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Cultura > Itinerari

Torcello, un’altra bellezza

di Oreste Paliotti

- Fonte: Città Nuova

Gioiello della laguna di Venezia, è uno di quei “luoghi dell’anima” che, anche da lontano, continuano sommessamente a parlare

Il campanile di Torcello, affianco alla Basilica di Santa Maria Assunta. Foto: Pexels

Meglio se ci arrivi d’inverno, come è accaduto a me, sotto il morso di un vento gelido, che fa rari i turisti e costringe gli scarsi abitanti, forse neanche un centinaio, a starsene rintanati chissà dove. Così solo tuo interlocutore diventa lei, la superba basilica dedicata all’Assunta: quasi l’unico vestigio – con l’attigua chiesa di Santa Fosca – di un centro un tempo fiorente, che fu sede episcopale fino al 1818, prima di essere unito al patriarcato di Venezia.

E che dire dell’alta torre campanaria, primo segnale di quest’unghia di terra, che compare da lontano, fra banchi sabbiosi rivestiti di canneti e acque? Ce ne sono, nella città della Serenissima e dintorni, campanili vetusti che forano, talvolta sbilenchi, le brume lagunari; ma non così, non in tale grandiosa solitudine.

Torcello è quasi tutta in questo sacro complesso, le cui origini risalgono al VII secolo, allorché i veneti di Altino sulla terraferma, premuti dai longobardi, trovarono asilo sull’isolotto, contendendolo ai gabbiani e agli altri uccelli acquatici.

Penetri nella vasta aula basilicale, quale risulta dal rifacimento voluto agli inizi del Mille dal vescovo Orso Orseolo, e ammiri anzitutto i mosaici dell’abside dove campeggia, isolata nell’oro, la regale figura di Maria-Madre di Dio sorreggente il Bambino, e quelli della cappella del Sacramento: realizzati tra il XII e il XIII secolo, si richiamano a probabili schemi più antichi.

Ma è ritornando sui tuoi passi, verso l’uscita, che t’aspetta la sorpresa più sconvolgente: tutta la controfacciata è ricoperta da un enorme mosaico di scuola veneto-bizantina, che sviluppa, nella parte inferiore, il tema del “giudizio universale”, e in quella superiore il mistero della morte di Cristo con la sua discesa agli inferi.

Una composizione complessa, potente, traduzione del messaggio biblico in immagini di immediata comprensione: basti pensare alla scena dei risorti dal mare, vittime di naufragi, cui gli antichi torcellani, popolo di marinai e pescatori, dovevano essere particolarmente sensibili. Collocata poi in un punto strategico: uscendo di chiesa, infatti, i fedeli non potevano ignorarla e serbavano nella memoria, quale norma di vita, ciò a cui erano destinati, secondo il monito dell’Ecclesiaste: «Ricordati i tuoi ultimi destini e non peccherai più». 

Fa pendant alla Madonna dell’abside, su questa parete, un’altra immagine di Maria, raffigurata come la Vergine orante che intercede per i peccatori (e tale è il senso della scritta che la circonda). Oasi di pace nella scena apocalittica, non a caso appare sulla lunetta d’ingresso: è lei infatti la porta che conduce a Dio.

Una volta uscito dalla basilica, non trascurare una visita al locale Museo, articolato in due sezioni: la medievale e moderna nel Palazzo del Consiglio, l’archeologica nel Palazzo dell’Archivio. Sarai guidato in un percorso che, iniziando dai ritrovamenti attestanti gli intensi scambi commerciali che coinvolsero la laguna e i suoi abitanti già in epoca micenea (II millennio a.C.), si snoda tra testimonianze venete, preromane e romane, bizantine e altomedievali per poi attraversare i tempi gloriosi della Serenissima e giungere sino al XIX secolo.

Una buona notizia: questo patrimonio storico-artistico sarà ulteriormente valorizzato a partire dal prossimo settembre, quando il Museo di Torcello entrerà nella rete della Fondazione Musei Civici di Venezia quale nuovo tassello che concorrerà alla ricerca e divulgazione della storia della città e delle civiltà che hanno attraversato la laguna e le sue isole.

Ora sì, puoi imbarcarti, anche se a malincuore, sul vaporetto che ti riporta a San Marco. Ma hai veramente lasciato Torcello? Quest’isola appartata, così estranea al nostro tempo convulso e superficiale, non folgora per esteriore splendore, ma prodiga un’altra bellezza; uno di quei “luoghi dell’anima” che, anche da lontano, continuano sommessamente a parlarci.

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