Caro Giulio, oggi l’amica di sempre l’ha caricata in macchina, con la solita fatica. Lei, il suo grande corpo. Poi la sedia a rotelle. Si parte verso Pisa, al controllo medico che va avanti ormai da tre mesi, dal chirurgo che l’ha operata in extremis di una grossa ciste sulla schiena, causa di una grande infezione. Lei non era voluta andare all’ospedale: ha terrore degli ospedali, delle attese infinite.
Ma soprattutto ha paura della gente, dei loro occhi che scorrono veloci sul suo corpo, prima di parlarle. Il corpo di una persona obesa non ha niente di bello. Il viso, se c’è, se ha tratti solari o armonici, è soffocato dal resto. Scelta pessima, sulla carta, quella di un chirurgo estetico. Ma la cosa è avvenuta per caso; prima la persona, poi tutto il resto.
E l’unico problema dell’estetica, a dire il vero, è stato il soggiorno obbligato nella sala d’attesa: l’ambiente è lussuoso, e… tutto specchi, che fanno il loro mestiere, cioè riflettere all’infinito ciò che vedono. Lei e l’amica di sempre, sono un colpo nell’occhio in un ambiente che più diverso da loro non potrebbe essere.
Ci sono donne eleganti, belle, patinate; tutte con cellulari e computer. Hanno tutte fretta, se la prendono con la segretaria, Giulia, perché sono in ritardo per un incontro on-line o per un appuntamento che le chiama urgentemente. Tutte attaccate al cellulare. Nessuno comunica e parla. Figuriamoci: loro sono abituate al loro paese di campagna, dove, nella stanza d’attesa del medico ci si incontra, ci si saluta, si scambiano le ultime notizie del paese, con una vocìo che spesso il medico stesso deve zittire!
Ma ora sono lì. Quando si apre la grande porta, prima di tutto Lei vede il sorriso del medico. Poi, vede che la guarda negli occhi, e non nel corpo. L’amica di sempre inciampa nella porta a vetri satinata (che costerebbe più della loro pensione, se si rompesse) perché la sua sedia a rotelle non passa dalle porte dorate; va chiusa e poi riaperta dentro.
Ormai, hanno l’attenzione di tutti (che sogno passare inosservati e silenziosi, come ologrammi!)… L’amica di sempre, che – come dice lei – ha un’anima da homeless che abita fra cartoni (per la sua mancanza di una “patria” stabile, girovaga per natura dell’anima) è così simpatica nella sua goffaggine che lo conquista già dal primo minuto.
La stanza del medico è spoglia di personalità: odora di chi non vuol farsi conoscere. Uno schermo senza nessun fronzolo, né soprammobili. Ma i nostri sorrisi vincono il grigio, e si avvicinano sinceri. Nei tanti controlli, nelle infinite medicazioni che sono seguite, Lei e l’amica di sempre sono sempre state accolte con grande affetto. Ora il medico le chiama per nome, a differenza di quanto fa con le altre.
Poi, col tempo, le loro caute e morbide indagini di come sia veramente la sua vita fuori dallo studio, lo affascinano, anche se non lo dice. Riesce a parlare di se stesso, e lascia scoprire, piano, l’immensa solitudine, quella di chi gessifica la sua anima in quella che la società legge, nella gabbia pirandelliana con cui bisogna convivere. Dopo la terza volta, parla di qualche esperienza del giorno, e sembra distendersi al punto di sedersi a parlare. A volte hanno l’impressione che non voglia mandarle via.
Lei un giorno gli porta dei libri da leggere, che non parlano della sua professione medica, ma, piuttosto, libri in cui si possa trovare qualcosa, l’anima, forse. L’Alchimista, di Paulo Coelhio e L’ombra del vento, di Zafon. Il dottore li legge e la volta seguente glieli racconta come a scuola. Un riassunto dove si può scoprire in quali pieghe è penetrata di più la polvere dell’interesse. Una sera, la chiama per nome e dice «volevo dirle grazie».
Ed entrambe, lei e l’amica di sempre, assaporano ancora il miracolo che passa, evidentemente, dentro di loro: puntare diritti all’anima dell’altro. Scavare è stato il primo compito del suo mestiere di archeologa. E sempre pensa di non essere sola: anche quell’uomo chiamato Gesù, (al di là di essere fortunato, visto che era “figlio di…”), scavava dentro. Il meccanismo in fondo è lo stesso, si punta a quello che c’è dietro le apparenze. Si punta al materiale, che scavalca l’immaginario.
La segretaria viene di persona ad aiutare l’amica di sempre ad aprire la porta. È così desiderosa di un sorriso, dell’attenzione di qualcuno che le chieda «come va, Giulia?», che le aspetta, quando è l’ora dell’appuntamento, apre loro il cancello automatico del piazzale. L’8 marzo Lei le regala una pansè con la carta rosa e azzurro-cielo. Giulia, ha quasi pianto, sorpresissima. Mai avuto, dice, una semplice attenzione. Da allora anche lei, la chiama per nome.
Dopo la visita, sempre con fatica e sedia a rotelle, e ascensori, scendono a terra. Giù a terreno, entrano in un’altra realtà: una palestra frequentata da molte persone, alcune abbondantemente palestrate, altre anche in difficoltà, anima il piazzale. Lei e l’amica di sempre attirano la loro attenzione, ma, questa volta, gli sguardi non indulgono su molti particolari e vince un vago senso di solidarietà. Più volte, qualcuno ha lasciato il malato per aiutarle.
Da un altro punto di vista, la scena è davvero ironica: due signore ingombranti – oltre che per il corpo – per borse giacche, fogli e stampelle, si reggono al passamano, poiché c’è una discesa sconnessa. Si scende a balzi, ma si rischia anche di perdere il controllo, e la carrozzina, che non ha un motore da Porsche, rischia di prendere il volo, in un perfetto stile Johnny English! Si, fa proprio ridere.
Ci crederesti Giulio? Siccome capita anche che, visto che l’ora dei controlli è sempre la stessa, incontrano quelli della settimana precedente, alla fine si riconoscono: nuove persone, nuove storie, nuovi sguardi… I sorrisi abbracciano chi è autentico.
Spesso la solidarietà si fa struggente. Una nuvola che accompagna questo bisogno di amare e sorridere. Un miracolo che alcune volte sembra maledetto, ma che si rinnova sempre . Una nuvola di sentimenti; evidentemente, Dio ha voluto dare loro questa missione… Il perché, è un mistero.
Sarà questo che ci fa andare avanti, e dire che non è finita?
