Basta dare uno sguardo alla grande attività culturale dell’Istituto Luigi Sturzo per capire l’importanza che questa struttura, collocata bel centro di Roma, riveste per il cattolicesimo politico italiano che, secondo una vecchia definizione di Sandro Magister, da oltre 30 anni opera sul piano “extraparlamentare” o, come dicono alcuni, “a livello prepolitico”.
Non esiste più un partito esplicitamente di ispirazione cristiana, che ha costituito il baricentro del Paese nel secondo dopoguerra. Un partito di cattolici ma non confessionale, laico, radicalmente alternativo al clerico moderatismo, secondo la chiara impostazione dettata da Sturzo nel breve periodo che va dalla fondazione del partito popolare nel 1919 alla soppressione decretata nel 1926 dal fascismo, per poi ricostituirsi clandestinamente nel 1943 con il nome ancor più antico e impegnativo di Democrazia Cristiana.
Palazzo Baldassini che in via delle Coppelle, vicino il Senato, custodisce il patrimonio documentale di quella storia, è stato lo spazio che ha accolto il 6 luglio 2026 i rappresentanti di alcune associazioni e movimenti ecclesiali radunati per riprendere il tema della crisi della democrazia già affrontato a Trieste, nel luglio 2024, dalle Settimane sociali dei cattolici in Italia, per declinarlo concretamente davanti alla novità di una legge elettorale che, come già evidenziato su cittanuova.it, il governo Meloni intende far approvare entro l’estate in vista delle elezioni politiche del 2027.
Senza partecipazione non esiste democrazia
Senza troppi giri di parole, esistono molti motivi di preoccupazione non solo verso questa modalità di procedere ma per il merito stesso di una normativa destinata a incidere sugli equilibri istituzionali di un Paese dove già metà degli elettori, dopo decenni di bipolarismo, non si recano più alle urne.
«Senza partecipazione non esiste democrazia», ha ribadito nel suo discorso introduttivo Sebastiano Nerozzi, segretario generale delle Settimane sociali, mentre il presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi, ha inviato un messaggio molto denso in cui ha citato il presidente Mattarella che a Trieste aveva invitato a vigilare contro la deriva di «una democrazia della maggioranza», mentre la democrazia non è il primato di chi vince, ma la garanzia che nessuno rimanga escluso.
Senza essere radicata sulla legge morale e sulla vera visione della persona umana, la democrazia si trasforma in «una tirannia maggioritaria o una maschera per il dominio delle élite economiche e tecnologiche».
Il direttore dell’istituto Sturzo, lo storico Agostino Giovagnoli, ha perciò introdotto le relazioni tematiche dell’incontro e i brevi contributi dei rappresentanti e movimenti, invitando ad esplicitare la disponibilità ad intraprendere un cammino comune per ridare voce alla democrazia autentica che si basa sui “mondi vitali”, espressione usata dal sociologo Achille Ardigò per indicare i corpi intermedi (famiglia, associazioni, sindacati, ecc.) che esprimono quel pluralismo sociale irriducibile al rapporto tra singoli individui e le istituzioni. Giovagnoli ha evidenziato la deriva del bipolarismo nato negli anni ’90 che ha assunto un carattere aggressivo, amplificando le tensioni anziché risolverle.
I cattolici non odiano
Una constatazione ricorrente nei diversi interventi che si sono succeduti da cui è emersa la forte preoccupazione per l’affermarsi di una dialettica politica ridotta al binomio “amico-nemico”. L’esatto contrario dell’insegnamento del pensiero sociale cristiano come ha affermato il presidente dell’Azione Cattolica, Giuseppe Notarstefano, citando la lezione di vita di Vittorio Bachelet, presidente dell’Azione cattolica in anni decisivi per l’associazione laicale e poi ucciso, nel 1980, dalle Br mentre ricopriva il ruolo di vicepresidente del CsM: «I cattolici non hanno nemici poiché i nemici sono individui che si vogliono male e si combattono; per i cattolici è diverso, non può che essere diverso perché è la forza del Vangelo a operare una conversione dello sguardo». Un insegnamento struggente di carattere universale che va al cuore della democrazia: «Non basta non odiare, bisogna avere a cuore la vita e il buon nome dell’avversario, offrendo sempre un gesto di pace e trasformando la polemica in un’arma di difesa della verità e della giustizia, ma “sempre insieme alla carità”».
