Il processo va avanti a porte chiuse. Un caso unico, quasi senza precedenti in Italia. Ma le notizie filtrano dall’aula del tribunale di Crotone dove si sta svolgendo il processo per la strage di Cutro. E i dati che emergono dalle varie udienze, dalle analisi dei periti e dal racconto dei testimoni, non lasciano dubbi: nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023 non venne attivato nessun piano di ricerca e soccorso e il caso del caicco Summer Love venne trattato come un’operazione di protezione delle frontiere (law enforcement).
Una generale sottovalutazione delle condizioni in cui si trovava la Summer Love, una serie impressionante di omissioni, con un rimpallo di responsabilità da parte della Guardia Costiera e della Guardia di Finanza ha determinato la morte per annegamento di 94 persone in quella che è passata alla storia come una delle stragi più terribili della storia delle migrazioni nel XXI secolo. A poche miglia dalla spiaggia di Steccato di Cutro, il caicco con a bordo i migranti si capovolge e per gli uomini che erano a bordo non c’è scampo: pochissimi si salvano, solo coloro che sapevano nuotare e che sono riusciti ad affrontare la furia delle onde.
Il processo, come dicevamo, si svolge a porte chiuse e questo ha inevitabilmente allontanato l’attenzione della stampa nazionale, dei giornalisti che, potendo entrare in aula solo con penna e taccuino, sono meno motivati e disertano le udienze il cui svolgimento non è possibile documentare se non per sommi capi.
Ma alcuni dati, alcune verità emergono e arrivano anche all’esterno, con la carica prorompente delle numerose testimonianze che fanno emergere responsabilità e negligenze. E che documentano in maniera chiara che quelle vite potevano essere salvate e un intervento diverso, con valutazioni e decisioni differenti da parte di Guardia Costiera e Guardia di Finanza, avrebbero potuto cambiare il corso degli eventi.
Le Ong del mare (Emergency, Louise Michel, Mediterranea Saving Humans, Sea-Watch, SOS Humanity e Sos Mediterranee) si sono costituite parti civili. Esse chiedono in aula che vengano accertate negligenze e responsabilità di questa vicenda che ha dell’incredibile. Dal momento del primo avvistamento in mare fino a quello in cui i primi corpi sono arrivati sulle spiagge di Steccato di Cutro, sono passate quattro ore. Quattro ore in cui il caicco è rimasto in balia delle onde fino a capovolgersi. Senza che nessuno andasse a soccorrerlo.
L’informativa dei Carabinieri, che ricostruisce in 650 pagine i dialoghi e i messaggi di quella notte tra Guardia Costiera e Finanza, fa emergere un rimpallo di responsabilità. I ritardi avrebbero poi determinato la morte dei migranti. Il caicco si è avvicinato alle coste fino a schiantarsi.
Il consulente nominato dalla Procura, l’ammiraglio Salvatore Carannante ha fatto venire a galla una serie impressionante di omissioni. Nel processo sono stati sentiti come testimoni i pescatori che quella notte udirono le grida provenire dal mare, si gettarono in acqua per aiutare chi era in mare, ma nella maggior parte dei casi riuscirono solo a recuperare dei corpi senza vita. Tra i testimoni c’era anche il medico legale che certificò i decessi e ne stabilì le cause, confermando che vi furono probabilmente dei dispersi che non sono mai stati recuperati.
Nelle ultime udienze hanno deposto i militari della Guardia Costiera. In mare, quella notte – hanno spiegato – c’erano le unità della Guardia di Finanza e non venne mai chiesto nessun intervento della Guardia Costiera. È il momento in cui i vari protagonisti cercano di delineare il racconto facendo leva sulle eventuali inadempienze dell’altro. I vari testi hanno ricostruito le tempistiche e i protocolli applicati in quelle ore. Non sono mancati, nelle ultime udienze, i momenti di fibrillazione e di nervosismo tra gli avvocati difensori e i testimoni.
Il processo si ferma ora per la pausa estiva e la prossima udienza è stata fissata per il pomeriggio del 18 settembre, alle 14,30.
Oggi, come hanno dichiarato di recente le Ong, «scrivere pagine di verità è forse il solo modo rimasto per restituire dignità e giustizia» ai morti in mare e ai dispersi. La verità, in questo caso, delineerà – se ci sono – non solo le responsabilità individuali, ma metterà il dito sulla piaga delle modalità di intervento in mare e sulle indicazioni e direttive che vengono impartiti agli uomini dei corpi coinvolti nelle operazioni di controllo del mare.
Intanto, presso la Corte d’Appello di Catanzaro, si volge anche il processo d’appello ai tre presunti scafisti che avrebbe accompagnato i migranti verso le coste italiane. La procura generale ha chiesto la condanna a 12 anni di reclusione e 3 milioni di euro di multa per il ventottenne pakistano Khalid Arslan (condannato in primo grado a 11 anni, un mese e 10 giorni). Pene ancora più severe sono state chieste (17 anni e 4 milioni di euro di multa) per il pakistano Hasab Hussain, di 24 anni, e per il turco Sami Fuat. Entrambi erano stati condannati in primo grado a 16 anni dal Tribunale di Crotone.
