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Interviste > Cultura e dintorni

Contribuire al bene comune elevando il sapere

a cura di Giulio Meazzini, Carlo Cefaloni

- Fonte: Città Nuova

Giulio Meazzini, autore di Città Nuova

Intervista a Massimiliano Marianelli, rettore dell’Università degli studi di Perugia

(Cortesia Università di Perugia)

Dal 1° novembre 2025 Massimiliano Marianelli è il rettore dell’Università degli studi di Perugia. Alla domanda su quali cose gli stanno più a cuore risponde: «Fin da bambino ho cercato in ogni occasione di costruire ponti, gruppi, associazioni, perché l’uomo è un essere in relazione, chiamato a creare legami. Da questa spinta interiore seguono le mie priorità nella vita». Non a caso, una delle prime iniziative come rettore è stato il lancio del progetto Università, ponti di pace: 16 università da tutto il mondo hanno firmato insieme la Carta di Assisi, assumendo pubblicamente la responsabilità storica di lavorare per la pace, insieme alle città, ai territori, alle comunità di cui fanno parte. A questo fine, orienteranno ricerca, didattica e dottorati, promuovendo un uso responsabile delle tecnologie e affrontando le grandi trasformazioni del nostro tempo con consapevolezza etica.

Fin da subito lei ha impostato il suo ruolo in modo significativo…

Il lavoro, il modo in cui ci realizziamo non è finalizzato soltanto all’utilità, ma implica una dimensione fondamentale di gratuità, di disposizione per gli altri, di creazione di legami, perché è nella relazione che troviamo il senso e la realizzazione personale, oltre a contribuire alla crescita della comunità e del bene comune. Queste sono le cose che mi interessano, espressione del mio modo di intendere l’università.

Ha scritto che vuole un’università aperta, spazio universale di saperi connessi e relazione…

L’istituzione universitaria nasce come una sorta di sindacato, costituito da studentesse e studenti i quali chiedono alle persone “sagge” di essere formati, in uno spazio di relazione che li tiene insieme in maniera libera, come una élite di persone che vogliono contribuire al bene elevando il sapere. Questo spazio di relazione coinvolge in pari modo docenti, comunità studentesca e personale. Oggi le università, per non essere travolte dalla “deriva burocratica”, devono tornare a essere proprio questo, una rete di relazioni vere e vive. La parola universitas, infatti, indica uno spazio chiamato ad abbracciare, tendente all’universalità, in uno sguardo che tiene insieme. Ma senza sintesi definitive, questo lo voglio sottolineare, poiché il limite della modernità è proprio la chiusura, la sintesi dialettica; invece l’università è spazio di confronto aperto che tende all’unità, ma questa non potrà mai essere trovata solo con l’attività intellettuale. Platone, spesso letto un po’ superficialmente, nella Repubblica ricorda quanto siano distanti l’essenza del necessario e quella del bene. Il necessario è lo spazio in cui viviamo, tra guerre e conflitti che non possiamo pretendere di risolvere con il nostro pensiero, ma in cui possiamo trovare tracce di risoluzione. Sapendo che il bene c’è, è altro, dobbiamo guardarlo ma non possiamo imporlo, perché altrimenti creiamo altri inferni.

È vero che le università stanno abbassando l’asticella della qualità, in quanto ricevono fondi in funzione del numero di studenti laureati, e gli studenti stessi non frequentano più di persona ma vengono solo agli esami?

È vero. Dobbiamo considerare la realtà per quello che è, ma allo stesso tempo mettere in campo tutto ciò che possiamo per evitare che l’università muoia. È sempre il senso di comunità che va richiamato e su cui dobbiamo impegnarci, specialmente come rettori. Nella prolusione del mio primo anno accademico, ho richiamato responsabilità che ho confessato mi fanno tremare i polsi, perché mi sembrano enormi, più grandi di me e di ciò che è possibile realizzare compiutamente in pochi anni. Però ho la serenità di dire che quei percorsi e quei progetti li abbiamo avviati. Da solo non sarebbe possibile, ma insieme alla comunità abbiamo già iniziato a farlo. Progettare nel lungo termine, con una visione ampia, consente di dare continuità all’umano e a un progetto che l’umanità potrà continuare prima e dopo di noi. Esiste infatti un tempo che ci supera, ed è il tempo dell’Universitas.