Nella sua relazione iniziale la presidente della Fondazione Giorgio La Pira, la professoressa Patrizia Giunti, ha evidenziato i tratti costitutivi della democrazia secondo il giurista di cultura laica Norberto Bobbio: tolleranza, nonviolenza, rinnovamento attraverso il dibattito e, soprattutto, la fratellanza. Giunti ha evidenziato la crisi attuale nell’indebolimento della “democrazia sostanziale”, cioè della giustizia sociale, con l’affermarsi del liberismo economico. In tale scenario che produce sfiducia, il premio di maggioranza previsto dalla legge elettorale non interverrebbe come nella proposta del 1953 in una società con alto tasso di partecipazione alle urne (oltre il 94%), ma consegnerebbe un potere spropositato ad una forza politica minoritaria che rappresenta di fatto il 20% dell’elettorato. Una tentazione pericolosa con l’affermarsi di una narrazione promossa dai tecnocrati che spinge a vedere nelle regole democratiche solo un ostacolo. Un ragionevole premio di maggioranza finalizzato alla stabilità dei governi è prevedibile solo in caso di una forte partecipazione alle urne promossa dai partiti, secondo la Giunti.
Ma sono proprio i partiti che devono osservare le regole della democrazia al loro interno, secondo il presidente delle Acli Emiliano Manfredonia, che assieme a Argomenti 2000 ha presentato una petizione popolare per far applicare l’articolo 49 della Costituzione [che garantisce la libertà di associazione per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale, ndr]. In via generale, Manfredonia si oppone nettamente all’idea stessa di una prevalenza della stabilità sulla rappresentanza. I premi di maggioranza che finiscono per far prevalere il potere delle minoranze mortificano la democrazia come uno spazio di discussione e di “formazione della volontà collettiva”. Occorre invece il “martirio della pazienza” nel cercare sempre il dialogo, perché chi è eletto rappresenta sempre l’intera collettività.
Per tale motivo le Acli sono fortemente contrarie, in particolare, a quella parte della riforma elettorale che prevede l’indicazione del premier nella coalizione, perché finirebbe per indebolire la centralità del Parlamento.
Partiti staccati dalla realtà
Anche la relazione di Giorgio Vittadini della Fondazione per la sussidiarietà, nata nel solco di CL, ha denunciato la progressiva umiliazione del Parlamento con i sistemi elettorali che si sono succeduti in base ad un bipolarismo di stampo anglosassone, che ha trasformato i partiti in realtà autoreferenziali staccate dalla realtà. Vittadini auspica perciò una legge in grado di restituire dignità ai deputati e senatori anziché limitarsi ad “alzare la manina” per ordini di scuderia.
Non condivide, invece, l’allarmismo sulla deriva autoritaria della legge elettorale, Andrea Dellabianca della Compagnia delle Opere, nata anch’essa da CL, pure se auspica la ricostruzione di un rapporto diretto tra eletto ed elettore.
Anche per MCL è fondamentale ripristinare un rapporto diretto tra eletti ed elettori, permettendo ai cittadini di scegliere i propri rappresentanti; ma nel suo messaggio scritto il presidente Alfonso Luzzi ha invece espresso un giudizio positivo sulla stabilità dei governi perseguita dalla proposta di legge elettorale, ritenendola una qualità necessaria per l’affidabilità internazionale del Paese e per permettere ai governi di rispondere del proprio operato agli elettori. Luzzi si è detto favorevole anche all’indicazione del capo del governo da parte delle coalizioni per ragioni di trasparenza e chiarezza verso gli elettori
Nel suo intervento MCL ha sottolineato il rischio di essere strumentalizzati nella critica alla legge elettorale dall’opposizione politica al governo Meloni.
