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Mondo > Elezioni

L’Armenia sceglie la pace

di Bruno Cantamessa

- Fonte: Città Nuova

Bruno Cantamessa Autore Citta Nuova

Le elezioni politiche dell’Armenia – piccola repubblica del Caucaso – si sono svolte il 7 giugno scorso. Il partito centrista Contratto Civile ha ottenuto il 49,81% dei voti, il blocco di opposizione filorusso il 23,29%. Gli armeni hanno scelto la prospettiva europeista e una certa distanza da Mosca. Soprattutto, hanno scelto di “istituzionalizzare la pace” con l’Azerbaigian, dopo la guerra di 3 anni fa

Il primo ministro armeno Nikol Pashinyan vota alle elezioni parlamentari in un seggio di Erevan, Armenia, 7 giugno 2026. Credit: ANSA/EPA/PHOTOLURE.

Domenica 7 giugno in Armenia ci sono state le elezioni parlamentari. È una notizia che certamente è circolata, ma per molti è un’informazione difficilmente inquadrabile nel contesto dell’Armenia e della sua storia. Personalmente, avendo conosciuto in Medio Oriente numerosi armeni della diaspora, ho cercato di approfondire. Si tratta di una notizia importante e che, in questi tempi cupi di guerre che sembrano inestinguibili, apre un orizzonte di speranza, per quanto fragile.

A spoglio ultimato, dunque, il partito centrista Contratto Civile del primo ministro uscente Nikol Pashinyan ha ottenuto il 49,81% dei voti, il blocco di opposizione filorusso il 23,29%. Con Pashinyan gli armeni hanno scelto la prospettiva europeista e una certa distanza da Mosca senza però tagliare del tutto i rapporti (Russia permettendo, nonostante tutto). Soprattutto, la linea che ha prevalso è una non facile rinuncia al Nagorno-Karabakh per puntare allo sviluppo dei rapporti con Azerbaigian e Turchia. A questo proposito, Pashinyan ha dichiarato che Erevan vuole “istituzionalizzare la pace” con Baku e aprire rapporti pacifici con la Turchia, che ha sempre sostenuto gli azeri. La questione del Nagorno-Karabakh (regione abitata prevalentemente da armeni ma situata in un’enclave dentro i confini azeri) pesava da un secolo nei rapporti fra le due popolazioni e più tardi repubbliche. Dopo la conquista azera di tre anni fa, con le armi, almeno 100mila armeni hanno abbandonato il nativo Nagorno-Karabakh.

L’Armenia (come l’Azerbaigian) ha fatto parte per molti decenni dell’Unione Sovietica, rendendosi indipendente solo nel 1991, per poi rimanere comunque nell’orbita russa. La repubblica armena è un piccolo Paese del Caucaso, poco più grande della Sicilia, ha tre milioni di abitanti ed è quasi totalmente montuoso. Ma l’Armenia storica, molto più grande dell’attuale repubblica caucasica (comprendeva tutta la parte centro-orientale dell’attuale Turchia), ha un glorioso passato che si perde nella notte dei tempi. Prima nazione cristiana, fin dal 301, negli ultimi 1.000 anni raramente è stata libera. Per oltre 4 secoli è stata contesa fra l’Impero Ottomano e quello Persiano. In tempi a noi più vicini, sono note le drammatiche vicende dei primi due decenni del XX secolo che videro lo sgretolamento dell’Impero Ottomano e il sofferto affermarsi della Repubblica di Turchia, che nacque combattendo contro le potenze coloniali vincitrici del I conflitto mondiale (1914-1918), soprattutto Regno Unito e Francia, dopo la messa fuori gioco dell’Impero Russo al tempo della Rivoluzione (1917) che porterà alla nascita dell’Unione Sovietica. Sono gli anni di quello che è stato chiamato lo sterminio o il genocidio degli armeni avvenuto fra il 1915 e il 1923 in diverse fasi.

Il genocidio fu programmato e voluto dai cosiddetti “Giovani Turchi”, militari che dal 1915 controllavano il governo dell’Impero Ottomano. Lo scopo era la cancellazione della presenza armena nell’Anatolia orientale, la patria storica degli armeni. L’atto primo della tragedia avvenne il 24 aprile 1915 a Istanbul: i militari arrestarono 230 uomini: intellettuali, medici, avvocati, religiosi e giornalisti armeni. Vennero tutti eliminati. Seguì l’arresto, la deportazione e lo sterminio della maggior parte dei maschi armeni fra 15 e 60 anni (circa 800 mila), considerati un pericolo a causa di loro vere o presunte simpatie per la Russia (all’epoca ancora zarista), che era alleata con Francia e Regno Unito (Triplice Intesa). Mentre l’Impero Ottomano era schierato con Austria e Germania.

Nel 1916 ci fu la seconda fase del genocidio: la deportazione della restante popolazione armena, composta a questo punto per il 90% da donne, bambini e anziani. Molte donne vennero costrette a sposare turchi o turcomanni e molti bambini affidati a famiglie musulmane. Tanti gli anziani uccisi. Gli altri vennero costretti a camminare nel deserto verso sud, praticamente senza cibo né acqua. La fame, la sete, le epidemie e la violenza provocarono una mortalità elevatissima. Ben pochi arrivarono a Deir-Ez-Zor, in Siria. Si calcola che complessivamente vennero uccisi fra 1,5 e 3 milioni di armeni. I superstiti ripararono come poterono, nella neonata Repubblica d’Armenia (protetta dai russi ormai divenuti sovietici), in Egitto, Siria, Libano, Palestina e Iran. Ma anche in Europa, Canada e Stati Uniti, dove oggi vive la più grande comunità armena della diaspora, oltre un milione di discendenti.

Tra i martiri della prima ora è d’obbligo ricordare l’arcivescovo armeno-cattolico (una chiesa nata nel 1742 dalla Chiesa nazionale armena) di Mardin: Choukrallah Ignazio Maloyan (1869-1915). Monsignor Maloyan aveva studiato in Libano (a Bzommar, sede ancora oggi del Patriarcato di Cilicia degli armeni), era diventato sacerdote nel 1896 e vescovo nel 1911. L’11 giugno 1915, dopo essere stato torturato e aver rifiutato più volte di convertirsi all’islam, era stato freddato con un colpo di pistola alla nuca a Kara-Kenpru vicino a Diyarbakir, in Turchia. È stato beatificato nel 2001 da Giovanni Paolo II e dichiarato santo da papa Leone XIV il 19 ottobre 2025.

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