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Cultura > I film della settimana

Agnus Dei, il silenzio del chiostro, la cura del rito

di Edoardo Zaccagnini

- Fonte: Città Nuova

Intervista a Massimiliano Camaiti, regista del film, che racconta la cura dei due agnelli finché la loro lana non sarà pronta per essere indossata dal papa nel giorno dei santi Pietro e Paolo

Un momento del film “Agnus Dei” (ph Riccardo Ghilardi)

Esce in sala il 20 aprile, dopo le presentazioni alla Mostra del cinema di Venezia e alla Festa del cinema di Roma, il bel documentario Agnus Dei di Massimiliano Camaiti. Racconta un’antica tradizione cristiana: quella del «rito della tessitura dei pallii destinati al papa e agli arcivescovi metropoliti». Lo dice una didascalia alla fine del racconto, che poi prosegue così: «Si svolge nel monastero di Santa Cecilia a Trastevere e le prime notizie della tradizione risalgono al VI secolo d.C».

È una narrazione misurata, quella del regista, minimale nelle parole e incline a un silenzio che si fa ascolto. Eppure è abbondante di gesti significativi, amorosi, ed è magnetica nella forma: per come entra in un tempo tanto lento quanto denso di vita. Un tempo diverso rispetto a quello che gli ruota attorno, rumoroso e fragile.

Il tempo di Agnus Dei è quello delle monache benedettine di clausura che accudiscono, nel cuore di Roma, due agnelli fino a che la loro lana è pronta per essere tosata e trattata per il giorno dei Santi Pietro e Paolo, quando il papa ne indosserà uno e consegnerà gli altri ai vescovi. Per parlare di questa interessante opera, abbiamo incontrato il regista, col quale siamo partiti dall’inizio.

Il regista del film “Agnus Dei” (ph Riccardo Ghilardi)

Massimiliano Camaiti, come nasce l’idea di questo documentario? Cosa racconta e cosa ti ha spinto a volerlo realizzare?

Tutto nasce per caso, nel momento in cui mi sono imbattuto in questa tradizione. Durante il periodo del Covid l’unica cosa visitabile a Roma erano le chiese, e passando da una all’altra, a Trastevere, un giorno, vidi questi due agnelli vestiti a festa con una corona di fiori e il mantello, dentro la basilica di Santa Cecilia.

 

Cosa hai fatto?

Li ho seguiti, e ho scoperto l’antica tradizione dei due agnelli prima benedetti e poi affidati a una monaca, per essere, 5 mesi più tardi, tosati. Dalla loro lana viene realizzato un pallio, una sorta di sciarpa, destinata al papa. Scoprendo questa tradizione, mi sono innamorato di alcune sue tematiche e ho pensato che sarebbe stato interessante raccontarla. Cosa che è avvenuta 4/5 anni più tardi.

 

Per un lavoro del genere era necessario stabilire un rapporto di fiducia con le suore del convento. Come hai fatto a costruirlo? Come ti sei conquistato la loro fiducia?

È un rapporto che si è evoluto nel tempo: inizialmente ho mandato una mail e mi hanno risposto che non si poteva realizzare il film. Sono andato di persona, ho bussato e mi hanno risposto ancora di no. Poi, la casa di produzione è riuscita a contattare mons. Frisina (rettore della Basilica di Santa Cecilia) e siamo riusciti ad avere un primo incontro. Da lì, il permesso di effettuare le prime riprese. Solo nel momento in cui la madre badessa ha visto un primo montaggio, però, diciamo l’inizio, e ha capito lo spirito del documentario, il suo punto di vista, si è instaurato quel rapporto di fiducia che ci ha permesso, passo passo, di avanzare nella scoperta di altre stanze del monastero.

Un momento del film “Agnus Dei” (ph Riccardo Ghilardi)

Ho avuto la sensazione, vedendo Agnus Dei, che ci fossero due mondi paralleli: uno in primo piano, quello del convento e degli agnelli. L’altro appena accennato, appena percettibile, eppure presente: quello del mondo fuori con piccolissimi dettagli visivi e sonori, con la sua assenza, soprattutto, col suo fuoricampo assordante. Cosa pensi di queste mie sensazioni?

Sensazioni assolutamente corrette. Mi fa piacere perché oltre la tradizione e la storia personale della monaca che accudisce gli agnelli, con la sua storia precedente al monastero, c’è uno spazio che ho voluto lasciare, e lo capiamo anche dal quadro in quattro/terzi del film: i protagonisti, che siano uomini o animali, sono sempre nella metà bassa dell’inquadratura, per lasciare questo spazio che ci porti più in alto, verso un crocifisso, una Madonna, e ci rimandi a qualcosa che nelle nostre vite spesso non viene detto ma è nei nostri pensieri.