Al termine degli interventi programmati, Argia Albanese, intervenendo in rappresentanza del Movimento dei Focolari, ha ribadito lo stretto legame dell’iniziativa con le Settimane Sociali di Trieste, facendo presente che nonostante le possibili divergenze su temi specifici le associazioni sono unite dalla preoccupazione per il destino della democrazia. L’obiettivo finale della politica non è la vittoria di una singola parte, ma il bene comune.
Di fatto, all’invito all’incontro rivolto dagli organizzatori a tutti i partiti, hanno risposto tra le figure apicali Elly Schlein e Giuseppe Conte che hanno preso la parola per ultimi.
La segretaria del PD ha citato l’esempio di buona politica espressa dai cattolici democratici come Tina Anselmi. Ha ribadito poi le forti critiche verso la proposta di legge elettorale, in particolare per l’abnormità di un premio di maggioranza distorsivo, il sistema delle liste bloccate e il mancato riconoscimento del voto ai fuorisede. È questo un cavallo di battaglia del centro sinistra anche perché rappresenta statisticamente buona parte di quei potenziali elettori.
Il presidente del M5S ha, da parte sua, posto l’attenzione contro le lobby occulte di potere che permettono il dominio della finanza speculativa sull’economia reale. Oltre alle critiche sul Melonellum, Conte ha proposto l’alternativa di un sistema proporzionale con preferenze e soglie di sbarramento adeguate (dal 3 al 2% se da soli o in coalizione). Ha inoltre accennato al progetto “Nova” come esempio di democrazia deliberativa dal basso, che ha permesso di raccogliere migliaia di contributi da iscritti e non al M5S, tra i quali anche appartenenti all’associazionismo ecclesiale. Toccando temi cari ad alcuni dei partecipanti, l’ex presidente del Consiglio ha delineato il profilo di una coalizione definita “Alleanza per la Costituzione” impegnata a fare dell’Europa una superpotenza di pace.
Nel corso dell’incontro, infatti, Manfredonia ha espresso una forte critica verso l’egemonia della logica di guerra che spinge l’economia verso la produzione bellica mentre Laila Simoncelli, della Comunità Papa Giovanni XXIII, ha messo in evidenza la valenza politica e istituzionale di un ministero della Pace.
L’autorità legittima
Tre ore di incontro molto intense che hanno fatto emergere la complessità dell’impresa necessaria di dare voce alla democrazia, toccando questioni concrete tra realtà associative che non possono essere viste come depositare di chissà quali masse di voti, ma espressione di un grande patrimonio di umanità e di forza morale.
Il cardinale Zuppi, nel suo messaggio, ha citato il passaggio di un discorso in cui papa Leone afferma che «la legittimità dell’autorità non dipende dall’accumulo di forza economica o tecnologica, ma dalla saggezza e dalla virtù con cui essa viene esercitata». Parole che assumono un peso particolare per la politica dopo la visita del papa a Lampedusa del 3 luglio dove ha detto: «I morti in questo mare sono vittime di decisioni prese e mancate».
Non mancheranno, quindi, motivi per continuare il dibattito promosso all’Istituto Sturzo il 6 luglio 2026 in vista delle elezioni politiche che si terranno in forza di una legge che appare, al momento, difficile da cambiare.
Oltre agli interventi citati, hanno offerto il loro contributo al dibattito anche Francesco Scoppola e Roberta Vinci, dell’Agesci; Ernesto Preziosi, di Argomenti 2000; Adriano Roccucci, della Comunità di Sant’Egidio; Luca Piras e Sara Mentzel, per l’Ordine Francescano Secolare d’Italia e Luigi D’Andrea, del Meic.