Tornando alla metafora platonica, tra necessità e bene c’è lo spazio del lavoro, lo spazio del tra. Il bene non posso dimenticarlo, devo arrivare lì. Oggi gli studenti si presentano con fragilità mai viste prima. Negli anni ’90 le maggiori problematiche dei giovani erano i disturbi alimentari. Oggi questa fragilità permane, ma è superata da fragilità ancor più drammatiche: gli studenti scoppiano a piangere durante l’esame oppure vengono solo se accompagnati dai genitori. Gli studenti, ma anche i docenti, rischiano di dialogare e lavorare quasi più con ChatGPT che con i con loro amici. È un processo solo agli inizi, e certi meccanismi sono destinati a peggiorare.

Per questo dobbiamo avere il coraggio di dirlo con chiarezza: l’università – soprattutto quella pubblica – è un’altra cosa. Le università telematiche intercettano una domanda reale e legittima, con modelli organizzativi e finalità differenti: non le demonizzo. È un dato di fatto che, in molti casi, operano secondo logiche di mercato, offrendo un servizio formativo come prodotto. Diverso è il caso di alcune università private non telematiche, che possono nascere anche da visioni culturali o ideali specifici: non tutto il “privato” coincide con il mercato. Ma proprio per questo la distinzione va custodita: le università pubbliche non possono inseguire il paradigma del mercato come se fosse l’unico orizzonte. Se lo facessero, smetterebbero di essere ciò che sono chiamate a essere: un’istituzione di libertà, una comunità di persone, un luogo in cui ricerca e didattica non “si vendono”, ma si mettono a disposizione. L’università pubblica non ha come fine la crescita di quote di mercato: ha come fine la crescita del bene comune attraverso sapere libero, ricerca rigorosa, relazione educativa e vita di comunità. Se perde questo, perde sé stessa.

Università degli studi di Perugia - Inaugurazione dell'Anno Accademico 2025-2026 - II pubblico in Aula Magna (Cortesia UNIPG)

Università degli studi di Perugia – Inaugurazione dell’Anno Accademico 2025-2026 – II pubblico in Aula Magna (Cortesia UNIPG)

Parliamo di pace. C’è il rischio di un distacco del mondo accademico dalla realtà?

La comprensione della realtà è fondamentale, perché l’obiettivo dell’università è proprio dare una direzione al cambiamento, definire, riorientare. Il nostro ruolo non è entrare nella disputa politica, ma dire quello che pensiamo si debba fare per le infrastrutture, la mobilità, la partecipazione, l’utilizzo delle risorse e dei finanziamenti, sulla base delle competenze e delle necessità. Come primo atto abbiamo creato un Osservatorio per la pace, che impegna l’Università degli Studi di Perugia a non lavorare con società che direttamente o indirettamente producono armi, anche se questo comporta la rinuncia a finanziamenti (anche per dottorati o progetti)… Se non lo fa per prima l’università pubblica, chi lo farà? E se accettiamo denaro senza distinzione, senza porci domande, quale differenza rimane tra noi e un ente privato, che persegue solo il profitto? La crescita della nostra Istituzione deve andare di pari passo con la realizzazione personale, è ricerca del Bene, di quel Bene che chiamiamo Bene comune ed è oltre gli interessi individuali. L’impegno per la pace non può fermarsi alle parole: se non si traduce in gesti concreti, non è impegno, ma retorica.

Come ha scelto le altre università, di varie parti del mondo, coinvolte nella Carta di Assisi?

Abbiamo iniziato con 16 università italiane e straniere, ma aumenteranno a breve, ci sono già numerosi segnali di apertura. Semplicemente, ho invitato molti rettori e rettrici all’inaugurazione dell’anno accademico spiegando che stavamo lavorando a questo progetto. La risposta è stata trascinante. Recentemente mi sono recato a Guadalajara, in Messico, per l’annuale festa del libro e lì ho incontrato la rettrice. Ho fatto un intervento in cui ho affermato che le priorità dell’Università degli Studi di Perugia sono pace e ambiente, elementi qualificanti della nostra visione di università così come del nostro territorio. Da lì mi è nata l’idea, insieme al nostro delegato alla Pace (abbiamo voluto istituire una delega specifica “Comunità studentesca e politiche per la pace”, proprio per sottolineare il legame profondo tra responsabilità verso le nuove generazioni e verso il mondo che ci circonda): perché non mettere insieme altri docenti universitari non soltanto per dialogare e confrontarci, ma per assumerci degli impegni concreti? Così è nato un documento aperto e condiviso, in continua costruzione.

