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In profondità > Focolari

Carlo e Alberto: un’amicizia che apre alla santità

di Gaia Bonafiglia

- Fonte: Città Nuova

È ripartita la causa di beatificazione dei due giovani genovesi, Carlo Grisolia e Alberto Michelotti, appartenenti al Movimento dei Focolari, morti a distanza di 40 giorni l’uno dall’altro. La loro storia colpisce perché parla di una santità condivisa, un’amicizia che, vissuta alla luce del Vangelo, diventa esperienza concreta di comunione

Carlo Grisolia e Alberto Michelotti avevano come obiettivo quello di portare a tutti l’ideale di Chiara Lubich che tanto li aveva affascinati: vivere per l’unità. In alcune lettere raccolte nelle testimonianze Alberto scriveva: «Ciao Carlo, non ci possiamo fermare, amare, amare tutti, spaccarci il cuore per far uscire il vero amore», e Carlo rispondeva: «Noi dobbiamo dire di sì, un sì che si ripete nelle gioie e nei dolori, in ogni attimo della nostra vita. Gesù significa tutto, noi possiamo fare qualunque cosa se fatta per Lui». Una frase che rende l’idea del legame profondo che li univa è scritta da Alberto: «Carlo, sono pronto a dare la vita per te».

Anche nella morte questo legame si manifesta: Alberto, a soli 22 anni, muore nell’agosto del 1980 in un incidente in montagna; 40 giorni dopo, a 20 anni, Carlo lo seguirà colpito da un tumore molto aggressivo. La loro storia è raccontata nel libro Il tuffo in Dio, i 40 giorni di Carlo e Alberto di Michele Zanzucchi (edizione Città Nuova).

È da poco ripartita la loro causa di beatificazione, dopo alcuni anni di rallentamento nel percorso. Poco più di due mesi fa, il 4 maggio 2026, si compie un passaggio importante con l’apertura della fase romana. Ripercorriamo i passi che ci hanno portato qui.

Il 25 settembre 2008 avviene l’apertura ufficiale dell’inchiesta diocesana, ovvero il momento in cui parte formalmente la raccolta strutturata di testimonianze, documenti e scritti sulla vita di Carlo e Alberto. La causa diocesana si conclude nel 2021, a fine anno, e nel 2022 gli atti vengono inviati a Roma al Dicastero delle Cause dei Santi.

Tommaso Danovaro, prete focolarino e oggi presidente del comitato della causa, racconta che dopo questa fase c’è stato un rallentamento. Qualcosa cambia lo scorso inverno: «Padre Marco, il vescovo di Genova, in occasione degli auguri di Natale del 2025 a una rappresentanza del Movimento dei Focolari della città, ha mandato un forte invito a ricominciare. Da quel momento sembra che tutto abbia ripreso a muoversi: Paolo Puppo – ex presidente del comitato – ha lasciato il comitato e mi è stato chiesto di assumerne la guida, mentre il postulatore Waldery Hilgeman, già impegnato in cause molto grandi come quelle di Chiara Lubich, Igino Giordani, Dorothy Day o Julius Nyerere, si è offerto di seguire gratuitamente anche la loro», racconta don Tommaso.

«La chiave più originale della loro causa è una santità di comunione, una santità generata reciprocamente – dichiara Waldery Hilgeman –, la presenza di Gesù tra di loro non è un linguaggio spirituale astratto. Diventa il modo concreto di affrontare la vita, il dolore, il servizio al prossimo, perfino la morte».

Nel frattempo, si è aperta ufficialmente la fase romana. Lunedì 4 maggio, a Roma, sono stati aperti i plichi contenenti tutto il materiale raccolto negli anni: testimonianze, lettere, temi scolastici, appunti di diario e biglietti che i due amici si scambiavano. «In quelle carte c’è la vita di Carlo e Alberto che vogliamo custodire e raccontare», spiega don Tommaso. Ora il materiale verrà ordinato, rilegato e verificato dal punto di vista giuridico. Successivamente verrà preparata la Positio, un documento che raccoglie e ricostruisce la loro vita attraverso ogni testimonianza e ogni scritto. Sarà poi studiata da teologi e vescovi, chiamati a valutare se i due abbiano vissuto il Vangelo in modo eroico. Quando tutti i passaggi avranno esito positivo, sarà il papa a riconoscere ufficialmente l’eroicità delle loro virtù.

Waldery Hilgeman, alla domanda «cosa hai visto in Carlo e Alberto?», risponde: «La loro storia mostra qualcosa di diverso. E forse oggi persino urgente. Non sono fondatori. Non sono grandi teologi. Non hanno avuto ruoli pubblici nella Chiesa. Erano due ragazzi normalissimi. Università, autobus, servizio militare, montagne, amicizie, fragilità, entusiasmo, paure. Eppure, proprio lì accade qualcosa di profondissimo: il Vangelo diventa relazione vissuta. Credo che la loro causa renda particolarmente visibile ciò che papa Francesco ha definito “la dimensione comunitaria della santità”. La santità, infatti, non è soltanto un’esperienza individuale: può nascere e maturare anche dentro una comunione vissuta. E Alberto e Carlo sembrano quasi un’incarnazione concreta di questa intuizione. Loro non diventano santi “da soli”. La loro santità nasce dentro una comunione vissuta».

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