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Persona e famiglia > Felicemente

Come prendersi cura degli altri senza perdere se stessi

di Benedetta Ionata

- Fonte: Città Nuova

L’empatia può trasformarsi in affaticamento emotivo quando diventa eccessiva e continua, soprattutto in un mondo iperconnesso che ci espone costantemente alla sofferenza altrui. Ispirandosi allo stoicismo di Seneca ed Epitteto, viene proposta un’empatia guidata dalla ragione: una compassione consapevole, con confini chiari, che permette di aiutare senza smarrire il proprio equilibrio

“Empathy” (Empatia). Foto di Markus Winkler da Unsplash.

In psicologia, l’empatia viene definita come la capacità di comprendere, condividere e risuonare con le emozioni e i pensieri di un’altra persona, “mettendosi nei suoi panni” senza però confondere il sé con l’altro. Si possono distinguere due componenti, quella cognitiva (capire il punto di vista altrui) e quella affettiva (sentire le emozioni dell’altro). L’empatia, è dunque una caratteristica umana molto importante, ma che può anche svuotarci.

Quando ci svuota abbiamo di fronte quella che gli psicologi definiscono la “compassion fatigue”, ovvero affaticamento da compassione, che consiste nel lento esaurimento che lascia intorpidito chi si prende cura di un altro dopo aver assorbito troppa sofferenza. Se non controllato, lo squilibrio dell’empatia può assumere altre forme di disagio: come il genitore che non riesce a smettere di preoccuparsi, una figura sanitaria che si distacca, non più in grado di provare ciò che un tempo la muoveva, o un dirigente che si porta a casa lo stress di tutti come un bagaglio invisibile.

La tecnologia può amplificare questa situazione. L’esposizione al dolore del mondo la viviamo ogni giorno in tempo reale, in quest’ottica ogni tragedia può sembrare personale, ogni ingiustizia, un invito ad agire. Va a finire che la nostra empatia rimane attiva 24 ore al giorno senza sosta. Ma cosa succederebbe se il problema non fosse che ci preoccupiamo troppo, ma che ci preoccupiamo senza una struttura? È qui che entra in gioco un’antica filosofia della disciplina interiore, lo stoicismo. Questa filosofia non va confusa con il freddo distacco, ma come pratica che ci insegna a connetterci in modo più saggio. Questa visione è infatti spesso confusa con la repressione emotiva, ma i suoi pensatori non ci hanno mai chiesto di smettere di provare emozioni.

Seneca difende questa prospettiva da coloro che la scambiano per freddezza, sostenendo che le emozioni sono naturali e ciò che conta è il loro governo da parte della ragione. Questo è il cuore di un’empatia disciplinata: la ragione che dà calma al cuore, forma al sentimento e scopo alla compassione. In pratica, questo non significa indifferenza. Significa presenza senza panico: presentarsi pienamente pur rimanendo ancorati alla propria ragione, al proprio scopo e alla propria pace. È così che un chirurgo mantiene la calma in sala operatoria, o un genitore rimane gentile durante il crollo nervoso di un figlio. Questa filosofia non estingue l’empatia, ma la affina. Come promuovere questa capacità di prendersi cura degli altri senza crollare? Può aiutare come prima cosa fermarsi prima di cercare di risolvere. Quando qualcuno condivide il suo dolore, il nostro istinto è quello di correre in suo soccorso.

Ma Seneca avvertì: «Soffriamo più nell’immaginazione che nella realtà». Prima di assorbire la sensazione, fermiamoci. Diamoci la possibilità di espandere lo spazio tra stimolo e risposta. Successivamente ridisegniamo lo spazio della preoccupazione. Epitteto insegnava che la pace nasce dal distinguere ciò che possiamo controllare da ciò che non possiamo. Per questo diceva di immaginare due cerchi: uno per la preoccupazione (tutto ciò che ci sta a cuore) e uno più piccolo al suo interno per il controllo (ciò che possiamo effettivamente cambiare). Il nostro compito è agire con forza all’interno del cerchio interno e accettare con grazia ciò che si trova al di là di esso. Questa non è apatia, bensì compassione mirata e produttiva. Infine passiamo a praticare la connessione con i confini. Una connessione consapevole riconosce che senza confini, l’empatia diventa ego: la nostra sofferenza per la sofferenza altrui. I confini non sono muri, bensì protezioni che impediscono all’amore di virare verso l’esaurimento. Ricordiamoci: “Le loro emozioni sono loro, il mio ruolo è testimoniare e assistere, non dissolvere”.

Paura, dolore ed empatia possono coesistere con la calma, ma solo se scegliamo la concentrazione deliberata anziché l’emozione riflessa. Quando coltiviamo un’empatia guidata dalla ragione, riacquistiamo la capacità di rimanere aperti senza cedere. Diventiamo abbastanza saldi da accogliere il dolore altrui senza perdere di vista il nostro centro. Perché il mondo ha bisogno di persone che si preoccupino profondamente, ma non a costo di perdere se stessi.

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