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Mondo > Sport

Mondiali di calcio: sprazzi di gioia e unità per Haiti

di Mario Agostino

- Fonte: Città Nuova

La nazionale di Haiti è stata la prima squadra a essere aritmeticamente eliminata dai Mondiali di calcio 2026 in corso in America, ma il valore della sua partecipazione va ben oltre il rettangolo verde…

I giocatori di Haiti si schierano per una foto di gruppo prima della partita della fase a gironi della Coppa del Mondo FIFA 2026 tra Marocco e Haiti, ad Atlanta, Georgia, Stati Uniti, il 24 giugno 2026. Credit: ANSA/EPA/RONALD WITTEK.

Cinquantadue anni dopo l’ultima apparizione a un Mondiale, la nazionale di calcio di Haiti ha centrato non solo l’orgoglioso obiettivo di apparire nel più grande torneo delle nazioni, ma anche di segnare: nello specifico, per ben due volte, contro il Marocco, nella terza ed ultima partita del suo girone eliminatorio. Torna a casa senza punti e vittorie, come prevedibile, ma lo fa dopo alcune settimane in cui, dietro a quel pallone, il Paese è sembrato rivivere sprazzi di rara unità: come una comune ragione popolare e aggregativa, nel bel mezzo di una situazione che galleggia tra l’anarchia istituzionale e il caos civile. Ma andiamo con ordine.

La cronaca sportiva vuole che la squadra non abbia potuto giocare nella propria capitale di Port-au-Prince una sola partita in tutte le qualificazioni, dato che lo stadio è per lo più in mano a bande armate e nel 2010 fu peraltro distrutto da un terremoto in cui morirono circa 200 mila persone. Inoltre a soli tre giorni dal gran debutto con la Scozia di metà giugno la federazione era stata costretta a modificare le maglie per via di una grafica che richiamava la sua lotta all’indipendenza dalla Francia.

Intanto, gran parte della popolazione vive sotto la soglia di povertà e nell’ultimo anno l’isola ha registrato più di 5 mila morti per mano delle bande armate. Non a caso Fils-Aimé, imprenditore filo trumpiano alla guida (presunta) del Paese, lo scorso aprile aveva incontrato il segretario di Stato USA, Marco Rubio, per un aiuto nel combattere le gang. Secondo l’Onu, negli ultimi 5 anni sono state uccise più di 16 mila persone e lo stesso Massimo Miraglio, missionario del Vaticano, ha rivelato ai colleghi della Gazzetta dello Sport che per far passare aiuti umanitari come cibo, medicine, vestiti è stato costretto a pagare i criminali: «Possono fermarti in qualsiasi momento, sequestrarti tutto e, se vogliono, persino ucciderti».

Anche per questo motivo la partecipazione al Mondiale, evidentemente favorita dalla straordinaria automatica qualificazione di Messico, Stati Uniti e Canada alla fase a gironi in quanto Paesi ospitanti, vede una squadra in cui i giocatori nati effettivamente nel Mar dei Caraibi sono solo 10 su 26: ben 12 sono nati in Francia da genitori haitiani, uno in Canada, uno in Svizzera e altri due negli Stati Uniti. Del resto, non si tratta propriamente di una squadra paragonabile alle altre, zeppe di professionisti spesso anche lautamente pagati: uno dei giocatori nati in patria, Wilguens Paugain, terzino dello Zulte Waregem, prima di unirsi alla spedizione di del coach Sébastien Migné consegnava pizze a domicilio.

Passa anche da un intreccio con l’Italia invece la vicenda di Woodensky Pierre, 21 anni, mediano da Cité Soleil, città ove non di rado si muore ancora di AIDS e dove solo nel 2024 una banda uccise in una sola maledetta giornata ben 207 persone: è l’unico che gioca in patria, con il Violete di Port-au-Prince, ma prima di arrivarci è passato dalle giovanili dell’Ascoli FC Haiti. Si tratta di una squadra che porta il nome della città delle nostre Marche appena tornata in serie B, il cui obiettivo è togliere i ragazzi dalla strada e dare loro un futuro: il nome arrivò dopo che, negli anni ’90, un gruppo di haitiani visitò Ascoli, rimanendo così incantato da odori, sapori e ospitalità da fondare una squadra che lo ricordasse.

Il volto più rappresentativo è stato senza dubbio quello di Frantzdy Pierrot, 31 anni e doppia cittadinanza haitiana-americana, da Cap-Haitien, dove Cristoforo Colombo lasciò i superstiti della Santa Maria, ma questa è storia italiana sin troppo antica. Il padre, insegnante e autista di autobus, era fuggito negli USA per dare stabilità alla famiglia ed ogni mese inviava a Frantzdy e partenti quanto poteva. Tra tanti club girati per il mondo, nel 2025 Pierrot fece 20 ore di macchina per fuggire dalla guerra in Iran e, una volta arrivato al confine con l’Azerbaigian, fu rifiutato inizialmente per mancanza di documenti, dato che le guardie non credevano inizialmente fosse davvero un calciatore, cosa che poi riuscì a dimostrare connettendosi.

Anche se è passato tempo da quel 1974, l’Italia resta sullo sfondo: l’ultimo ct ad aver portato al Mondiale i “rouge et bleu” fu Ettore Trevisan, allenatore triestino scomparso nel 2020. Traghettò la nazionale al Mondiale, ma l’allora dittatore haitiano François Duvalier gli tolse l’incarico prima dello sbarco in Germania Ovest, perché Ettore raccontò la vita vera dello Stato ai colleghi del Corriere della Sera: «Ho trovato ragazzi che non mangiavano abbastanza, vivevano in baracche miserabili, non sapevano cosa volesse dire allenarsi. Credevano di dover perdere per forza contro le squadre degli uomini bianchi, o magari di dover ricorrere ai riti vudù. Ho detto loro: guardate Cassius Clay, Frazier e altri, che sono neri e le suonano a tutti».

Riuscì a spronarli così, circa mezzo secolo prima delle dimissioni dell’ex premier Ariel Henry, dopo il quale un Consiglio presidenziale di transizione ha preso in mano il potere esecutivo di un Paese che oggi è al collasso economico e civile: le istituzioni statali sono quasi del tutto assenti e Port-Au-Prince stessa è completamente fuori controllo, senza che all’orizzonte si palesino nuove elezioni democratiche, mancanti dal 2016. Il peggio è arrivato dopo l’assassinio del presidente Jovenel Moïse nel 2021, che ha gettato l’isola di Haiti in un baratro di ingovernabilità.

Questi Mondiali, se non altro, riaccendono riflettori mediatici in zone d’ombra del pianeta che rischiamo spesso di dimenticare e, almeno per qualche settimana, oltre un milione di haitiani sfollati e migliaia di civili che continuano a subire violenze, se non addirittura stupri e omicidi, possono posare gli occhi insieme su un pallone che rotola incrociando i popoli del mondo. Vedendo la bandiera di Haiti almeno per qualche frangente sventolare pensando ad un unico popolo. La crisi sociale, come quella alimentare e sanitaria, continua e, sebbene il risultato sportivo della squadra vada in secondo piano, il Paese ha potuto festeggiare e gioire almeno in occasione dell’inno e di quel meraviglioso gol all’incrocio dei pali che Wilson Isidor ha consegnato alla storia del calcio nella gara contro il Marocco, pur persa 4-2. La speranza resta quella di vedere gioire presto di nuovo questo popolo, non più solo per qualche settimana, ma per una ritrovata serenità civile e sociale.

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