Dal 2021 al 2025 i 9 stati dotati di armi nucleari (Russia, Stati Uniti, Cina, Francia, Regno Unito, Pakistan, India, Israele e Corea del Nord) hanno speso 471 miliardi di dollari per incrementare i loro arsenali in rado di distruggere infinite volte il nostro pianeta. La campagna internazionale Ican è rigorosa nel fornire con precisione i dati che dovrebbero servire a prendere coscienza del pericolo imminente per l’umanità intera. Siamo sempre più vicini al punto di non ritorno come afferma la Federazione degli scienziati americani usando la simulazione dell’orologio dell’Apocalisse. Ma tale follia non si riesce a curare con la razionalità perché è basata su un atto di fede assoluto nel potere salvifico della “bomba” che ha un forte potere attrattivo. Ed è sempre più persuasiva la tentazione di usarla ricorrendo a motivazioni che appaiono ragionevoli.
Nel 2017 Donald Trump decise di usare in Afghanistan la Madre di tutte le bombe ( Moab), il più potente degli ordigni bellici che si pone solo un gradino sotto l’arma nucleare: 10 tonnellate di esplosivo convenzionale che riuscirono a distruggere una rete di tunnel sotterranei uccidendo qualche decina di miliziani. Una dimostrazione della forza che tanto piace al presidente Usa ma che è stata incapace di impedire, dopo vent’anni di presenza militare e bombardamenti, il ritiro delle truppe occidentali da quel Paese.
Esibire la potenza estrema delle proprie armi fa parte del meccanismo della deterrenza che ha bisogno della “strategia del pazzo” per essere efficace: occorre spaventare i nemici con possibili reazioni spropositate che solo un folle può compiere.
Strumento provvidenziale
A oltre 80 anni dal lancio da parte degli Usa delle bombe nucleari sulle due città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki nel 1945, il dilemma dell’utilizzo di tali strumenti di morte non è quindi affatto remoto. E si associa alle dinamiche proprie del gioco d’azzardo di cui Donald Trump si mostra esperto. È anche un imprenditore del settore del gambling pur se di scarsissimo successo considerando la serie di fallimenti confezionati fino al disastro del Trump Taj Mahal negli anni 90.
Henry Truman, il presidente Usa che diede l’ordine di sganciare la bomba atomica sul Giappone, proveniva da una storia imprenditoriale più modesta. Gestiva un negozio di abbigliamento senza grandi risultati. Si convinse così a intraprendere la carriera pubblica per cooptazione politica fino succedere, da vicepresidente, al mitico Franklin Delano Roosevelt.
Si deve, tra gli altri, a Winston Churchill, il primo ministro britannico eretto recentemente come esempio da seguire dopo l’invasione russa dell’Ucraina, la narrazione dell’uso dell’arma nucleare come “mezzo provvidenziale per abbreviare il macello”, cioè per porre fine alla guerra e impedire la morte di milioni di morti, soprattutto di soldati statunitensi.
La scelta del male minore è, infatti, costante per chi ha responsabilità politiche pubbliche e spesso non può decidere per il bene assoluto. Che peso possono avere 200 mila vittime dell’esplosione nucleare nel gigantesco mattatoio di 70 milioni di morti immolati nel secondo conflitto mondiale? Una volta passato il limite, la guerra possiede una dinamica incontenibile. Lo dimostra, ad esempio, in quello stesso periodo l’uso del fosforo bianco da parte degli alleati sulla città di Dresda e il lancio delle bombe incendiarie sulle abitazioni di legno a Tokyo che provocò almeno 100 mila vittime.
Come ha affermato il cardinale di Chicago, Blaise Cupich, recandosi l’anno scorso in Giappone, l’opinione pubblica statunitense è anche oggi in larga maggioranza favorevole all’uso dell’arma nucleare se ritenuta indispensabile per evitare gravi pericoli ai soldati Usa.
Di armi nucleari tattiche, cioè in grado di provocare effetti limitati al pari degli ordigni convenzionali, si discute infatti ormai da anni nei circoli strategici e militari. Anche se si trascura l’effetto di innesco delle reazioni a catena dal primo uso del potenziale atomico.
Ma è proprio la costruzione retorica di quei giorni dell’agosto 1945 a non sta i piedi storicamente. Esisteva infatti una richiesta di mediazione avanzata dal Giappone tramite la Russia sovietica. Ragioni di ordine geopolitico, in vista degli equilibri del dopoguerra, spinsero la presidenza Usa verso una decisione che fu criticata anche da alcuni massimi esponenti militari. A cominciare dal comandante delle truppe alleate in Europa D. Eisenhower. Futuro presidente Usa che denunciò il predominio del complesso militare industriale.
Nel discorso di annuncio del successo della bomba atomica, cioè lo «sfruttamento del potere fondamentale dell’universo», Truman affermò trionfalmente: «Abbiamo speso più di due miliardi di dollari sulla più grande scommessa scientifica della storia».
I politici che noi stessi abbiamo eletto
Parte da questa evidenza il recente contributo offerto dallo scienziato Carlo Rovelli in una serie di video, e poi in un libro pubblicato dal Corriere della Sera sulla Cattiva coscienza dei fisici, che ha avuto l’ardine di criticare Enrico Fermi per aver preso parte attiva al progetto Manhattan di costruzione della bomba atomica. La reazione di sdegno della comunità accademica ha fatto notare giustamente che il geniale scienziato italiano, Nobel per la Fisica nel 1938, si oppose, assieme a Oppenheimer, al progetto di bomba H Edward Teller. Ma è anche noto che Fermi fece parte, assieme a Oppenheimer, Lawrence e Compton, del comitato scientifico scelto da Truman per dare il via libera sull’uso della bomba.
