Nel capitolo 3 della Magnifica Humanitas (MH), l’enciclica di papa Leone XIV, il paragrafo Ciò che non possiamo perdere, contiene esempi che esplicitano «il limite, il cuore, la grandezza dell’essere umano». Vale la pena riportare per intero il paragrafo n.124: «Alcuni eventi aiutano a vedere che la storia può cambiare quando anche solo un uomo o una donna prendono davvero sul serio la dignità di tutti: il movimento per i diritti civili negli Stati Uniti d’America, legato anche alla testimonianza di Martin Luther King Jr., o la fine dell’apartheid in Sudafrica dopo la liberazione di Nelson Mandela e la sua scelta di non consegnare il futuro all’odio. In contesti differenti si sono inoltre distinte donne coraggiose e generose come santa Laura Montoya, santa Teresa di Calcutta, Dorothy Day, Maria Skłodowska-Curie, Maria Montessori, Elisabeth Elliot, Wangari Maathai, Benazir Bhutto e tante altre di tutti i continenti, che con il loro impegno hanno contribuito a rendere più umana la storia».
Studiosi musulmani e leader cristiani hanno pubblicamente elogiato l’enciclica, sottolineando che il riconoscimento di Benazir Bhutto «rompe le tradizionali divisioni religiose» e rafforza la lotta per i diritti politici. L’agenzia UCA (Union of Catholic Asian News), una delle più importanti agenzie cattoliche a livello mondiale, che segue argomenti di interesse per la Chiesa Cattolica in Asia, registra un ampio riconoscimento da parte della società civile per la menzione del papa che «consolida in modo permanente l’eredità globale di Bhutto come paladina dell’umanità».
Chi era Benazir Bhutto?
Nata a Karachi nel 1953, Benazir Bhutto è stata una donna di spicco nella storia politica pakistana. Figlia d’arte: il padre, Zulfiqar Ali Bhutto, statista e politico, era stato presidente (1971–73) e primo ministro (1973–77). Famoso leader popolare, fu rovesciato e giustiziato dal capo di Stato maggiore Zia-ul-Haq nel 1979. Benazir, all’epoca 26enne, ne raccolse l’eredità. Fu condannata in più occasioni agli arresti domiciliari e al carcere per il suo ruolo di primo piano nel Movimento per il ritorno della democrazia. Con questa sua storia personale di esilio e prigionia voleva testimoniare la sua convinzione che il governo democratico è un diritto inalienabile, non un dono o una concessione. Dopo la morte improvvisa di Zia nell’agosto 1988, la buona affermazione del partito di Bhutto (PPP, Pakistan People Party) alle elezioni del novembre successivo aprì la strada alla sua nomina a prima ministra, prima donna a ricoprire tale carica in un Paese islamico. Dopo alterne vicende rientrò in Pakistan nel 2007 per ricandidarsi alle elezioni del 2008. Era il 27 dicembre 2007. Poco dopo le 17:30 nella capitale non risuonavano che sirene spiegate. Benazir aveva appena terminato il comizio in cui aveva presentato il suo programma elettorale per le imminenti elezioni: lavoro, istruzione, ambiente, energia e uguaglianza. «Miei cari fratelli e sorelle, voi siete la vera forza del paese, lo è la vostra forte volontà e i vostri sacrifici per un Pakistan forte e prospero dove si viva in pace e in un ambiente dignitoso». Un attacco suicida l’ha freddata, mentre dalla jeep salutava la folla.
A quel tempo io abitavo a Rawalpindi: ricordo lo sgomento, lo smarrimento generale e poi i disordini che sono scoppiati da Nord a Sud, mentre il governo cercava di dare una versione falsata dei fatti. Ricordo la sensazione indiscutibile che regnava: Benazir Bhutto era amata dal popolo. Nella sua autobiografia intitolata Figlia dell’Est (1989) si descrive spesso come paladina della missione incompiuta del padre per i diritti umani e la giustizia sociale, considerando la propria lotta politica come il dovere morale di portare avanti il suo lavoro nonostante gli immensi sacrifici personali e familiari. E la sua vita è stata in effetti una vita fatta di alti e bassi, esili e ritorni clamorosi e grandi dolori familiari (anche i due fratelli sono stati uccisi in differenti e misteriose circostanze). Voleva colmare il divario tra i moderni principi democratici di stampo occidentale (come i diritti umani e la libertà di stampa) e i valori islamici tradizionali, sostenendo una società inclusiva e libera dall’estremismo religioso. Con le sue esperienze personali – dalla formazione ad Harvard e Oxford al periodo in cui ha bilanciato i ruoli di una moderna leader donna, madre e politica – sperava di essere faro per le donne, simbolo di forza d’animo e autonomia femminile.
Sicuramente il suo è stato un contributo importante alla storia del popolo pakistano, come emerge dagli innumerevoli commenti alla scelta del santo padre di citarla nell’Enciclica. Due fra i tanti. Secondo Fouzia Hameed, membro dell’Assemblea del Sindh, con questa scelta si rafforza «l’armonia interreligiosa e l’unità nazionale in Pakistan». I cattolici pakistani le hanno espresso gratitudine per essere un «ponte tra la nostra identità nazionale e la nostra fede« e per il Programma di sostegno al reddito creato da Benazir Bhutto, che «continua a sostenere milioni di donne».
