Purtroppo questo è solo uno scritto, servirebbe un supporto audio o video, cercate voi stessi in Internet registrazioni di lindy hop, sarebbero un ottimo sottofondo per questo articolo. Da parte mia vorrei, seppur con poche parole, portare la vostra immaginazione al secolo scorso, facciamo un salto nel tempo e catapultiamoci ad Harlem, lo storico quartiere di New York famoso per essere la culla della cultura afroamericana. Siamo in piena segregazione razziale, la schiavitù era stata abolita nel 1865, ma si respira un forte clima di odio tra bianchi e neri soprattutto nei contesti pubblici come strade, scuole, locali, dappertutto… tranne al Savoy Ballroom di Harlem. Quella fu la prima sala da ballo, aperta nel 1926, senza un ingresso separato per bianchi e neri. C’erano infatti locali jazz, come il Cotton Club, che ammettevano a ballare solo i bianchi, mentre i neri si limitavano a suonare.

Leon James et Willa Mae Ricker, 1943 (ph Wikipedia/DJisacB)
Il Savoy non ebbe vita facile, venne chiuso nel ’43 temporaneamente e nel ’58 definitivamente, ma per quegli anni fu un esperimento di integrazione antelitteram, perché l’unica cosa che importava era saper ballare, non il colore della pelle. In quella parentesi felice non poteva che nascere qualcosa di buono: dalle sonorità del blues e del ragtime, dai movimenti del charleston, del breakaway e del cakewalk uniti alla danza afro, si mossero i primi passi del lindy hop. Si narra che durante una competizione al Savoy qualcuno chiese a “Shorty” George Snowden cosa stesse ballando e che lui rispose: «Sto facendo lindy hop! Stiamo volando come ha fatto Lindy», ispirandosi alla traversata atlantica di oltre 33 ore dell’aviatore Charles Lindbergh da New York a Parigi. E in effetti Shorty era rimasto in gara inarrestabile tra le ultime coppie di quella maratona, la “Harvest Moon Ball”. Era il 1927, l’anno prossimo il lindy hop compie 100 anni!

(ph Swing Tribe)
L’apartheid non venne sconfitto col lindy hop, tanta strada c’era ancora da fare, ma quella rivoluzione non è stata dimenticata. È rimasta impressa nella storia e nei passi, nella dinamica ondulatoria e nello slancio, che tuttora creano uno spazio e un’occasione di felicità. Il mio maestro Felice (nomen omen) spiega così il lindy hop: «Il messaggio più importante, per me, è quello della condivisione, della socialità e della libertà che ogni ballo riesce a esprimere, in particolare i balli swing. Già il fatto che non esista una distinzione rigida tra uomo e donna, ma piuttosto tra leader e follower, rappresenta un forte senso di apertura e inclusione. Il ballo diventa così un vero e proprio strumento di connessione: uno spazio in cui condividere, esprimersi liberamente e incontrarsi».

(ph Swing Tribe)
Il lindy hop venne messo da parte con la Seconda guerra mondiale, ma soprattutto quando diventarono famosi rock’ n’ roll, rockabilly, boogie woogie. Riprese piede negli anni ’80 in Svezia grazie ad alcuni ballerini appassionati che invitarono Frankie Manning, uno dei pionieri del Savoy, e resero un’istituzione l’Herräng Dance Camp che ancora oggi si tiene per tutto il mese di luglio. Da lì il lindy hop è diventato un fenomeno mondiale e per tutte le età, sono sbocciate scuole e festival ovunque, complice anche la rinnovata passione per lo stile retro e il look vintage, pantaloni a vita alta, gonne al ginocchio, capelli raccolti da fasce colorate… Non conoscevo tutto questo quando me ne sono innamorata, successe che, passeggiando, vidi un gruppo di persone che ballavano, e tutte erano felici.
