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Italia > Se ne discute

Se anche le donne sono violente

di Cristina Buonaugurio

- Fonte: Città Nuova

Mettere il tema della violenza su un piano di scontro tra uomini e donne non porta a nessuna soluzione. Unirsi verso un obiettivo comune è l’unica via per cambiare direzione

Una coppia che litiga, foto di Afif Ramdhasuma da Pixabay

Se la prima reazione alla messa in evidenza della violenza maschile da parte degli uomini (come ad esempio l’articolo Tutti contro le donne) è quella di difendersi invocando il “not all men” (cfr: Uomini irrecuperabili o solo disorientati?), la seconda è quella di attaccare le donne, accusate talvolta di manipolare, raggirare, sottrarre figli ai padri, fingere violenze sessuali mai subite o far di tutto per guadagnare alle spalle di uomini innocenti. Che le donne possano fare questo e altro è fuori dubbio, del resto la cultura del più forte attecchisce anche su di loro, ma siamo certi che metterci gli uni contro le altre sia il modo migliore per affrontare il problema? A chi serve una competizione maschi contro femmine su questi temi? A chi serve il rimpiattino delle responsabilità, come fanno i bambini?

Usare la manipolazione e la violenza femminile in generale come risposta a chi parla di violenza maschile è semplicemente un modo per spostare l’attenzione dal problema statisticamente più significativo ed evitare, in tal modo, di assumersi una responsabilità collettiva, che culturalmente riguarda principalmente gli uomini. In sostanza è un’altra faccia del tentativo di difendersi dal dover fare i conti con la propria posizione rispetto al sessismo, tra l’altro usando a volte menzogne o dati inventati a sostegno delle proprie tesi, come sul numero delle false denunce di violenza sessuale, decisamente molto più esiguo di quel che si narra (leggi l’intervista al procuratore Francesco Menditto, ndr). Va nella stessa direzione il ricorso alla sindrome di alienazione parentale, come capo d’accusa usato in prevalenza contro donne accusate di allontanare i figli dal padre senza motivo: al di là del fatto che in Italia non è riconosciuta e accettata nei tribunali come patologia, va evidenziato come non di rado venga chiamata in causa in casi di violenza domestica.

Ciò non vuol dire che le donne non attuino mai tecniche di allontanamento dei figli dai padri o che non siano mai violente: lo sono eccome, anche se la violenza femminile si muove per lo più a livello psicologico e verbale e con una frequenza che in generale è decisamente ridotta. Inoltre i numeri legati alle conseguenze estreme (lesioni gravi, ricoveri e omicidi) sono statisticamente incomparabili con la portata sistemica della violenza maschile sulle donne. Anche volendo considerare che il dato sulla violenza sulle donne sia ad oggi molto più visibile, mentre quello sugli uomini resti di solito sommerso a causa dello stigma sociale (per cui un uomo si vergogna a denunciare di essere vittima di una donna) e della mancanza di strutture dedicate specificamente agli uomini vittime di violenza domestica – il che lascia supporre che ci sia una violenza sugli uomini ancora poco nota –, appare inutile voler creare a tutti i costi uno scontro tra sessi su un tema così delicato. Sarebbe molto più utile, invece, capire le origini di certi fenomeni e come si può agire per migliorare una situazione che vede tanto alcuni uomini quanto alcune donne arrogarsi il diritto di togliere valore e rispetto ad altre persone.

Senza dubbio esistono donne che abusano psicologicamente dei partner, che usano il senso di colpa, che isolano l’altro o che esercitano forme di controllo economico e affettivo (ad esempio attraverso i figli), proprio come esistono uomini che fanno lo stesso: probabilmente, però, mentre gli uomini lo fanno con il sostegno di una cultura millenaria, le donne lo fanno per lo più a titolo individuale, cioè senza una struttura sociale e culturale che le sostenga, e di certo andando a costituire un pericolo molto meno letale. È per questo che in ambito sociologico si studiano i due fenomeni come appartenenti a categorie separate, andando anche a valutare quei casi in cui la violenza femminile si sviluppa dentro dinamiche di coppia tossiche o conflitti esasperati, come forma di reazione o difesa in un contesto in cui è stata la donna a subire per prima. D’altro canto, però, poiché i comportamenti abusivi parlano di una svalutazione dell’altro e del suo valore, possiamo anche pensare che le donne abbiano iniziato a far propria questa modalità di relazione tipicamente patriarcale, il cui punto nodale risiede proprio nel voler prevalere sulle altre persone, indipendentemente dal sesso dei diversi attori. Le donne non sono, infatti, immuni dalla mentalità patriarcale: semplicemente la fanno propria e agiscono come gli uomini per ottenere ciò che loro ottengono, potere e controllo.

Va detto, poi, che parlando di violenza e abusi relazionali non possiamo evitare di guardare alle caratteristiche dei singoli individui, indipendentemente dal loro sesso: tanto un uomo violento quanto una donna violenta, infatti, di solito presentano incapacità di gestire le emozioni (specie quando si tratta di tollerare la frustrazione, l’abbandono o il rifiuto), hanno vissuto dei traumi (chi abusa spesso è stato a propria volta vittima di abusi o ha assistito a violenza nella propria famiglia d’origine) e non ha strumenti comunicativi adatti alla gestione del conflitto. Su questo bisogna agire e bisogna agire per prevenire la violenza. In tale ottica risulta fondamentale l’educazione affettiva e relazionale, dal momento che essa permetterebbe tanto ai maschi quanto alle femmine di acquisire le conoscenze e le competenze necessarie a vivere relazioni sane, a partire dalla consapevolezza e dalla gestione delle proprie emozioni.

Riflettere su ciò che ciascuno prova e su come influisce sulla relazione, riconoscere modalità di vivere i rapporti che sono disfunzionali e apprendere cosa rende una relazione sana è fondamentale per mettere a tacere ogni forma di sopraffazione. Perché non conta andare a litigare su chi subisce maggiori violenze, ciò che serve è piuttosto assumersi responsabilità concrete, creare un’alleanza fruttuosa tra uomini e donne in cui collaborare a creare un mondo più bello, secondo quanto affermato già da Maria Montessori, che nel 1899 aveva affermato che «la salute dell’umanità potrà compiersi solo dagli uomini e dalle donne con le mani insieme e congiunte facenti causa comune».

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