Esistono, come ad esempio il libro di Pietro Greco, Hiroshima. La fisica conosce il peccato, testi fondamentali in materia di responsabilità degli scienziati nell’ideazione e costruzione dell’arma nucleare nonché sui loro ripensamenti. Einstein, come è noto, si pentì amaramente per aver sollecitato, con una lettera a Roosevelt, l’avvio dell’opera ciclopica di costruzione della bomba atomica. Terminata, alla fine, con il test chiamato in codice “Trinity”: l’esplosione avvenuta nel deserto nel Nuovo Messico il 19 luglio 1945 (cioè due mesi dopo la capitolazione della Germania nazista).
La polemica intorno a Fermi rischia di non far capire l’intenzione del saggio di Rovelli che nasce dalla volontà di «contribuire a evitare quello che mi pare essere l’involontario, ma difficilmente evitabile, punto di arrivo della politica dei governi che abbiamo noi stessi eletto: la guerra nucleare». Cioè l’estinzione dell’umanità in un gigantesco olocausto provocato dalla corsa al riarmo generata dalla paura reciproca.
L’illusione coltivata da Truman, di avere il monopolio di un’arma in grado di annichilire il nemico, è tramontata dopo pochi anni dopo il 1945 con la crescita dell’arsenale nucleare russo e il possesso da parte di più stati di uno strumento di morte considerato come garanzia di sicurezza.
Oltre ai nove Paesi che fanno parte del “club atomico”, molti altri sono “ad un giro di vite” definitivo. Il tabù sta cadendo anche per Germania e Giappone, i grandi sconfitti, con l’Italia, della seconda guerra mondiale.
Messi alla strette, davanti ad un pericolo definito strategicamente “esistenziale”, nessuno può garantire che nei detentori di un tale potere non prevalga la tentazione di trascinare il mondo intero verso un buco nero. “Muoia Sansone con tutti i filistei”.
E non è garantito che a decidere non siano le macchine addestrate dall’intelligenza artificiale a gestire un flusso enorme di informazioni nei pochi minuti che restano dopo la segnalazione di un pericolo. Non abbiamo più il colonnello Petrov che nel 1983, in Russia, decise di non lanciare i missili nonostante le regole di ingaggio ricevute di fronte a ciò che appariva un attacco Usa imminente.
Go away you bomb
Per scongiurare tale scenario inquietante è stata lanciata da Roma il 16 luglio 2026 la “Dichiarazione di Roma per una Pace Disarmata e Disarmante nell’Era dell’Intelligenza Artificiale, delle Armi Nucleari e Autonome, dei Nuovi Protocolli Digitali e dei Modelli Emergenti di Sviluppo Digitale”. L’iniziativa, sollecitata e sostenuta dalla Santa Sede, è stata promossa dall’ Assemblea Globale dei Premi Nobel sull’Intelligenza Artificiale e la Guerra Nucleare.
Un evento di alto livello, destinato ai decisori politici internazionali, che si è svolto paradossalmente nella Capitale di uno stato, quello italiano, che resta ligio alla dottrina nucleare della Nato e che quindi non intende neanche discutere del Trattato di abolizione armi nucleari approvato in sede Onu nel 2017. Anzi. Consente che nelle basi militari di Aviano e Ghedi, Brescia, siano depositati decine di ordigni atomici.
Finora la campagna di opinione “Italia ripensaci” che mira a far ragionare società e politica su tale contraddizione ha suscitato un certo interesse nei territori ma sul nucleare esiste una convinzione sedimentata nel tempo che è difficile sradicare.
Anche negli ambienti ecclesiali, che pure dovrebbero sapere qualcosa della chiara presa di posizione di papa Francesco sull’immoralità anche del solo possesso delle armi nucleari. Un passaggio decisivo rispetto anche al Concilio Vaticano II che ne aveva tollerato la detenzione a scopo dissuasivo. Di fatto, nonostante le dichiarazioni esplicite di associazioni movimenti cattolici, è evidente il permanere della convinzione della bomba nucleare come garanzia di salvezza. Una sorta di apostasia interiore, cioè un ripudio della propria fede a favore della macchina infernale. Lo aveva intuito nell’immediato dopoguerra lo scrittore Thomas Merton, diventato monaco trappista ne Kentucky, di fronte all’accettazione dell’evaporazione di due città annunciata come un grande successo.
Oggi, con l’affermarsi della volontà di potenza che non riconosce alcun limite, può essere assai breve il passaggio dalla “madre di tutte le bombe” alla venerazione dell’idolo della morte improvvisa che viene dal cielo.
Probabilmente per questo motivo papa Leone, nel testo che raccoglie i suoi interventi sulla pace disarmata e disarmante, cita la canzone di Bob Dylan sulla bomba atomica che rifiuta questo atto di culto: «Ti odio perché ti ha fatta l’uomo e l’uomo ti possiede e l’uomo ti maneggia». «Ti odio perché fai sì che la mia vita sembri non contare nulla». Le note di “Go away you bomb” possono diventare la colonna sonora di una mite e ostinata ribellione alla globalizzazione dell’impotenza.
