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Italia > Società

Centro estivo, quanto mi costi

di Chiara Andreola

- Fonte: Città Nuova

I dati di Federconsumatori ed Eures-Adoc confermano che per i genitori è sempre più difficile potersi permettere le attività estive per i figli. Mentre restano lettera morta le proposte di revisione del calendario scolastico

Alcuni bambini partecipano al centro estivo organizzato in un parco dalla scuola per l’infanzia ”In Crescendo”, Roma. ANSA/FABIO FRUSTACI

Puntuale come ogni anno, con la fine delle scuole, si riaccende l’usuale polemica: le ferie estive durano, a seconda del calendario di ciascuna Regione, dalle 12 alle 14 settimane, contro le 2, 3 nel migliore dei casi, dei genitori. Per tutto il resto del tempo, a meno di non disporre di nonni in quella fascia di età dell’oro in cui sono sufficientemente anziani per essere in pensione, ma sufficientemente giovani per occuparsi dei nipoti, la soluzione pare essere sempre e solo una: i centri estivi, i cui costi non accennano a diminuire.

Secondo i dati del Quarto monitoraggio annuale, recentemente uscito e realizzato dall’Osservatorio Eures-Adoc in otto grandi città italiane, la tariffa media nazionale a tempo pieno infatti è salita a 179 euro a settimana per bambino, in crescita del 3,5% sul 2025 e del 27% nell’ultimo triennio. Certo, parliamo di una cifra media, con fluttuazioni significative tra aree urbane e non, Nord e Sud, centri estivi pubblici oppure privati, formule che prevedono solo la mattina, la mezza giornata con il pranzo o la giornata intera, e possibili attività collaterali che fanno lievitare i costi. In ogni caso la spesa rimane consistente, e non sempre alla portata di chi magari di figli ne ha più d’uno. Dati simili da Federconsumatori, che stima a 186 euro il costo medio per un centro estivo privato e 99 per uno pubblico, in crescita del 5,7% sull’anno scorso.

Scendendo più nel dettaglio dell’indagine Eures-Adoc, per una giornata a tempo pieno si spende in media 196 euro al Nord (con punte di 233 a Milano), 185 al Centro e 143 al Sud. Circa la metà dei centri estivi censiti non applica riduzioni per fratelli, e quelli che lo fanno praticano sconti in media del 7%. Va poi detto che per “tempo pieno” si intende solitamente fino alle 16 o 17, lasciando una fascia scoperta per chi lavora fino a più tardi, che implica costi aggiuntivi.

Caso a parte poi i centri estivi cosiddetti “tematici”, ossia quelli con un focus ad esempio su uno specifico sport o sulla lingua inglese, i cui costi sono ovviamente legati all’attività in questione: scorrendo i dati Federconsumatori, si vedono cifre dai 150 ai 350 euro settimanali.

Certo, esistono anche “isole felici”, specie al di fuori delle grandi città: pensiamo ad esempio agli oratori o alle parrocchie, dove – magari a fronte del pranzo al sacco portato da casa – si scende anche a 50 euro settimanali, forti tra l’altro del fatto che gli animatori che si occupano delle attività dei ragazzi sono volontari.

Vanno poi citati gli aiuti istituzionali: i centri estivi comunali prevedono generalmente rette differenziate in base alla fascia di reddito, ed esistono agevolazioni previste sia dalle singole Regioni che dallo Stato per alcune particolari situazioni, come il bonus centri estivi; ma rimangono misure che, per quanto utili, non spostano il problema di fondo – ossia il fatto che non tutti si possono permettere queste attività, senza che esistano nel contempo altre soluzioni valide.

E non è questione di voler “usare la scuola (o il centro estivo) come un parcheggio per i figli”: l’impraticabilità di avere un figlio a casa da solo tutto il giorno mentre si è al lavoro, o di prendersi l’intera estate di congedo, o anche solo di tenere il figlio così tanto tempo lontano dai coetanei (perché no, non viviamo tutti in idilliaci paesini dove i bambini scorrazzano tutto il giorno in bicicletta con i compagni senza mettere a rischio la fedina penale dei genitori per abbandono di minore, oltre che la propria incolumità) è evidente.

Che fare dunque? Torniamo all’annosa questione della revisione del calendario scolastico, da anni rimasta lettera morta per l’opposizione di diverse categorie – dai sindacati della scuola motivandolo con il caldo eccessivo negli edifici scolastici (ma molti centri estivi vengono ospitati proprio nelle stesse scuole), balneari e settore turistico (che temono un calo delle presenze a giugno e settembre e una loro concentrazione a luglio e agosto con conseguenti problemi logistici, magari non riuscendo a soddisfare tutte le richieste o comunque peggiorando l’esperienza turistica a causa del sovraffollamento). L’Emilia Romagna, che aprirà quest’anno le porte delle scuole – ma solo per attività educativo-ricreative, senza fare lezione e senza alcun obbligo di frequenza – dal 31 agosto, ha dovuto affrontare in prima battuta la contrarietà dei balneari.

L’Italia è uno dei Paesi europei che fa pause estive più lunghe, legate ancora ai tempi della mietitura: Germania e Regno Unito ne fanno in media 6, Francia, Austria, Belgio, Irlanda e Norvegia 8, e anche i nostri “compari” mediterranei Spagna, Portogallo e Grecia ne fanno una decina. E questo a fronte di un numero di giorni di scuola totale che non ha grandi differenze tra un Paese e l’altro: vengono infatti generalmente previste altre pause in autunno e in primavera. Una proposta avanzata più volte anche in Italia, dallo stesso ministero del Turismo, anche in un’ottica di destagionalizzazione: il modello citato è quello tedesco, dove i vari Land prevedono anche settimane di vacanza leggermente “sfalsate” tra l’uno e l’altro, così da favorire flussi turistici più regolari nel corso dell’anno.

Anche per gli studenti diverse ricerche confermano i benefici di pause più brevi, ma più distribuite durante l’anno, sia per “dosare” meglio le forze che per massimizzare l’apprendimento: secondo l’American Educational Research Association (negli Usa le vacanze estive durano, a seconda dello Stato, dalle 10 alle 12 settimane), più del 51% dei ragazzi va incontro a «summer learning loss», ossia perde tra il 17 e il 28% di nozioni in campo umanistico e tra il 25 e il 34% in matematica.

Mi permetto di concludere con un’esperienza personale, derivata dall’aver trascorso in Australia un periodo a cavallo tra il quarto e il quinto anno di scuola superiore. Nello stato in cui ero ospitata, il Victoria, il calendario scolastico prevedeva di alternare 10 settimane di scuola a 2 di vacanza per 4 trimestri, tranne per la pausa estiva (che comprendeva anche il Natale e Capodanno) in cui le settimane erano sei. Totale: 40 settimane di scuola e 12 di vacanza, distribuite in maniera equa nelle 52 settimane dell’anno, così da non arrivare mai ad avere la sensazione di “non farcela più a studiare”. Anche per i genitori era più semplice organizzarsi con ferie e permessi, non dovendoseli prendere “in massa” per 12 settimane consecutive, e riducendo quindi la necessità di trovare “parcheggi” – se così li vogliamo chiamare – per i figli. E no, in Australia non fa meno caldo che da noi.

Certo, sarebbe semplicistico dire che una soluzione valida per un Paese sia necessariamente valida anche per un altro; ma senz’altro rimane valido l’appello ad una riflessione su che calendario scolastico vogliamo avere, senza trincerarci dietro a questioni come il caldo o il timore che le famiglie non vadano in ferie. Anzi, se spendono meno per il centro estivo, magari è più probabile che ci vadano.

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