Dopo 40 anni Susanne Ganarin è tornata nel luogo del suo matrimonio. Non è la prima volta, ma questa è un’occasione speciale, insolita. Questa volta è venuta da sola al luogo di pellegrinaggio Maria Bildstein nel cantone di San Gallo. Vuole riportare la sua fede nuziale. In precedenza aveva scritto al sacerdote del santuario locale, un benedettino, spiegandogli le sue motivazioni, e aveva ricevuto una risposta affettuosa e consenziente, anche se una cosa del genere non era mai successa prima.
È il 26 luglio 2024 quando intraprende il sentiero attraverso il bosco, lungo un crocevia, fino alla cappella di pellegrinaggio. Poco prima di arrivare a destinazione, le campane iniziano a suonare. «Come allora», osserva Susanne.
Dopo la funzione religiosa, che la commuove profondamente, si reca nella sacrestia e, in un momento solenne, consegna al padre la sua fede nuziale. Successivamente torna nella cappella, dove è completamente sola. In preghiera, ripensa al suo matrimonio, ringrazia per gli anni felici e per i suoi figli, chiede perdono per i suoi errori e perdona suo marito per averla ferita. «È stato un momento sacro per me. Ho potuto chiudere con Dio e ho provato una sensazione di libertà e luce interiore», riconosce Susanne.
Poi scende al lago, compra un gelato e torna in battello a Zurigo per dare a questa giornata un tocco speciale…
Nata nel 1958, Susanne Ganarin è cresciuta con i genitori e i due fratelli maggiori. All’età di 14 anni conosce il Movimento dei Focolari grazie a suo fratello Max. Ricorda che era andata a trovarlo nella cittadella di Loppiano, dove insieme ad altri giovani si preparava per diventare focolarino, cioè per consacrare la sua vita a Dio in maniera laica.
In quell’occasione Susanne aveva incontrato un gruppo di persone provenienti da tutto il mondo, in cui né il colore della pelle né l’origine sociale avevano alcuna importanza. All’epoca era molto interessata al leader dei diritti civili statunitense Martin Luther King e alla questione di come superare il razzismo. Rientrata a Zurigo, è andata ad abitare con quattro ragazze Gen, le giovani del Movimento dei Focolari. Dopo un po’ di tempo anche lei ha preso la sua decisione personale: Dio avrebbe avuto il primo posto nella sua vita.
A Zurigo era un periodo turbolento, caratterizzato dalle proteste giovanili. I giovani si incontravano nel centro giovanile autonomo e, dopo la sua chiusura, in una piazza vicino alla stazione centrale. Molti di loro avevano problemi di droga. «Volevamo stare loro vicini e, per quanto possibile, condividere la loro vita – spiega Susanne –. Per questo, una volta siamo rimaste a Zurigo durante il periodo natalizio e non siamo tornate dalle nostre famiglie». I Gen trascorrevano del tempo con loro, li ascoltavano a lungo e aiutavano nella distribuzione regolare dei pasti. Queste e altre esperienze hanno suscitato in loro l’impressione che fosse possibile cambiare il mondo iniziando dal piccolo.
Per un po’ Susanne si è chiesta se la sua vocazione fosse, come per suo fratello Max, quella di una persona non sposata che vive in una comunità del Focolare. Per approfondire la questione, ha vissuto alcuni mesi nel focolare di Zurigo. Seppure fosse uno stile di vita attraente, Susanne riconosceva che anche il matrimonio e la famiglia erano una strada verso Dio, e che questa via sarebbe stata la sua.
Dopo la maturità studia germanistica a Zurigo e lavora per molti anni dando tutta sé stessa come insegnante fino al pensionamento. Durante gli studi conosce un insegnante italiano originario della provincia di Trento, si innamorano e nel 1984 si sposano. Insieme avranno, nello spazio di 9 anni, cinque figli: quattro femmine e un maschio. Una grande gioia e un grande cambiamento. Quel mondo che Susanne voleva cambiare stava diventando molto piccolo: bambini e casa. C’è voluto del tempo, ma poi ha realizzato di dover mettere Dio al primo posto in un nuovo modo: «Tutto ha il suo valore, posso contribuire sempre a cambiare qualcosa», si è detta, decidendo di vivere nel quotidiano, di non apparire, rinunciando ad essere sui palchi scenici. «In tutto ciò è maturata la mia fede di bambina», confessa.
La sfida più grande però doveva ancora arrivare: nel matrimonio incominciavano a subentrare le difficoltà. Susanne e suo marito si stavano allontanando fra loro e non riuscivano più a parlarsi dei problemi. Per lungo tempo pensava che poi tutto si sarebbe risolto, che l’amore avrebbe vinto, ma sempre più cresceva in lei lo sforzo fisico e spirituale.
