia entrare: si ferma, fascia le ferite con olio e vino, carica l’uomo, lo conduce a una locanda e paga in anticipo, promettendo di coprire le altre spese al ritorno. Prima del racconto Gesù riceve una domanda che traccia un confine, «Chi è il mio prossimo?», e alla fine la rovescia: chi si è fatto prossimo? Il gesto non termina sulla strada: il Samaritano affida il ferito, restando responsabile del seguito — dare ciò che si può, coinvolgere chi sa curare, non fermarsi all’emozione dell’incontro.
Non siamo fisicamente sulla strada che attraversa Rasuwa e Nuwakot; la distanza è reale. Ma provo a farmi uno con loro, a condividere, per quanto posso, il loro dolore. Non è facile: la tragedia è troppo grande perché la mia mente e il mio cuore possano contenerla per intero. Ma ci provo, e voglio continuare a provarci: dando forza alle “locande” che oggi possono davvero raggiungere quei miei fratelli e sorelle. La Croce Rossa del Nepal, al lavoro fin dalle prime ore con la Federazione Internazionale, è una di queste — la struttura a cui affidare ciò che da soli non potremmo portare a termine.
Bhainse è di nuovo un luogo. Bhim è ancora, in questo momento, un uomo senza casa che cerca sua madre nel fango. Zoyal è tornato tra le braccia della madre grazie a un’immagine ricevuta, non solo vista. Forse è questa la sola risposta possibile alla domanda di Graham: chi diventerò non lo si decide guardando, ma restando, un poco più a lungo, un poco più vicini di quanto il nostro dito, sullo schermo, avrebbe voluto.