 

Le inquadrature che usi sono spesso anche geometriche, statiche, a volte simmetriche. Come le hai scelte per gli spazi del monastero?

Sì, le inquadrature sono geometriche, statiche, il più possibile simmetriche. È stata una scelta fatta durante la Biennale College (sezione della Mostra di Venezia dedicata alla promozione di giovani talenti, ndr) nel momento in cui si lavorava sul film. Avevo visto Cemetery, il film di Carlos Casas che mi aveva molto colpito, con le sue inquadrature fisse, sicuramente estetiche, che sembravano recepire quello che passava dentro la camera, stando fermi, non andando a cercare la storia, ma vivendola nel punto in cui ci si era prefissati di stare.

 

Non ci sono interviste, in Agnus Dei

Non ci sono perché volevo analizzare quello che succede senza esprimere un giudizio. Per lasciare la possibilità allo spettatore di costruire il proprio.

Un momento del film “Agnus Dei” (ph Riccardo Ghilardi)

Arriva un momento nel racconto, in cui si ammala, e poi viene a mancare, papa Francesco. Come hai vissuto, durante la lavorazione, questo momento? Come lo hai affrontato e come ha inciso sul documentario stesso?

Per rispondere a questa domanda mi piacerebbe partire dalla sceneggiatura. Spesso ci si chiede che senso abbia scrivere la sceneggiatura di un documentario, visto che verrà probabilmente disattesa. Secondo me ha senso, perché ti prepara e quello che avevo tentato di fare in Agnus Dei era una sorta di mappa degli eventi che avrebbero condizionato i sentimenti dei protagonisti. La morte del pontefice non era nella mappa, non era prevista e ci ha colto di sorpresa. Mi ha impaurito, anche per ragioni tecniche, per la possibile sospensione della lavorazione. Ci ha stupito, però, la reazione che c’è stata, meno emotiva di quel che pensassi: il dolore è rimasto interno, affrontato con la preghiera, ma poi la vita del monastero è ripresa, come poi, fermandosi a pensare, è la risposta più logica.

 

Mi sembra che nel documentario si tocchino i temi della maternità e del rigenerarsi continuo della vita: gli agnelli vengono accuditi con fare materno da suor Vincenza, che prima di essere suora (e prima che suo marito morisse), è stata madre ed è nonna. Il film inizia con il parto degli agnelli e in una breve inquadratura c’è un quadro di Maria che tiene in braccio Gesù. Quanto, quello della maternità e del rigenerarsi della vita sono temi che hai cercato di inserire nel racconto?

Il tema della maternità religiosa, che nel corso delle riprese si è poi allargato, era uno degli spunti, dei temi che mi interessava raccontare nel documentario. Questo argomento, poi, è rimbalzato all’interno del film in altri modi inaspettati: c’è stata la maternità della pecora, la scoperta che suor Vincenza fosse entrata in monastero dopo la morte del marito e avesse due figli fuori. Uno dei due viene anche a trovarla nel racconto. Tutti questi eventi sono legati tra loro, oltre al tema del rigenerarsi della vita, a quello del sacrificio, perché vedo una successiva rinuncia ai figli da parte della pecora e della monaca, che rinuncia anche ai due agnelli coi quali si è creato un rapporto stupendo. È un sacrificio per qualcosa di più alto e in un certo senso torniamo alle sensazioni espresse prima, di qualcosa sopra i personaggi che li porta a effettuare rinunce, anche materne.

 

Altro tema, in qualche modo un altro protagonista di Agnus Dei, è il silenzio. Quello del convento: un silenzio spirituale e forse anche esistenziale. Cosa ti ha lasciato questa esperienza, compreso questo silenzio che contrasta con il rumore della società fuori? Come ha lavorato in te questa esperienza professionale e umana?

È chiaro che nel monastero mi aspettassi silenzio, ma non così tanto. Le monache non parlano quando mangiano, non parlano nemmeno se si incrociano nei corridoi e sussurrano quando sono una davanti all’altra nelle loro attività. Tutto questo è chiaramente in contrasto con il mondo esterno, specialmente se pensiamo che siamo al centro di Roma e appena fuori di lì c’è il caos con i turisti; ma è anche un silenzio simbolico, di pace, un silenzio che ci dice che non c’è solo il modo di vivere a cui siamo abituati, ma ci sono altre possibilità.

Qui puoi leggere anche la recensione del film di Mario Dal Bello durante i giorni della Mostra del Cinema di Venezia

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