Ricorda che in alcuni di quei momenti i suoi amici del focolare le stavano molto vicini per sostenerla in modo decisivo, ma poi si ritrovava a terra. Non sapeva come andare avanti quando qualcuno dal focolare l’ha telefonata e lei ha condiviso la sua sofferenza: «Non ce la faccio più, lo so che qui incontro Gesù crocifisso, al quale posso dare il mio amore, però non ci riesco». Il suo interlocutore l’ascolta a lungo e poi le dice solo una frase: «Lo facciamo per te!». Era proprio ciò di cui aveva bisogno: «Potevo cadere e sono stata sostenuta dalle braccia di un fratello».
Poco tempo dopo parla anche con una focolarina. Suo marito aveva già espresso più volte di voler partire, ma lei voleva tenere unita la famiglia. «Ho vissuto situazioni difficili nella fiducia che ci saremmo riusciti. Mi è costata molta fatica, forse troppa!», le dice Susanne, a cui l’amica del focolare risponde: «Così non può andare avanti, dovete separarvi».
«Probabilmente non avrei accettato questo consiglio da nessun altro – racconta Susanne –, sennò da una persona a me così vicina e che conosce le mie convinzioni. Mi ha aperto gli occhi sul vicolo cieco nel quale mi trovavo e ho deciso di accettare di trovare la forza di parlarne con mio marito».
Poco dopo lui ha lasciato la casa. Iniziava così un periodo difficile, soprattutto per i figli. Susanne prosegue: «Parlavo interiormente con Chiara Lubich, morta nel marzo di quell’anno. In cuore una frase mi tornava continuamente: vivi come una figlia di Dio! Ne ho compreso il significato: Dio è mio Padre, Lui lo permette, lo posso accettare». Ciò l’ha aiutata in varie situazioni a reagire positivamente. Nel 2008 la coppia si è separata e dal 2020 è divorziata.
Dietro questa storia si nascondono innumerevoli momenti di gioia e di dolore, speranza e delusione, nuovi inizi e disperazione. Un episodio: «Una sera ero insieme ai due [figli] più piccoli, che all’epoca avevano 12 e 15 anni. Stavano piangendo e parlando del loro papà, quando improvvisamente uno dei due ha espresso: “Siamo una famiglia distrutta!”. Spinta da un impulso interiore, in quel momento ha potuto dire chiaramente: “Non è vero! Dall’esterno sembra così, ma non siamo una famiglia distrutta. Ci vogliamo bene. Vogliamo ancora bene anche a papà, e lui a noi”. La ragazza si è calmata e, 14 giorni dopo, mentre erano tutti seduti a tavola, proprio lei ha esclamato: “Siamo davvero una famiglia fantastica!”».
Susanne non ha restituito l’anello con leggerezza. Dopo che si sono separati ha continuato a indossarlo. Per lei era ovvio: «Dopotutto abbiamo vissuto tante cose belle, abbiamo cinque figli insieme e credo che il sacramento del matrimonio sia valido fino alla morte». Quando un ex compagno di studi, incontrato nella primavera del 2024, si è mostrato sorpreso dal fatto che lei indossasse ancora l’anello, Susanne gli ha spiegato questi suoi motivi. Ma dopo questa conversazione si è chiesta se indossare ancora l’anello corrispondesse davvero alla sua attuale realtà interiore. «Qual è la mia vera motivazione? – si è domandata –. È la fede nel sacramento, che continuo a non mettere in discussione? O è il desiderio di fare una buona impressione: “Guardate, una donna che nonostante tutto resta accanto al proprio marito!”. Quando sono autentica? Cosa corrisponde di più alla persona che sono oggi?». Dopodiché, è giunta a una conclusione: «È più sincero se mi tolgo l’anello. In questo modo non mantengo qualcosa che non corrisponde alla realtà attuale sia riguardo me stessa che verso l’esterno». Ma cosa fare con l’anello? Gettarlo nel lago? Seppellirlo? Trasformarlo in un altro gioiello? Nessuna di queste opzioni le sembrava adatta. Alla fine le è venuta in mente un’idea che ha percepito come un’ispirazione: riportare l’anello nel luogo in cui lo aveva ricevuto.
«La restituzione della fede nuziale a Maria Bildstein può sembrare una conclusione. E in un certo senso lo è stata. Ma il cammino continua», riconosce Susanne. E aggiunge: «Se dovessi dare un titolo alla mia vita, direi: “Gratitudine per la misericordia che ho potuto sperimentare”. Misericordia da parte di Dio, dei miei figli, del focolare, di tutto il mio ambiente. Avevo perso ciò che era importante per me ed ero ben consapevole della mia parte di responsabilità. Eppure, nessuno mi ha abbandonata. Questo dà libertà, anche quella di accettare me stessa con ciò che è stato».
Chissà cosa le riserverà ancora la misericordia di Dio. E agli altri insieme a lei.

