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Mondo > Esteri

Trump, un discorso da “cheerleader in capo”

di Chiara Andreola

- Fonte: Città Nuova

I giornali Usa evidenziano, al di là dei tempi toccati dal presidente nel suo discorso sullo stato dell’Unione, pesanti contrasti e discrepanze tra la sua narrazione e un Paese reale sempre più diviso

Il presidente Usa Donald Trump durante il discorso sullo Stato dell’Unione del 24 febbraio 2026. Foto via Ansa/EPA/WILL OLIVER

«Trump recita la parte del cheerleader [le ragazze che dirigono il tifo nelle partite di football in America, ndr] in capo nel discorso sullo Stato dell’Unione»: titola così la testata newyorkese New York Post nel commentare l’intervento del presidente americano – il più lungo di sempre, quasi due ore – nella tradizionale relazione annuale che il “comandante in capo” (così viene appunto anche chiamato l’inquilino della Casa Bianca) tiene alle Camere riunite.

La testata parte dall’evocativa immagine dell‘ingresso della squadra statunitense di hockey, appena rientrata dalle Olimpiadi con la medaglia d’oro al collo, nell’aula parlamentare; usata da Trump per creare un parallelo tra questa e un concetto di Stati Uniti “nuovamente vincenti” in ogni campo, dall’economia alla politica estera. Uno spettacolare «stiamo vincendo così tanto che non sappiamo che farcene», che ha preceduto una prima parte del discorso descritta come sostanzialmente autocelebrativa, vantandosi degli «indicatori economici che mostrano che l’inflazione è scesa a picco mentre il mercato azionario macina record».

Al netto del lavoro dei fact checkers (i “controllori dei fatti”, che su diverse testate hanno commentato come questi numeri celino in realtà una situazione più complessa e forti disparità economiche all’interno del Paese), è interessante l’analisi che fa Isaac Arnsdorf sul Washington Post a proposito dello spiccato contrasto tra questa prima metà del discorso – con tanto di standing ovation dei Repubblicani alla frase «se siete d’accordo con il fatto che il primo dovere del governo americano è quello di proteggere i cittadini americani, e non gli stranieri illegali, alzatevi e dimostrate il vostro sostegno» – e la seconda, in cui Trump è tornato «al territorio familiare e oscuro delle stilettate agli avversari e delle descrizioni grafiche della violenza».

Avversari che sono stati etichettati come “pazzi”, “distruttori della patria”, “malati”, e indicati come i responsabili dell’inflazione record registrata nella prima parte del suo mandato e della mancata approvazione della sua finanziaria. Tema caldo anche l’immigrazione, con le accuse ai democratici di favorire quella illegale, e il fatto di aver ospitato per il suo intervento alle Camere familiari di persone uccise da immigrati illegali; e accuse dirette di frode al welfare alla comunità somala del Minnesota, finendo così per chiamare in causa una deputata del Minnesota di origini appunto somale, Ilhan Omar.

Entrambe le parti del discorso tuttavia, fa notare l’editorialista, «potrebbero incontrare resistenza tra gli elettori indecisi [per le elezioni parlamentari di metà mandato del prossimo novembre, ndr]. Il messaggio di successo economico potrebbe essere difficile da vendere a un pubblico scettico, con la maggioranza degli americani ancora preoccupati per i costi della casa, dei generi alimentari e dell’assistenza sanitaria, che sono schizzati dopo la pandemia. Un sondaggio Washington Post-Ipsos condotto a febbraio ha rilevato che il 57% degli americani disapprova la gestione Trump dell’economia, e il 65% quella dell’inflazione. Il suo tasso generale di disapprovazione ha raggiunto il 60% per la prima volta dopo l’attacco al Campidoglio del 6 gennaio 2021. Anche l’approvazione della gestione dell’immigrazione è calata di 10 punti nell’ultimo anno, in seguito alle critiche all’operato degli agenti federali in città come Minneapolis».

Non sono infatti mancati, durante il discorso, i momenti caldi sotto il profilo politico, con attacchi verbali anche pesanti agli oppositori democratici, che hanno – manco a dirlo – risposto a tono.

Interessante, almeno per noi del Belpaese, anche il punto di vista offerto da La Voce di New York, la testata italo-americana della comunità emigrata Oltreoceano. Nell’articolo «Lo Stato dell’Unione secondo Trump, tra l’età dell’oro e la realtà che non vede», Massimo Jaus parla di un discorso trasformato «in un comizio di autoglorificazione e di guerra politica», in un «lungo esercizio di narrazione totalizzante, una costruzione compatta, muscolare, in cui ogni frase sembrava dire la stessa cosa, l’America era un Paese morto, io l’ho rianimato, e adesso guai a chi dubita». Una narrazione che però nasconde crepe pesanti: su tutte, Jaus identifica la sconfitta sul tema dazi davanti alla Corte Suprema, ma anche i sondaggi in calo proprio sui temi – economia ed immigrazione – che sono il cavallo di battaglia della sua narrazione. «Peccato che, fuori dall’aula del Congresso, l’opinione pubblica sembri guardare un altro film – osserva amaro l’autore –, perché i sondaggi continuano a bocciare la sua gestione proprio su economia e immigrazione, creando uno scarto sempre più evidente tra il Paese raccontato dal presidente e quello percepito dagli elettori».

«Alla fine, il discorso ha offerto l’immagine di una presidenza che continua a raccontarsi come trionfante e trasformativa – conclude Jaus –, mentre il Paese reale appare molto più diviso, diffidente e incerto. Una visione rosea, quella del presidente, che sul podio del Congresso sembra correre veloce verso una nuova età dell’oro, ma che nei sondaggi e nell’umore pubblico si scontra frontalmente con una realtà ben meno entusiasta e molto più critica».

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