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Mondo > Scenari

Fake, mezzo fake e deep fake: le falsità in tempo di guerra

di Michele Zanzucchi

Michele Zanzucchi, autore di Città Nuova

La valanga di post sui social è vittima dell’intelligenza artificiale, che mette alla portata di chiunque l’elaborazione di contenuti non veri, falsati o inventati. La rivincita del vero giornalismo

Una immagine generata con l’intelligenza artificiale, a tema religioso, pubblicata sul profilo su Truth di Donald Trump, 13 aprile 2026. TRUTH, Ansa

Non tutto il falso – il fake si dice ora –, è uguale. C’è quello che prende contenuti reali per sistemarli in modo arbitrario, arrivando a un falso interpretativo: è il fake tradizionale. C’è poi il falso che mescola elementi veri e altri falsi, creando un cocktail di difficile decifrazione: è il mezzo fake. E c’è il deep fake, il falso profondo, tutto inventato, filmati, audio e testi, pura fiction, insomma. Mentre i primi e gli ultimi post sono in fondo facilmente decifrabili per chi abbia un minimo di conoscenze in materia, i secondi contenuti – il mezzo fake, sono i più perniciosi, perché puoi seguire una pista vera che ti conduce al falso, o una pista falsa che ti porta a qualcosa di vero.

La guerra d’Iran e di Libano è invasa, nei media, da questi tre tipi di falso, perché ormai è alla portata di chiunque la patente di falsario, nel senso che le varie app di intelligenza artificiale consentono di creare filmati, foto e testi con una percentuale di falsità variabile, arrivando a produrre post che sfidano le capacità di discernimento anche dei più avveduti. Al di là delle nostre capacità di scovare il fake e di capirne la logica, il problema per la massa degli utenti, cioè dei non addetti ai lavori, è quella di essere immensi in una “nuvola informativa” che fa dubitare di tutto, o al contrario fa credere a qualsiasi fandonia.

Il problema è che in questo modo gli attori stessi della guerra – che sanno bene che la menzogna è il linguaggio primo di ogni conflitto armato –, usano le tecnologie di intelligenza artificiale per imbrogliare le carte e cercare di ingannare il nemico. Di più, usano i tre tipi di fake a piene mani per tenere a bada la propria opinione pubblica. Così, il premier israeliano Netanyahu “deve” far credere che gli iraniani abbiano come solo scopo al mondo di distruggere Israele, o il presidente Trump deve sostenere che la guerra non crea problemi al portafoglio degli statunitensi.

Il presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump ha pubblicato un post con una foto che lo ritrae accanto a Gesù, 15 aprile 2026. Ansa, TRUTH/THEREALDONALDTRUMP

Quando scoppia una guerra, in effetti, bisogna sempre guardare all’interno dei Paesi in competizione, e nove volte su dieci si troverà la vera ragione della guerra del momento che non è quella sbandierata ai quattro venti. Anche in guerre come le ultime accese sul quadrante occidentale e mediorientale – Ucraina, Gaza, Libano e Iran –, le ragioni sono da cercare innanzitutto nei problemi interni dei singoli Paesi, se non addirittura nei problemi personali dei loro governanti. Guarda caso, più forti sono i richiami ai valori fondanti di un popolo, e finanche al Signore Iddio – Signore degli eserciti –, più apparirà plausibile la presenza di motivazioni molto più banali, se non meschine, in ogni caso interne.

Così, mai come in questa ultima guerra d’Iran e di Libano con grande fatica si possono valutare i fatti reali partendo dall’informazione veicolata nei social. Così riemerge – paradossalmente – il vero giornalismo e le testate più accreditate. In questi giorni, ad esempio, circola sui social la notizia che il capo di stato maggiore dell’esercito Usa avrebbe negato al suo presidente i codici per lo sganciamento della bomba atomica, che si attiverebbe premendo sul famoso pulsante rosso protetto in una valigetta che il presidente Usa porta sempre con sé. Vero o falso? Tutto è possibile, ma non c’è ancora vera certezza. Alcuni organi di stampa accreditati sembrano confermare la notizia, ma si avvera che le testate di tali giornali siano state clonate senza alcuna autorizzazione. Nessuna notizia al riguardo appare, ad esempio, sul New York Times o su Le Monde, e nemmeno sul Corriere. Questo caso, come tanti altri simili, dice quanto siano aleatorie le notizie che appaiono sui social. Viene quasi da pensare che sia in arrivo una “rivincita della carta”: per i giornali cartacei, prima di impiegare fondi cospicui nella stampa di una notizia, entrano in gioco precauzioni di ogni tipo, che non esistono per la pubblicazione immediata sul web, che può sempre essere corretta ex post. La carta non può essere invece corretta.

 

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