«Siamo convinti che un’altra narrazione sulle migrazioni sia possibile». Da questa convinzione nasce la Rete Lampedusa, un movimento culturale e civile che punta ad offrire nuove narrative che raccontino le migrazioni. L’obiettivo è quello di tessere una rete nazionale composta da esperti, giornalisti, istituzioni, associazioni e volontari che lavorino in maniera congiunta per fare luce sulla questione migratoria, offrendo dati reali e diffondendo un discorso basato sulla dignità della persona e sul rispetto dei diritti umani.
«Per noi le migrazioni sono un’opportunità», affermano i promotori della Rete, sostenuta in primis da Pietro Bartolo, “il medico di Lampedusa”. Bartolo, già europarlamentare e medico ginecologo, si è occupato dei migranti arrivati via mare sin dai primi sbarchi nel 1991. «Ho visitato più di 350 mila persone», ha raccontato durante la presentazione di Rete Lampedusa a Roma lo scorso 15 luglio, ma ci ha tenuto a precisare: «Non sono numeri, sono persone; superfluo anche dire “come noi”».
L’idea è emersa da una constatazione: sono numerosi le associazioni, le ong, i gruppi di persone e singoli che lavorano attorno al Mediterraneo per salvare vite e favorire l’inclusione e la giustizia sociale, ma serve un’azione coordinata e strutturata.
In particolare, è stato sottolineato che «dobbiamo iniziare a parlare con un linguaggio diverso», ovvero usando dei termini meno allarmisti e più aderenti alla realtà dei fatti, che permettano di conoscere l’altro «senza criminalizzarlo né idealizzarlo».
A questo fine Rete Lampedusa si fonda su 6 pilastri: cultura dell’accoglienza, politiche basate sui dati, integrazione come leva, contrasto alla discriminazione, rete nazionale e internazionale, migrazione legale. Nel nucleo della rete vi sarà un comitato scientifico incaricato di elaborare le informazioni e confrontarsi sui dati. Gli altri nodi centrali saranno formati dagli aderenti e sostenitori.
Intervenuto durante l’evento di presentazione, Carlo Borgomeo, già presidente della Fondazione con il Sud, ha dichiarato che «si parte dal presupposto che la gente non deve morire in mare. Un essere umano non deve morire per le nostre assurde chiusure. Accogliere significa crescere».

Papa Leone XIV depone un omaggio floreale su una tomba durante la sua sosta in un cimitero locale nell’ambito della sua visita pastorale all’isola di Lampedusa, il 4 luglio 2026. EPA/CIRO FUSCO / POOL via Ansa
Infatti, la preoccupazione espressa riguarda l’integrazione degli immigrati non in modo unidirezionale, ma tenendo conto del calo demografico e della necessità dell’Italia e dell’Europa di manodopera estera per garantire lo sviluppo economico e i livelli di Welfare. Da questo punto di vista, rendere il Paese più accogliente diventa fondamentale.
Il magistrato Luigi Patronaggio, presente fra i relatori, ha fatto notare che vi è una falsa correlazione fra le parole “sicurezza” e “immigrazione”, e ha dichiarato che «non esiste sicurezza senza investimento sociale» e che «non ci si può occupare di sicurezza senza occuparsi dei diritti fondamentali dei migranti».
Sul palco anche il giornalista Nello Scavo, che ha posto l’attenzione sulle espressioni che a suo parere dovrebbero sparire dal nostro linguaggio, tra cui “rassegnazione” e “morti in mare”: «Le persone morte in mare sono fatte morire in mare – ha denunciato –. La responsabilità è di chi dovrebbe salvarle e non lo fa, e di chi ostacola chi vorrebbe salvarle». E ha sottolineato l’importanza di lasciare che sia chi ha vissuto il dramma in prima persona a decidere le parole con cui vorrebbe essere raccontato. In più, ha condiviso con i presenti un dubbio che abita il suo cuore e la sua coscienza: «Quando un giorno qualcuno mi chiederà: “Caino, dov’è tuo fratello?” saprò rispondere o mi sarò girato dall’altra parte?», facendo riferimento al versetto biblico in cui Caino uccide suo fratello Abele.

Pietro Bartolo, storico medico di Lampedusa; un frame tratto dal film “Nour” di Maurizio Zaccaro. ANSA/US
Il momento più sentito dell’incontro è stata la testimonianza di Pietro Bartolo, che notevolmente commosso ha condiviso alcuni episodi di quanto vissuto durante 30 anni a Lampedusa: «Per me è importante raccontare cosa sta succedendo nel mio mare. Io sono nato in quel mare, un mare che mi ha dato tutto. Invece poi è diventato un cimitero».
Bartolo ha menzionato la “malattia del gommone”, un termine da lui coniato per descrivere un’infermità che colpisce particolarmente le donne, così come le “torture ormonali” che ha riscontrato. «Ritorniamo umani – ha esortato –. Abbiamo perso la strada dell’umanità e la dobbiamo ritrovare».
Il medico di Lampedusa ha altresì raccontato della solitudine che ha sentito da parte dell’Europa durante il suo periodo nell’Europarlamento, quando cercava delle soluzioni a questa tragedia umanitaria. E ha manifestato la sua intenzione più profonda: «Vorrei dare delle risposte ad un bambino di 3 anni che il 3 ottobre 2013 ho trovato quando ho aperto il primo sacco [funebre]; l’ho avvicinato a me ed era morto. Quel bambino mi tormenta, mi dice in sogno che io non l’ho salvato. Quello che sta succedendo nel mio mare è un olocausto – ha proseguito Bartolo –, e un giorno finirà e verrà scritto nei libri di storia».
Poi ha ripassato i termini che vengono normalmente utilizzati per descrivere l’aiuto ai migranti: «Accoglienza, diritti umani, solidarietà. Ci manca una parola: l’amore».
Per questo è nata Rete Lampedusa, affinché vengano impiegate le parole giuste per descrivere e analizzare i flussi migratori, per far chiarezza su ciò che accade nel Mediterraneo ed estirpare le rappresentazioni distopiche in relazione alla mobilità umana. Tutto ciò dal convincimento di chi la propone che «un altro mondo è possibile e riusciremo a costruirlo insieme».