Nella sua relazione come rettore, sottolinea due parole: internazionalizzazione e nuovi ricercatori…

La natura dell’università è internazionale. Ma per essere in una rete internazionale bisogna poter offrire qualcosa: l’Università degli Studi di Perugia mette in comune ciò che siamo, la terra di san Francesco, la terra di Aldo Capitini, poeta, filosofo, politico antifascista. Insieme all’attenzione per il cambiamento climatico. Questo significa ad esempio finanziamenti europei per partecipare a viaggi internazionali e a scambi tra docenti, studentesse e studenti. Anche il secondo punto, però, è molto importante. La mia scelta politica di fondo viene da una lettura critica del pensiero di John Rawls, soprattutto con riferimento all’attenzione ai più deboli, a chi è più in difficoltà. Nel caso specifico, con riguardo all’aspetto economico nelle università, questo significa porre attenzione al personale tecnico amministrativo, bibliotecario e collaboratori esperti linguistici, figure che rappresentano una parte sostanziale della vita universitaria, che spesso si assumono responsabilità superiori, ma che vengono mal pagati a causa di vincoli ministeriali. E ancora, attenzione a chi dovrebbe esserci ma ha difficoltà ad accedere all’università, cioè ai ricercatori. Su questo si gioca la nostra visione e il nostro senso dell’umano. Vogliamo utilizzare le poche risorse che abbiamo prima per i nuovi ricercatori, poi per progressioni di carriera di associati ordinari.

Per quali motivazioni l’hanno eletta rettore?

Non lo so perché ho vinto: ho fatto la mia parte, senza essere “espressione” di qualcuno, né in conflitto con altri. Ho detto: vorrei fare queste cose, chi vuole lavorare con me è benvenuto. Ho accettato di candidarmi perché molte persone me lo chiedevano. All’inizio non volevo assolutamente. Poi, di ritorno da un viaggio a Lyon dove ero andato per lezioni come Visiting Professor, mi sono fermato nella chiesa di Saint-Nizier e lì ho riflettuto a lungo. Ho capito – chiamatela ispirazione, se volete – che avrei potuto accettare a una condizione: che la richiesta venisse in modo ampio e trasversale, come espressione di una comunità rappresentativa. Oltre ogni protagonismo: mettersi a disposizione di una scelta della comunità, non “mia”. E così è andata, o meglio, così stiamo andando avanti. Oggi sento un clima di serenità: si può parlare di qualsiasi cosa senza pregiudizi, ogni idea diventa responsabilità che seguiamo insieme. Posso dire che è nato tutto anche da rapporti personali, un po’ come la Carta di Assisi.

Sono 5 mesi che lei è rettore. La mattina quando si sveglia si sente solo, con un peso sulle spalle?

No, per niente. Per fortuna ho tanti amici, persone che vogliono concorrere insieme a me al bene, nel caso specifico dell’università. Quindi non mi sento solo, ma pieno di cose da fare che metto in fila, una per volta. Gli unici momenti dolorosi sono quando le scelte riguardano le persone, quando devo dire sì o no a qualcuno.

Concludiamo questa intervista, riportando l’inizio della prolusione del Magnifico rettore Massimiliano Marianelli per l’inaugurazione dell’Anno Accademico 2025-2026:

All’inizio di questo mandato, oggi, inauguriamo un nuovo Anno Accademico.

E lo facciamo con la consapevolezza che questo tempo… ci supera.

E proprio per questo… ci affida una responsabilità comune.

Rinnoviamo un gesto antico — e sempre nuovo:

quello di una comunità che si riconosce, che si ritrova,

che prova a leggere il proprio tempo,

che custodisce ciò che ha ricevuto…

e che lo consegna — trasformato — a chi verrà dopo di noi.

L’Università non inaugura solo calendari o programmi.

Inaugura un tempo.

Inaugura una fiducia.

Inaugura una possibilità condivisa.

Questo è un gesto vivo.

E di questo gesto… ognuno di noi è responsabile.

Riproduzione riservata ©

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