La lezione
Dove sta la verità? Quella vera o quella apparente? E poi le persone sono davvero come appaiono? L’avvocatessa triestina che salva dal carcere il professore accusato di violenza sessuale, ma poi viene da lui seguita di continuo, è una donna forte e sola, che trova rifugio da un passato oscuro nella casa paterna tra i boschi.

Stefano Accorsi e Matilda De Angelis in “La lezione” @Camilla Cattabriga
Si illude di essere sola: il prof la insegue, la tormenta, la vuole. Lei ha un amico, Cristiano, un poliziotto che le sta accanto, forse troppo. La donna è circondata anche da persone che potrebbero essere sue alleate, ma in fondo la controllano. Ognuno controlla ognuno. Così lei esplode e l’incontro con il prof ossessivo diventa uno scontro non solo verbale. Ma lui non desiste, la provoca, la vuole sedurre con la sua dialettica, toglierle le sicurezze, darle una “lezione” che non dimenticherà mai.
La donna decide di raccontare la sua vita all’amico, ma sarà la verità?
Girato in una città ventosa e misteriosa come Trieste, tra boschi in alto in una solitudine inquietante, il film si vale di un’atmosfera ansiosa dentro la quale la storia si svolge in tempi e dialoghi teatrali quasi, drammatici, forti e sussurrati al contempo.
Questo thriller psicologico in cui verità-finzione-allusione si intrecciano tra paura-ricordo-desiderio, non è lontano dalla vita reale, come dicono i fatti di cronaca.
Tratto dall’omonimo romanzo di Marco Franzoso, il film si avvale della regia tenace, forte e incalzante di Stefano Mordini e di due attori come Matilda De Angelis e Stefano Accorsi in un “duello” recitativo perfetto (certi primissimi piani su di lui rivelano un occhio “diabolico” e in lei uno sguardo di “terrore”). Anche l’amico (Eugenio Franceschini) rivela nella recitazione il lato sfuggente del personaggio. Un ruolo lo ha la città stessa, bellissima e tormentata dalla bora, una città del vento come sono le emozioni, i sentimenti in cui il racconto inquietante porta ad immergerci, perché il passato ritorna sempre con le luci e le sue ombre. Ed è con lui che dobbiamo fare i conti, per trovare “la verità vera”.
Grand Ciel

locandina del film “Grand Ciel”
Damien Bonnard è Vincent, l’operaio che lavora in provincia a costruire Gran Ciel, il quartiere residenziale futuristico. Sta con una donna e un bambino, si amano, è amico degli altri operai immigrati che come lui fanno i turni di notte che “i bianchi” non vogliono fare.
Una notte un operaio scompare, lo si cerca, non si troverà mai. Scompaiono altri, il clima si fa nervoso, ma paura ed omertà impediscono le indagini. Gli imprenditori sono indifferenti, c’è fretta di finire e di guadagnare, le istituzioni non approfondiscono.
Vincent, che sogna una nuova casa, viene avvicinato da un dirigente che in cambio della promozione lo invita al silenzio e lui accetta. Perderà gli amici, ma che importa? Solo che il rimorso lo assale perché sa come sono nati questi incidenti, il pericolo che corrono gli operai. Deve solo pensare a sé stesso? Prenderà una decisione potente.
Il film di Akihiro Hora presentato nel 2025 a Venezia nella sezione Orizzonti, basato su fatti reali, denuncia le troppe morti bianche: da noi l’anno scorso 1093 operai, più di tre al giorno.
Girato tra il rumore, le macchine, la polvere, il buio dei sotterranei, il racconto è un thriller che inizia con calma, ma poi “cresce” di intensità emotiva, di sospensione :un dramma detto anche gridato, poi fatto tacere. Parlano le immagini e raccontano un inferno di schiavi a cui nessuno pensa.
Il mondo della tecnica, dei soldi, del futuro disprezza i deboli. Non ha sentimenti. Il regista filma un racconto forte, che ci sveglia e ci impedisce di sorvolare. Da non perdere.
