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Mondo > Esteri

Libano, Israele bombarda e occupa il Paese: gli sfollati sono quasi un milione

di Bruno Cantamessa

Bruno Cantamessa Autore Citta Nuova

Nella notte tra sabato 28 febbraio e domenica 1 marzo un lancio di sei missili e otto droni verso il nord di Israele ha riportato il Libano nell’ennesima guerra aperta con lo Stato ebraico. Lancio effettuato da alcuni irriducibili di Hezbollah. Dopo la violenta reazione israeliana (si parla anche dell’uso di fosforo bianco nel sud del Libano), per cercare di salvare l’esistenza del Libano, il premier libanese ha offerto “terra per la pace”.

Attacco israeliano a sud di Beirut, 2 marzo 2026. Foto via Ansa/EPA/WAEL HAMZEH

Seguo con trepidazione (e indignazione) l’ennesima “invasione” del Libano da parte dell’esercito israeliano a margine dell’attacco all’Iran, che ha tutta l’aria di non essere una cosa breve come il tycoon americano si era probabilmente immaginato, che anzi rischia di trasformarsi anche in una catastrofe economica globale.

Ma torniamo al Libano. La situazione dell’ex Paese dei Cedri è drammatica da anni, almeno dal 2020. Ci ho vissuto e conosco personalmente il magone che si prova a pagare 900 mila lire libanesi per ottenere 10 dollari. Naturalmente non nelle banche, quelle sono ormai realtà pressoché fatiscenti.

Dopo il cessate il fuoco del 2024, nella notte tra sabato 28 febbraio e domenica primo marzo un lancio del tutto gratuito di sei missili e otto droni verso il nord di Israele ha riportato il Libano nell’ennesima guerra aperta con lo Stato ebraico. Lancio effettuato da alcuni irriducibili di Hezbollah. Secondo l’analista Scarlett Haddad, «Hezbollah è attualmente diviso tra due grandi correnti, una delle quali è direttamente collegata ai Guardiani della rivoluzione iraniani (Pasdaran). Sarebbe stato proprio questo gruppo a decidere di agire lanciando una raffica di missili e droni sul nord di Israele, senza attendere la decisione finale del comando del partito. Per non perdere la faccia e mostrare le sue divisioni, il partito ha infine ceduto al fatto compiuto e rivendicato le operazioni».

Questi lanci effettuati da alcuni “puri e duri” del Partito di Dio (è la traduzione di Hezbollah) hanno offerto l’occasione di ripetuti bombardamenti israeliani su Beirut, soprattutto nel quartiere sciita di Dahiyeh ma anche nel centro della città e sul lungomare, nel Libano meridionale e nella valle della Bekaa. Netanyahu non si è fatto sfuggire l’occasione di andare giù pesante, com’è nel suo stile. L’esercito sta occupando il sud del Libano, mentre i soldati dell’esercito libanese si ritirano per evitare di scontrarsi con gli israeliani e peggiorare la situazione, non essendo per niente in grado di opporsi.

Al momento si parla di circa 700 morti libanesi, naturalmente in gran parte civili, e non manca molto ad un milione di sfollati. Che sono accampati ovunque, con intere famiglie che dormono in macchina nella centrale piazza dei Martiri o accampati sulla corniche del lungomare, in attesa di un posto in una scuola, una palestra o un convento. E con l’incubo dei droni sulla testa.

Un aspetto, se si vuole marginale ma neppure troppo, è l’accanimento delle bombe israeliane sganciate per distruggere 25 filiali della cosiddetta quasi-banca di Hezbollah, cioè l’associazione “Al-Qard al-Hasan”. Il nome significa “prestito benevolo”, cioè senza interessi. Prestiti spesso garantiti da gioielli o lingotti d’oro e utilizzati soprattutto da cittadini sciiti, ma anche da libanesi di altre confessioni. Vengono usati per spese mediche, necessità quotidiane e in particolare per sostenere piccole attività. In un Paese dove le banche sono ormai assenti, questi piccoli prestiti sono una boccata d’aria, per quanto effimera. Ma “Al-Qard al-Hasan” è indicata dall’intelligence israeliana come il principale canale attraverso cui l’Iran finanzia le strutture sociali di Hezbollah, scuole, ospedali e programmi di assistenza sociale, armi comprese. Probabilmente è vero, ma questo non toglie che “Al-Qard al-Hasan” rivesta un ruolo centrale nella società civile libanese.

Imad Salamey, su Al-Jazeera, spiega che molte delle filiali colpite non erano certo depositi di liquidità effettiva. L’accanimento israeliano su questi uffici avrebbe una dimensione simbolica: minare la rete istituzionale che sostiene il partito di Dio e soprattutto ribadire la narrativa israeliana secondo cui l’offensiva è diretta contro Hezbollah, non contro i civili. Se poi dei civili si trovano nei paraggi (e come potrebbero non esserci in un affollato quartiere urbano?), peggio per loro, ma non erano l’obiettivo primario delle bombe. Questione di effetti collaterali.

Intanto, il presidente della Repubblica libanese, Joseph Aoun, ha preso posizione accusando Hezbollah di volere il collasso del Libano, per conto dell’Iran. La decisione del governo di vietare qualsiasi attività militare o di sicurezza del movimento sciita è stata chiara. Aoun ha chiesto negoziati diretti con Israele dicendosi pronto a disarmare Hezbollah, se gli alleati del Libano forniranno all’esercito libanese la possibilità e gli strumenti per farlo.

Anche il presidente siriano Ahmad al-Sharaa ha espresso sostegno al capo dello Stato libanese, affermando: «Siamo al fianco del presidente libanese Joseph Aoun nei suoi sforzi per disarmare Hezbollah».

Si è verificata anche una rottura importante: Amal, l’altro partito sciita presente in parlamento, e da sempre alleato del Partito di Dio, ha preso le distanze da Hezbollah dopo che il premier libanese Nawaf Salam ha messo fuorilegge l’organizzazione militare filo iraniana. Questa rottura potrebbe indicare i dubbi presenti nel mondo sciita nei confronti degli ayatollah e dei pasdaran iraniani. Il presidente del Parlamento e capo di Amal, Nabih Berry ha appoggiato la risoluzione del premier.

Vedendo inoltre l’impossibilità di effettuare in Libano le elezioni previste per maggio, il Parlamento libanese (120 membri) ha votato una proroga di due anni del proprio mandato (di 4 anni) per cause di “forza maggiore”: 75 voti favorevoli, 41 contrari e 4 astensioni. Naturalmente non sono mancati i dissidenti, ma non hanno prevalso.

Sul terreno la situazione è molto grave. Il premier libanese si è detto pronto a negoziati con Israele “in qualsiasi formato”, pur di raggiungere una tregua: «Una pace solida, duratura ed efficace non può essere separata dal contesto regionale – ha detto Nawaf Salam –. Gli israeliani hanno distrutto Gaza, continuano a colonizzare la Cisgiordania e hanno annesso Gerusalemme Est, ma non abbiamo altra scelta che questa iniziativa basata su una formula molto semplice: terra per la pace». Per cercare di salvare almeno l’esistenza del Libano.

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