Palermitano, 31 anni, primo violino dell’Orchestra di Santa Cecilia. La sua vita è costruita dentro un equilibrio mobile tra orchestra, musica da camera, attività solistica in contesti internazionali, insegnamento, progetti futuri, collaborazioni. «Questa pluralità – dichiara – mi permette di non irrigidirmi, di restare in movimento per continuare a crescere in modo trasversale». Persona affabile, gioviale, trasmette grande passione per il suo mestiere, e per quel violino a lui affidato, un “Guarneri del Gesù”, strumento che ha quasi tre secoli di vita: «Circa 285 anni – precisa –, uno strumento che porta con sé una storia immensa, un peso artistico, umano e simbolico che va ben oltre il suo grande valore economico».

Roma, Auditorium Parco della Musica 29 02 2024
Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia
direttore Riccardo Minasi
violino Andrea Obiso
Salut à la France!
Rameau Ouvertures: Zaïs, Les Fêtes de Polymnie, Naïs
Saint-Saëns Concerto per violino n. 3
Ravel Le tombeau de Couperin
Bizet Carmen suite
© Musacchio & Pasqualini / MUSA
Come è nata la passione per la musica?
«A volte nasce quasi per caso, o meglio, da un ascolto profondo. Per me è stato proprio così. I miei genitori sono entrambi musicisti, ma non mi hanno mai spinto a suonare uno strumento. Questa è stata una grande fortuna. Da piccoli spesso si viene indirizzati troppo presto verso qualcosa; loro invece hanno preferito aspettare che la curiosità nascesse da sola. Mi hanno educato all’ascolto, non allo studio forzato».
Entrato in conservatorio giovanissimo, a 14 anni ottiene il diploma finale, un risultato precoce. Già a 10 aveva iniziato a studiare con il grande violinista russo Boris Belkin, all’Accademia Chigiana di Siena, trascorrendo con lui 10 estati di studio intensissimo, imparando una disciplina rigorosa. Successivamente si trasferisce a Maastricht per diversi anni, poi negli Stati Uniti, al Curtis Institute of Music di Philadelphia, una delle scuole più selettive al mondo. Tra i maestri con cui ha studiato, chi l’ha marcato maggiormente è stato Aaron Rosand. «Mi ha insegnato qualcosa di fondamentale: il distacco. Non un distacco emotivo freddo, ma la capacità di lasciare spazio alla musica. Il musicista non deve diventare il centro della scena. Deve essere un tramite. Tra il compositore e chi ascolta. Il nostro compito è servire la musica. C’è una parola che uso con grande precisione: servizio».
Avendo iniziato da piccolo, quali sacrifici ha comportato?
Mi considero una persona profondamente fortunata e vivo con un senso costante di gratitudine per il percorso che ho avuto. I sacrifici, specie nell’adolescenza, ci sono stati, eccome. Le rinunce non le ho mai vissute come privazioni insopportabili. Le facevo volentieri, perché in fondo sentivo già che quella era la mia strada. Da alcune rinunce importanti, da occasioni perdute o difficoltà vissute, ho imparato che non sono soltanto ostacoli: spesso sono il luogo in cui si forma una persona.
Che ricordi hai della tua adolescenza?
Ho bellissimi ricordi dei tempi della scuola e dei miei compagni di classe. Quella dimensione sociale, quel crescere insieme, mi ha dato coraggio e mi ha formato profondamente. Mi ha insegnato che il percorso individuale non esiste mai del tutto da solo: ha sempre bisogno di una comunità, anche piccola, che ti accompagni. Per questo oggi sento molto forte anche il valore dell’insegnamento. Credo che in questa fase così veloce e dispersiva della storia, investire nell’incontro con i giovani sia fondamentale. Restituire qualcosa di ciò che si è ricevuto è parte integrante della vita di un musicista.

ph Accademia Santa Cecilia
La tua attività è fatta anche di insegnamento…
Insegnare è come prendere forma nell’altro. Non sento ancora di essere “l’insegnante” nel senso tradizionale del termine. Mi sento piuttosto qualcuno che accompagna, che allena, che cerca di capire la forma di chi ha davanti, come l’acqua che entra in un contenitore che inizialmente ne assume la forma. Se l’allievo è spigoloso, disordinato, timido, rigido, bisogna prima comprenderne la natura. Solo dopo si può aiutarlo a espandere quella forma, a renderla più ampia, più consapevole, più libera. Per questo, all’inizio, cerco di non impormi come semplice insegnante di violino, ma come educatore all’ascolto del proprio suono.
Parlaci del rapporto con l’orchestra e con il pubblico.
L’esperienza musicale si costruisce sempre insieme agli altri, e ogni pubblico apre un livello nuovo dell’interpretazione. Nel concerto dal vivo ciò che conta prima di tutto è l’incontro: tra chi sta sul palco e chi ascolta, ma anche tra i musicisti, nello stesso spazio, nello stesso respiro. Mi piacerebbe che l’ascoltatore si sentisse coinvolto come presenza viva nello stesso accadere sonoro, che sentisse l’empatia profonda tra gli interpreti, quasi fino al punto di voler prendere parte a quel gesto, di immaginarsi dentro la musica.
Qual è il valore più grande dello stare sul palco e con un’orchestra?
È il luogo dell’incontro. Ed è una scuola continua. Si vive dentro un microcosmo: tanti musicisti, sensibilità, visioni anche molto lontane tra loro. Ed è proprio questo il suo valore più grande. Rapportarsi con direttori, colleghi, solisti che possono sentire un brano in modo completamente diverso dal tuo ti obbliga a uscire da te stesso. E forse tutta l’arte, in fondo, è questo: un luogo in cui differenze anche radicali riescono a convivere e a generare qualcosa di comune. Questa dimensione collettiva ti rende più versatile, più aperto, più vivo.
E la gratificazione più grande?
Nasce quando si ha la consapevolezza di essersi messi interamente a disposizione di qualcosa, di aver offerto tutto ciò che si aveva come servizio. E questa gratificazione cresce ancora di più quando la si percepisce condivisa con gli altri musicisti con cui si esegue lo stesso brano.
Cos’è il talento, e chi è l’artista?
Il talento è un dono ambiguo, una lama a doppio taglio. Da una parte ti permette di scoprire te stesso e il mondo più in fretta, una velocità di accesso a certi livelli di comprensione o di espressione. Dall’altra, però, non può mai bastare. Col tempo diventa quasi l’anello più esterno di una struttura molto più complessa. Il nucleo vero è fatto di lavoro, ascolto, maturazione, capacità di integrare altri aspetti della propria persona. L’artista lo vedo come una figura complessa, qualcosa che eccede, che mostra, che rivela. Una figura che all’inizio ha il privilegio di percepire il mondo in modo più rapido o più intenso, ma che poi deve imparare a trasformare questa dote in responsabilità.
Altre passioni fuori dalla musica?
Il mare è imprescindibile. Il rapporto con l’acqua. E la pesca. Amo la pittura e la scultura. E poi i dialetti, le imitazioni, le voci, perché portano con sé una geografia umana, culturale, sonora. Una persona, nel modo in cui parla, racconta sempre da dove viene. Anche questo per me è musica.
