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Italia > Testimoni

«Cosa ci fa un prete qua in mezzo?». Il cardinale Pizzaballa, a Firenze per reimmaginare la pace

a cura di Maurizio Certini

- Fonte: Città Nuova

«Il dolore non dovrebbe mai essere una competizione, non dovrebbe esserci mai una graduatoria della sofferenza umana. Ogni madre che piange un figlio, ogni padre che aspetta una notizia – abbiamo ascoltato nelle canzoni –, ogni bambino che si addormenta nella paura ci ricorda una verità semplice: la vita umana ha lo stesso valore ovunque». Riportiamo la trascrizione dell’intervento del cardinale di Gerusalemme, patriarca dei latini a Gerusalemme, al termine della manifestazione Re-Imagine Peace, che si è svolta a Firenze con la partecipazione di artisti italiani, israeliani e palestinesi in collaborazione con la Fondazione Giorgio La Pira

il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme, luglio 2026. ANSA/Gianluigi Basilietti

«Decostruire la disumanizzazione reciproca che si genera durante ogni conflitto». Questo il messaggio centrale, come sottolineato da Vatican News, dell’intervento del Patriarca di Gerusalemme dei Latini, il card. Pierbattista Pizzaballa, al concerto finale di Re-Imagine Peace, domenica sera 12 luglio a Firenze. Di fronte alla tendenza a schierarsi in modo acritico, il cardinale ha indicato la sola via necessaria che è quella dell’ascolto profondo e del riconoscimento della sofferenza altrui.

L’intervento, all’interno di una serata di concerto gratuito, ha concluso il festival, fortemente voluto dall’artista israeliana Noa e organizzato in collaborazione con la Fondazione La Pira, che ha dato voce alla speranza attraverso il linguaggio universale dell’arte e della musica con artisti israeliani, palestinesi e italiani.

Riportiamo la trascrizione integrale dell’intervento del cardinale Pizzaballa:

«Qualcuno si chiederà: “Cosa ci fa un prete qua in mezzo?”. Ma siamo a “Re-image Peace” e dobbiamo usare un po’ della nostra immaginazione e uscire dai nostri confini, perché finché restiamo chiusi nei nostri confini, confiniamo anche la immaginazione e quindi anche la pace. Invece, dobbiamo aprire i confini e le porte.

Grazie a tutti gli organizzatori e gli artisti per questo invito e per il coraggio di dare vita a uno spazio che già dal nome ci propone una sfida meravigliosa: “Re-image Peace”. “Immaginare la pace”, forse è proprio questo il punto: la pace non è soltanto la fine di una guerra, non è soltanto un cessato il fuoco. La pace è anche un esercizio dell’immaginazione, una capacità di vedere nell’altro non un nemico, non una minaccia, non una categoria, ma una persona.

Viviamo un tempo in cui è diventato molto facile scegliere da che parte stare; è molto difficile scegliere di ascoltare. Eppure, io credo che l’ascolto sia uno degli atti più rivoluzionari che abbiamo a disposizione. Ascoltare non significa essere d’accordo, non significa rinunciare alle proprie convinzioni. Significa riconoscere che il dolore dell’altro esiste anche quando non coincide con il nostro. Esiste il dolore delle famiglie israeliane, che hanno vissuto il terrore, la perdita, la paura. Esiste il dolore delle famiglie palestinesi, che hanno conosciuto la morte, la distruzione, l’incertezza quotidiana.

Il dolore non dovrebbe mai essere una competizione, non dovrebbe esserci mai una graduatoria della sofferenza umana. Ogni madre che piange un figlio, ogni padre che aspetta una notizia – abbiamo ascoltato nelle canzoni –, ogni bambino che si addormenta nella paura ci ricorda una verità semplice: la vita umana ha lo stesso valore ovunque. Quando dimentichiamo questa verità, perdiamo qualcosa della nostra umanità.

Per questo credo che oggi sia importante avere il coraggio dell’empatia. L’empatia non è debolezza; al contrario, richiede una forza enorme. Richiede la forza di uscire dalle narrazioni che ci rassicurano. E, credetemi, è molto difficile da noi ai confini delle nostre comunità, nelle nostre certezze. Richiede la disponibilità di guardare il mondo con gli occhi di qualcun altro e forse la pace inizia proprio da qui: inizia nel momento in cui smettiamo di chiederci chi merita la mia compassione e iniziamo a chiederci come posso allargare la mia compassione perché nessuno resti escluso.

Perché la pace non si costruisce dividendo quel mondo tra esseri umani e gli altri che non lo sono. La pace non si costruisce dividendo il mondo in esseri umani degni di attenzione e altri che non lo sono. La pace si costruisce riconoscendo la dignità di ciascuno. Israele, Palestina, ebrei, musulmani, cristiani, credenti e non credenti, nessuna identità dovrebbe essere una condanna, nessuna appartenenza dovrebbe trasformarsi in una gabbia.

Una parola anche a noi religiosi; quando la religione viene utilizzata per giustificare l’odio e la violenza tradisce la sua vocazione più profonda ed è il peccato più grave di questo tempo. Per questo abbiamo bisogno di leader religiosi che, come gli artisti che abbiamo ascoltato, sappiano parlare al cuore delle persone per ricordarci che l’essenza più autentica della fede non divide ma unisce. Ognuno di noi è molto più delle etichette che gli vengono attribuite.

Allora, forse, il contributo che possiamo dare qui, ora, è ricordare che dietro ogni bandiera ci sono delle persone, dietro ogni notizia ci sono volti, dietro ogni statistica ci sono vite che meritano un futuro.

Io non ho una soluzione politica da offrire stasera – e non so nemmeno se esiste –, ma penso che possiamo affermare insieme alcuni principi semplici e potenti: che la vita è sacra, che la violenza non può essere il destino inevitabile di nessun popolo, che la sicurezza degli uni non dovrebbe richiedere la disperazione degli altri, che la giustizia e la pace non sono alternative ma camminano insieme e che la speranza, anche quando sembra fragile, resta una responsabilità perché c’è qualcosa di profondamente umano nel continuare a credere che il domani possa essere migliore dell’oggi.

In un momento storico in cui tante voci alimentano la paura, noi scegliamo di alimentare la fiducia. Dove cresce il sospetto scegliamo il dialogo, dove prevale la disumanizzazione scegliamo il riconoscimento reciproco. Non sarà semplice, non sarà immediato, ma tutte le grandi trasformazioni della storia sono iniziate quando qualcuno ha osato immaginare ciò che sembrava impossibile.

Questa sera, allora, vorrei lasciarvi un augurio: che possiamo imparare a guardarci non come rappresentanti di una causa, ma come esseri umani, che possiamo ascoltare prima di giudicare, che possiamo riconoscere il dolore senza trasformarlo in odio. Se riusciremo a fare solo questo avremo già reimmaginato la pace e il futuro».

Riproduzione riservata ©

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