Bruges è magica, città d’acqua, di ponti, di verde. Luogo anche dell’anima e non solo del turismo, che aiuta alla distanza dal quotidiano, dalle cose, dai pensieri e dalle parole inutili di cui la vita può riempirsi. Bruges ti insegna a volare alto, con la trasparenza del suo cielo, delle sue vie e case, dei palazzi, del museo Groeninge – con opere di Bosch, Memling e altri artisti fiamminghi -, delle chiese.
Ed ecco l’alta chiesa gotica di Notre Dame, ed in una navata laterale, poggiato sopra un altare, un gruppo candido marmoreo di cm. 128: una Madonna seduta col Bambino tra le gambe, appoggiato tranquillamente al suo braccio. Una bellezza muta che attira. E’ di Michelangelo: una sorpresa, nascosta, per molti. Scolpita nel 1504 e spedita a Bruges nel 1506 dove è rimasta quasi per sempre. Posta sull’altare dal committente nel 1514 nella propria cappella dove è sepolto.
Erano stati i fratelli Mouscron, commercianti fiamminghi, con sede pure a Firenze, e spesso residenti a Roma, venuti in contatto col giovane autore della Pietà vaticana, a commissionargli il gruppo. Il genio fiorentino, mentre stava finendo di lavorare al colossale David, aveva accettato la proposta, ed era nato così questo capolavoro di finezza interiore e non solo artistica, così profondo e purtroppo poco conosciuto anche oggi.
Lo stupore ci prende davanti alla scultura e quasi si è costretti a sedere, per contemplare, ammirare, pensare. Perché davanti a Michelangelo sempre è necessario questo atteggiamento, pena il restare fuori dall’incantesimo della vera arte, qui espressa da una particolare luce bianca che investe il gruppo. E ci abbaglia. Suscita una pace profonda, nascono pensieri nuovi e antichi.
Certo, la bellezza di Maria richiama quella della Pietà vaticana, aristocratica e gentile, che si ritroverà pure in altre Madonne dell’artista ed anche nella Sibilla Delfica nella Volta Sistina. Ma qui c’è una finezza spirituale unica, una indagine sulla Madre del tutto originale. La donna bellissima prevede la passione del Figlio, un Bambino ricciuto, robusto, carne viva, sorridente, ignaro come tutti i bambini del dolore futuro.
Lei manifesta un duplice sentimento, espresso nel volto nobile: nella parte sinistra l’espressione è seria e concentrata, dolorosa quasi. Nella parte destra invece respira appena percettibile un sentimento dolce e protettivo, verso il Bambino certo, ma anche verso di noi che la guardiamo (non solo la “vediamo”, ma la” guardiamo”). È Maria prima della passione del Cristo, mentre nella Pietà vaticana è lei stessa dopo la morte del Figlio bellissimo che risorgerà: a Bruges la sospensione, a Roma la fiducia, pur nella mestizia. La luce del marmo è comunque la medesima: intensa, mossa, “vivente”. In Vaticano Maria apre le braccia a presentarci il Figlio (“Figlia del tuo Figlio” anche nelle fisionomie), a Bruges lo protegge, è solamente Madre.
Certo il virtuosismo del Buonarroti emerge qui a Notre Dame con il suo fascino tra le pieghe delle vesti, le bende del velo della donna, i muscoli del piccolo e l’alta dignità della madre seduta, chiusa in una nicchia che esalta il biancore del marmo e dell’anima, splendente nella luce del mezzogiorno, l’ora migliore per ammirare l ’opera che in quel momento pare lievitare nell’aria.
Michelangelo ha “capito” Maria: donna riservata, che tiene in mano il libro della Scrittura, che “conserva tutto in cuore” con una dignità, un silenzio che ci attira. Per l’artista, Maria è l’equilibrio, nella gioia e nel dolore. Vale la pena incontrare l’arte in quest’opera che diventa per noi una nuova scoperta delle infinite forme in cui la Bellezza si manifesta agli occhi e alla mente. E con la quale è possibile e confortante, dialogare.
