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Epurazioni in Cina: Xi Jinping sempre più solo al comando

di Ravindra Chheda

- Fonte: Città Nuova

Mentre il mondo occidentale continua la sua politica concentrata attorno a polarizzazioni e a due dei grandi conflitti in atto sul pianeta – quello fra Russia e Ucraina e quello in Medio Oriente più che mai irrisolto – e al nuovo, totale, disordine mondiale, in Cina Xi Jinping ha realizzato purghe interne nei confronti di quadri del Pcc, di manager delle industrie strategiche e del potente apparato militare

Il Generale Zhang Youxia. Credit: ANSA/EPA/ANDRES MARTINEZ CASARES.

Il Dragone cinese insiste con un silenzio sornione, inquietante per l’Occidente che non riesce a decodificarne il linguaggio e soprattutto i silenzi. Per esempio, poco o nulla si è commentato del nuovo atto di purga interna che l’“imperatore” Xi Jinping ha realizzato nei confronti del potente apparato militare, l’Esercito Popolare di Liberazione.

Ne ha parlato – fra i pochi – la rivista americana di geopolitica Foreign Affairs, che ha definito l’epurazione di Zhang Youxia, un generale di assoluto prestigio, come un momento shakespeariano nella politica cinese. Xi Jinping, infatti, con una mossa inattesa, almeno per gli osservatori occidentali, ha recentemente rimosso il generale Zhang dalla Commissione Militare Centrale (Cmc), il massimo organo di governo dell’Esercito Popolare di Liberazione. La mossa sembra tradire qualcosa di nuovo all’interno dei complessi meccanismi di Pechino. Zhang, infatti, non era un generale qualunque. All’interno dell’alto comando dell’esercito era considerato il più stretto alleato di Xi. La vicinanza fra i due era diventata ancora più evidente nel 2022 quando, nel corso di una serie di epurazioni di altri alti dirigenti, il premier non solo aveva permesso a Zhang di rimanere in carica oltre l’età pensionabile, ma lo aveva anche promosso alla posizione più alta per un ufficiale militare. Soprattutto, però, i due si conoscono da sempre. I rispettivi padri, infatti, avevano combattuto insieme nella guerra civile fra Mao Zedong e Chiang Kai Shek (1927-1950). Un’amicizia – o se si preferisce una vicinanza umana e politica – di lunga data. Non è affatto chiaro il motivo che ha portato alla rimozione del generale e, lasciando il dubbio irrisolto, l’attuale premier cinese, sempre più potente e sempre più solo al comando, lancia chiari segnali e ammonimenti: nessuno può considerarsi al sicuro dalle sue purghe e potenziali licenziamenti in tronco.

Ovviamente, insieme alle cause che avrebbero portato all’esclusione del generale, si specula sul perché il tutto sia avvenuto proprio in questo specifico momento. La stampa ufficiale di Pechino ha affermato che Zhang è stato rimosso per aver alimentato «problemi politici e di corruzione che minacciano la leadership assoluta del partito sulle forze armate e ne minano le fondamenta di governance», e le sue azioni «hanno causato danni immensi alla costruzione delle capacità di combattimento». Torna ancora in primo piano, quindi, la questione della “corruzione”, la maggiore discriminante che in questi anni ha diviso Xi dai suoi rivali, causando un processo di ritorno al confucianesimo dal quale il mondo cinese aveva preso le distanze in occasione della Rivoluzione culturale alla fine degli anni ’60 e ’70. In effetti, l’esercito si è sempre rivelato un contesto dove la corruzione è elemento caratterizzante, quasi un fatto endemico. A questo si è aggrappato Xi per normalizzare e purificare la situazione politica e amministrativa del potere. Si tratta di una prassi ormai consolidata dell’attuale premier cinese. Come fanno notare i due autori dell’articolo di Foreign Affairs, questo stato di cose pare essere confermato dal fatto che Zhang, in passato, aveva diretto il Dipartimento per lo Sviluppo degli Equipaggiamenti (ex Dipartimento degli Armamenti Generali), sezione dell’esercito che si occupa dell’approvvigionamento di forniture militari. Si tratta di un ambiente caratterizzato da un metodo di corruzione diffuso.

Il benservito a Zhang è ancora più misterioso se si considera che il generale ha 75 anni, ed ha quindi superato l’età pensionabile non ufficiale di 68 anni. Inoltre, il prossimo Congresso del Partito Comunista Cinese – che inaugura una nuova corte di funzionari cinesi ogni 5 anni – è previsto tra soli 18 mesi. Qualcuno legge, quindi, nella mossa del leader cinese qualcosa di molto simile a quanto avvenuto all’ultimo congresso del partito nel 2022. In quell’occasione, davanti al plenum, Xi Jinping fece scortare fuori della grande aula, con la forza, il suo predecessore, Hu Jintao. Di fronte alla scena andata in onda in diretta, Xi è rimasto impassibile a osservare. L’espulsione di Hu da parte di Xi – così come la sua decisione di costringere i pochi superstiti della fazione di Hu a un pensionamento anticipato – sembrava gratuita all’epoca; Xi aveva già di fatto marginalizzato la base di potere di Hu, usurpando l’autorità dei suoi sostenitori o relegandoli a posizioni irrilevanti, e centralizzando il potere nelle proprie mani. Quanto è emerso con chiarezza in questi mesi è che le mosse di Xi hanno segnalato, progressivamente e inesorabilmente, il suo desiderio di un dominio completo della politica cinese – oltre alla sua capacità di porre al vertice del Partito e degli altri organi, solo uomini di sua assoluta fiducia, salvo poi eliminarli sistematicamente, per progredire nel controllo generale della situazione.

Difficile penetrare nei meandri misteriosi del potere cinese. Senza dubbio, mentre il mondo sperimenta un vero e proprio disordine globale e, in tale contesto, la Cina rimane un interlocutore chiave per il futuro del pianeta per chiunque reclami di essere o di voler diventare una grande potenza (economica, geopolitica e militare), il Dragone sta alla finestra guardando quanto accade in attesa di “normalizzare” la questione Taiwan, che oggi sarebbe sempre più legittimata da quanto Trump e Putin stanno mostrando al mondo con il loro potere sfrontato. In tale contesto, dopo un decennio durante il quale Xi Jinping si è sforzato di penetrare all’interno dell’isolamento dell’esercito, sembrerebbe ora arrivato a un controllo totale dell’esercito cinese. La rimozione di Zhang sembra essere il culmine della campagna di Xi non solo per estirpare la corruzione dall’alto comando dell’Esercito Popolare di Liberazione, ma anche per estromettere dal servizio quasi un’intera generazione di alti ufficiali. Di fatto, Xi controlla sempre più l’immenso Paese e i suoi gangli vitali.

Secondo gli analisti di Foreign Affairs, la volontà di Xi di smantellare l’alto comando e rinnovarlo è anche un segnale che il premier si sente relativamente a suo agio con l’ambiente esterno alla Cina. L’amministrazione Trump non sembra particolarmente pronta a difendere Taiwan: il presidente degli Stati Uniti ha affermato che «dipende da Xi» cosa fa la Cina riguardo a Taiwan, e la “Strategia di Difesa Nazionale” pubblicata dall’amministrazione Usa il mese scorso ha omesso qualsiasi riferimento a Taiwan. Nel frattempo, a Taiwan, è diminuito il sostegno al presidente Lai Ching-te e al suo Partito Democratico Progressista, che esprime una linea dura contro Pechino.

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