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Cultura > Musica

Trifonov e Harding, un duo perfetto

di Mario Dal Bello

- Fonte: Città Nuova

Un concerto a dir poco meraviglioso a Roma, all’Accademia di Santa Cecilia. Successo grandioso

Daniil Trifonov, russo, classe 1991, è altissimo, il volto incorniciato da una barbetta, pallido, cammina diritto e quando siede al pianoforte diventa un mago. Non solo per una capacità tecnica e di resistenza fisica sbalorditiva – di cui si è accorto il pubblico di tutto il mondo −, ma per uno stile, un fraseggiare che distilla le note rendendole luminose, cristalline e sorprendentemente “legate” fra loro e insieme distinte. È un carisma sapere e potere fare ciò. Ogni suono di ogni singola nota ha un riverbero esteso, eppure non eccelle in virtuosismo, ma “lega” in modo stupendo con l’orchestra.

Daniil Trifonov al pianoforte. Credit: Ufficio Stampa Accademia Nazionale Santa Cecilia.

Il Concerto n. 2 per pianoforte e orchestra di Brahms, anno 1881, è un monumento, densissimo, possente nei suoi 4 movimenti. Harding imprime un tono morbido alla sua direzione, appassionata e misurata, attenta al solista con il quale esiste una evidente “concordia” umana, oltre che musicale. I colori orchestrali sono belli senza divampare troppo, lasciano cantare il pianoforte con libertà.

Il terzo movimento, Andante, dove il violoncellista Luigi Piovano ”cava” un calore denso dallo strumento, produce una dolcezza quasi celestiale: il piano assume tocchi spirituali, si avverte di lontano l’eco di Mozart e Beethoven, ma Brahms è Brahms, malinconico e forte. Trifonov canta, l’orchestra pare avvolgerlo in un dialogo atmosferico talora ”raffaellesco”, tanta è l’armonia, la radiosità del suono. Per lui esiste solo la musica, null’altro. Lo si sente, lo si vede. L’esecuzione della vasta opera − 50 minuti − non dimostra alcuna fatica nel pubblico poi entusiasta, che non ha fiatato, ha rispettato il silenzio voluto da direttore e pianista che certo si sono “spremuti”, ma hanno trasmesso una grandissima gioia e luce. Come dovrebbe accadere in ogni concerto.

Daniel Harding dirige l’orchestra. Credit: Ufficio Stampa Accademia Nazionale Santa Cecilia.

Travolgente. È il caso di dirlo dopo l’interpretazione che Daniel Harding e l’orchestra hanno dato della Settima Sinfonia di Dvoràk, che non è certo popolare come la Nona, ma è ben più soda, grandiosa, “sinfonica” nella polifonia di temi, colori, architettura. L’avvio strisciante e nebbioso di viole e violoncelli segna l’affermarsi di un tema ritmico che poi esploderà. Tutta la vasta opera è in effetti una cattedrale cromatica e timbrica che ci fa entrare nel mondo di Dvoràk con impeto, fra chiaroscuri, ottoni sgargianti, archi svettanti e legni grumosi. È bella questa musica potente e fantasiosa − terzo movimento, Scherzo − e trionfalmente drammatica. La bacchetta di Harding è un moto perpetuo ad estrarre il suono adatto in ogni sezione, a colorire e a scolorire a seconda delle variazioni costanti nei tempi. Direzione perfetta di una orchestra che Harding ora sente ”sua”, come dimostra la sua assidua presenza nel programma del ’26-’27 (ben 8 volte, aprendo con il Sigfrido e dirigendo pure I Pagliacci).

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