50 anni fa su Città Nuova

Un ponte oltre la "terra di nessuno"
50 anni fa su città nuova
Da un articolo di Joseph Patron in data 15 febbraio 1960 abbiamo estrapolato alcuni concetti che ci sembrano di bruciante attualità.

 

Gesù morì su una croce, al punto d’incontro delle principali civiltà del tempo, sotto un’iscrizione in tre lingue; perseguitato dal suo popolo e vittima di passioni nazionalistiche. E la prima manifestazione pubblica del cristianesimo fu una esplosione di natura universale, quando i discepoli parlarono e furono capiti nel loro linguaggio da uomini di tutte le nazioni. Paolo, che forse non aveva conosciuto Gesù uomo, fu il primo che parlò del Cristo totale, di quel Corpo mistico che è la sua Chiesa.

Dopo venti secoli di cristianesimo il mondo appare assetato dello stesso spirito universale che mosse i primi apostoli e aspira a superare le barriere d’ogni confine.

Quelle frontiere, che una volta erano considerate sacre, vanno diventando ormai sempre più anacronistiche.

Gli uomini si mostrano stanchi di soluzioni parziali, e cercano, forse inconsciamente, un principio di unità che li unisca al di sopra di tutte le divisioni e le frontiere.

Forse si tratta di prendere su di noi la croce della disunità che ora divide gli uomini per poter dar loro una speranza nuova; e – guardando bene in faccia le differenze che ci dividono –, gettare dei ponti fra gli uomini. Ma  solo un amore purificato da tutti i particolarismi può venire in aiuto.

C’è una forma di intimo disagio conosciuta da quelli che si sentono divisi fra due lingue e due nazioni. C’è una «terra di nessuno» conosciuta solo da coloro che non appartengono più a nessuna terra.

È lo stato d’animo del profugo, di colui che è abbandonato dai suoi, ed al quale sembrano particolarmente appropriarsi le Beatitudini.

Sarà con uno sforzo di mutua intesa e di scambievole amore che si potrà comunicare e sentire la vera possibilità di un mondo nuovo, al di sopra delle frontiere. Poiché solo la carità permette di vedere il prossimo oggettivamente, con atteggiamento né servile, né di possesso, e può far vedere e accettare tutto quel che c’è di buono non solo nella propria nazione ma anche nelle altre. Solo la carità da la forza e l’equilibrio per vedere gli altri simili a noi.

In questa luce, si riuscirà a scoprire che ogni nazione ha una propria missione, e che tali missioni sono complementari fra loro.

In questo quadro, l’amore della patria potrà acquistare un senso più profondo e più vero.

Certo è che con duemila anni alle spalle, il messaggio di san Paolo oggi sta per irrompere sul mondo con una forza e un dinamismo mai conosciuti.

Joseph Patron

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