Pakistan e Afghanistan sono in guerra, un conflitto che è stato in gran parte oscurato da quello in Medio Oriente ma che, non per questo, non gioca un ruolo centrale nella vita dei due Paesi. Dopo l’escalation di febbraio-marzo, il Pakistan, con la mediazione della Cina, ha avviato, a Urumqi nel nord-ovest del Paese asiatico, colloqui concentrati su: cessate il fuoco, riapertura delle frontiere, commerci e viaggi, con l’impegno a non aggravare il conflitto. Si tratta di una pausa per testare se la diplomazia possa produrre risultati concreti sul piano della sicurezza, mantenendo però l’opzione coercitiva.
I quotidiani riportano regolarmente il verificarsi di attacchi e incursioni che, nella versione pakistana, prendono deliberatamente di mira la popolazione civile come «scelta consapevole per esprimere frustrazione per un fallito tentativo di infiltrazione terroristica». I talebani afghani sono accusati di scelte consapevoli. Il controcanto afghano recita: «A Islamabad, i funzionari parlano di mediazione, pace e stabilità regionale, mentre nell’Afghanistan orientale i civili affrontano bombardamenti, perdite e terrore costante. La diplomazia perde il suo significato quando è associata alla violenza contro le popolazioni vulnerabili».
Ed è in questo contesto che, inaspettatamente, il Governo di Islamabad emerge come mediatore chiave in un altro conflitto, quello fra Stati Uniti e Iran, intermediario esterno che fa la spola tra le due parti in causa che non dialogano direttamente fra loro. Negli ultimi giorni, segnati dalla speranza di una possibile distensione, la leadership pakistana si è mossa su più fronti. Il primo ministro Shehbaz Sharif è stato impegnato in un tour di quattro giorni in Arabia Saudita, Qatar e Turchia, con l’obiettivo di consolidare relazioni economiche e sostegno finanziario. Una delegazione guidata dal Capo delle Forze armate pakistane, Asim Munir, ha incontrato a Teheran il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi: recente e sorprendente mossa diplomatica tesa ad allentare la tensione nel Medio Oriente e a programmare un secondo round di negoziazione fra Iran e Stati Uniti. Ed è di ieri, 19 aprile, l’annuncio di Donald Trump che i suoi rappresentanti si recheranno a Islamabad per i negoziati, affermando che arriveranno entro lunedì sera (20 aprile) per i colloqui. Annuncio accompagnato da una categorica definizione di “ultima chance”.
Quella del Pakistan, denominata shuttle diplomacy, o diplomazia spola, è letta da alcuni osservatori come una forma di opportunismo strategico, un attivismo diplomatico che riflette la necessità di contenere le ricadute regionali di un conflitto che il Pakistan non può permettersi, né economicamente né politicamente. Secondo Namita Barthwal, una giovane analista di ricerca presso il Centro per gli affari militari del Manohar Parrikar Institute for Defense Studies and Analyses (MP-IDSA), uno dei principali centri strategici dell’India, la mossa del Pakistan, infatti, sembra essere il risultato di una combinazione di opportunità e necessità piuttosto che di una nuova centralità strutturale di Islamabad (Cf. la recente interessante intervista a Namita Barthwal di AsiaNews.it).
Il Pakistan, che conta oltre 250 milioni di abitanti, sta cercando di esercitare una maggiore influenza regionale e ha molto da perdere se la guerra continua: la chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran bloccherà quasi tutte le importazioni di petrolio e gas del Pakistan. La leadership civile-militare pakistana inoltre sembra sfruttare la visibilità internazionale per acquisire competenza e autorità politica interna. Diplomazia fortemente orientata, quindi, all’interesse nazionale pakistano, per ridurre il rischio di ricadute del conflitto, preservare la fiducia degli investitori e mantenere buoni rapporti con i partner del Golfo e occidentali. Sforzo, dicono alcuni, che appare più tattico che sostenibile a livello strutturale, ma che va comunque sostenuto nella speranza che rappresenti una via alla distensione stabile nella regione.
