Sono passati oltre 5 anni da quando, il 22 febbraio 2021, l’ambasciatore italiano Luca Attanasio veniva assassinato in circostanze mai chiarite nel Nord Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo, durante un viaggio nell’ambito del Programma Alimentare Mondiale dell’Onu. Con lui persero la vita anche il carabiniere della scorta, Vittorio Iacovacci, e l’autista del convoglio, Mustapha Milambo. Subito si sono spese molte parole per ricordare un uomo che già si era fatto conoscere per il suo impegno diplomatico che nel 2020 gli era valso il Premio Internazionale Nassiriya per la Pace; per quello umanitario, avendo fondato con la moglie Zakia quella che oggi è diventata la Fondazione Mama Sophia; e a cui, più in generale, veniva e viene riconosciuto un altissimo spessore umano. A 5 anni da allora, la sua eredità ha portato e continua a portare frutti; ma permangono delle criticità sotto il profilo giudiziario, che tuttora impediscono di chiarire i contorni di questo omicidio. Ne parliamo con il padre di Luca, Salvatore Attanasio.
Signor Attanasio, in questi anni di è scritto e detto molto su Luca: tra le tante cose, lei come lo vorrebbe ricordare?
Certo, si sono dette molte cose, ma devo dire che era così come viene descritto: una persona di grande umanità, forgiata ai valori cristiani, di giustizia, di libertà, di umanità, che sono poi i valori della nostra Costituzione. Ha avuto il pregio di saper coniugare questi valori, su cui non sarebbe mai sceso a compromessi, con il suo lavoro diplomatico. Era una persona semplice, non ha mai messo di essere sé stesso nemmeno quando ha raggiunto i vertici della carriera: sapeva guardare l’altro come un fratello, come una persona, trattando tutti con uguale dignità e rispetto. E questo era fondamentale nel suo lavoro.
Come famiglia vi siete sempre battuti, e tuttora vi battete, per la verità: per quanto infatti i presunti autori materiali dell’omicidio siano stati processati in RdC, movente e mandanti non sono mai stati chiariti. Che cosa ci può dire su questo percorso alla ricerca di una risposta?
Un primo tentato processo è stato abortito sul nascere, in quanto è stata riconosciuta l’immunità ai funzionari del Pam indagati [Rocco Leone e Mansour Luguru Rwagaza accusati di omesse cautele, ndr]. Ad oggi c’è un secondo fascicolo aperto presso la Procura di Roma che sta seguendo diverse piste, e continuiamo a batterci per la verità che questi ragazzi meritano: erano due servitori dello Stato, di cui uno, Luca, suo rappresentante in quanto ambasciatore. Lo Stato non può fare finta di nulla, non è dignitoso né accettabile per un Paese che si professa una delle potenze mondiali. Da 5 anni ci battiamo perché le istituzioni abbiano un sussulto d’orgoglio e drizzino la schiena davanti a quei “poteri forti”, e mi piacerebbe tanto sapere chi siano, che impediscono l’accertamento della verità. Siamo in Europa, parliamo tanto di Patria e di patrioti: ma non vedo come si possa essere patrioti non andando fino in fondo davanti all’omicidio di una persona che rappresentava il Tricolore. Noi pretendiamo solo che ciascuno faccia la sua parte, e quindi anche lo Stato.
Si è molto parlato anche della posizione presa dalla moglie di Luca, Zakia, e da voi come famiglia, contro la pena di morte per le persone identificate come esecutrici materiali dell’omicidio: che valore ha tutto questo?
Per noi non c’è stato alcun dubbio nel prendere questa posizione: innanzitutto perché, da italiani, abbiamo una Costituzione che esclude la pena di morte, e poi perché comunque sarebbe stato contro i valori di Luca, gli avremmo fatto un’offesa se avessimo accettato di veder morire quelle persone. In questo devo dire che c’è stata vicinanza da parte dello Stato, ma purtroppo si è fermata lì: e mi dispiace perché sono convinto che l’Italia abbia tutti mezzi e le capacità per arrivare alla verità, davvero non capisco il perché di questa inerzia. C’è comunque una proposta di legge depositata in Senato per la costituzione di una commissione d’inchiesta parlamentare: aspettiamo che venga calendarizzata per essere discussa, ma mi aspetto venga accolta all’unanimità.
Che cosa resta oggi dell’eredità di Luca, sia sotto il profilo diplomatico che umanitario?
Al di là dell’opera che continua grazie alla tenacia di mia nuora Zakia, e che porta sollievo a tante popolazioni vessate a cui è stata tolta la dignità, rimane l’eredità morale di Luca, che ha fatto veramente la differenza. Sul lavoro come nella vita privata viveva una fede non ostentata, intima; una fede non del dire ma del fare, radicata nel Vangelo, e che dovrebbe essere parte di tutti noi. Ci ha lasciato un messaggio di speranza soprattutto per i giovani rispetto al fatto che i sogni si possono realizzare: era un grande sognatore, non di utopie ma di progetti, con una tenacia imbattibile. E infatti abbiamo ricevuto molti riscontri e attestati di riconoscenza proprio dai giovani diplomatici, senza contare che proprio a Luca è stata intitolata l’aula della Farnesina in cui vengono svolti gli esami orali per accedere alla carriera diplomatica: è un messaggio fortissimo, un esempio per loro. Anche l’Ispi, presso cui Luca si è formato, gli ha intitolato l’aula in cui si tengono i corsi di diplomazia; e l’università Bocconi, dove si è laureato con il massimo dei voti, ha istituito a suo nome due borse di studio per ragazzi africani meritevoli. Sono tutti semi che Luca continua a spargere.
