Attore di teatro, cinema e tv, ma anche speaker per video, spot e documentari. Conosciamo meglio la storia e i progetti di Jacopo Trebbi.
Domanda d’obbligo: come nasce la passione per il mestiere dell’attore?
Tutto è iniziato molto presto. A 11 anni ho vissuto un’esperienza in Irlanda che mi ha cambiato: ero una persona timida, ma quel viaggio mi ha fatto uscire dal guscio e mi ha dato una sicurezza nuova. Da lì ho cominciato a buttarmi di più, senza farmi bloccare dalle mie paure e incertezze. A 15 anni sono entrato in una compagnia teatrale giovanile iniziando a fare teatro con continuità, dividendomi tra musical, spettacoli serali e incursioni diurne nei reparti di oncologia pediatrica o nelle strutture di supporto a persone con disabilità. Ma per tanto tempo non ho pensato di poter fare l’attore “sul serio”. È stato soprattutto verso la fine degli studi che ho capito quanto la recitazione mi appassionasse davvero. A un certo punto ho lasciato l’università, iniziata da poco, per concentrarmi sulla recitazione. L’impegno però non è stato totale come pensavo, anche perché mi sono trovato presto ad affrontare una grande responsabilità: la nascita di mio figlio (oggi sono felicemente padre di tre figli). Quindi nasce la famiglia e “nasce” Jacopo che, nonostante tutto, non abbandona la strada intrapresa. Per sostenere la famiglia ho lavorato in un hotel, permettendomi di andare avanti, di mantenerci, e allo stesso tempo continuare a coltivare la mia passione.
Non è stato un percorso semplice…
Col tempo ho imparato che bisogna accettare sia i successi sia i fallimenti. In questi 15 anni di attività ho fatto moltissimi provini e ho capito che il rifiuto fa parte del mestiere. Non è solo una porta chiusa: spesso, proprio da un “no” possono nascere opportunità nuove, incontri, strade diverse che prima non vedevi. E così è stato. Ho imparato anche a non avere troppe aspettative. L’importante è impegnarsi al massimo. Se questo produrrà altre cose, saranno il tempo e le occasioni a dirlo senza dover per forza “sgomitare”. Nel mio cammino ho avuto la fortuna di collaborare con figure importanti del teatro e di fare esperienze molto formative, e imparato cosa significa lavorare in modo collettivo, condividere un progetto e crescere insieme. Oggi mi porto dentro una filosofia di vita che è insieme positiva e un po’ fatalista: credo che, col tempo, le cose tendano ad allinearsi. Ogni esperienza, anche quella più dura, ha un senso nel percorso e contribuisce a farti crescere. Per questo continuo a pensare che seguire il cuore, nonostante le difficoltà, sia la scelta più giusta.
Ultimamente ti sei avvicinato anche a lavori legati a tematiche religiose…
Cosa che rispecchia la mia fede personale e il mio modo di guardare il mondo. Ho sempre fatto spettacoli che non c’entravano con la fede o comunque con testi che potessero dare allo spettatore un pungolo dal punto di vista spirituale. A un certo punto, facendo un bilancio della mia vita rispetto alla fede, mi sono chiesto se essa abbraccia il lavoro che faccio. Rientra in una vocazione? A cosa? Per cosa? Solo per lavorare perché si deve? E dentro di me ho dato spazio, disponibilità interiore a qualcosa che possa aprire, toccare corde legate alla dimensione spirituale. Già dal 2021 facevo la Lectura Dantis. Sicuramente quelle parole hanno lavorato dentro di me perché quando trascorri tre mesi a studiare i canti della Divina Commedia e le parole diventano come un mantra, queste, da qualche parte, continuano a lavorarti come la goccia sulla roccia.
Poi i Domenicani ti hanno commissionato uno spettacolo su san Tommaso D’Aquino…
Mi hanno dato carta bianca su un progetto per gli 800 anni dalla nascita. Ho raccolto l’invito con grande timore. A fronte di un personaggio così teologicamente, filosoficamente rotondo, e dalla vita avvincente, non volevo mettere in scena né la vita del santo né fare una lezione-spettacolo su temi teologici. Ho voluto creare una storia ambientata nell’oggi (la recensione dello spettacolo Incendio in “Le verità sull’amore, su fede e ragione, nella piccola storia di una famiglia” su cittanuova.it) in cui il Santo lo si nomina nei dialoghi per alcune tematiche. Per lo spettacolo ho coinvolto persone che con la fede non avessero nessun rapporto. Sono quelle più adatte per questi temi.
Ora lavori a uno spettacolo su san Francesco, figura inflazionata, in questi tempi, a teatro e non solo. Ci parli del tuo?
Fortunatamente ho un testo di partenza originale di frate Maurizio che deriva dalla sua esperienza ad Assisi come guida agli affreschi di Giotto. Il testo partirà da alcuni di questi riguardanti le storie di san Francesco, e da alcuni affondi tematici sulla sua vita. Innesterò tanti altri spunti. In scena ci sarà Giotto con interviste “impossibili” tra lui e Bonaventura, Tommaso da Celano e Gregorio IX. Ci saranno le proiezioni degli affreschi con un’animazione dinamica dell’AI. In scena sarò con un rapper freestyler – si chiama Digiuno – che creerà dei pezzi originali. Sto scoprendo un san Francesco inedito, che tanti non sanno. Il debutto è previsto a metà aprile a Bologna.
Il teatro porta a vivere la vita degli altri. Per te cosa rappresenta questo?
Da giovanissimo ho interpretato il fratello in Le tre sorelle di Cechov, un personaggio su cui i genitori avevano riversato tante aspettative perché diventasse qualcuno. Poi la vita non glielo permette e vive un fallimento. All’epoca mi ci sono rispecchiato, in parte, non sapendo se avrei realizzato il mio sogno. In altri casi l’attore mette a disposizione del personaggio il proprio vissuto. Come nel monologo Pugni chiusi su Peter Norman (l’atleta australiano che alle Olimpiadi di Messico 1968 partecipò alla protesta del Black Power Salute contro l’apartheid, ndr), spettacolo che riprenderò a marzo. È una storia che mi commuove per un aspetto che ha fatto parte del mio percorso. Ci sono storie che, quando le interpreti, ti forniscono proprio delle bussole per la vita. Cerco sempre in esse degli archetipi, degli agganci universali. Mi piacciono le storie ricche di fatti, che abbracciano tutti gli aspetti dell’uomo. Sono più propenso a raccontare storie in cui in qualche modo il bene ha l’ultima parola rispetto al male. E oggi ce n’è bisogno. Il teatro che mi piace vedere è quello che con il riso, la commozione, lo stimolo intellettuale, possa pungolare la coscienza, aprirla, facendola sentire un magma vivo.
