50 anni fa su Città Nuova

425 autori raccoglievano in mostra le loro opere alla “4a Biennale d’arte sacra contemporanea” del 1960. Un veloce excursus cerca una chiave di lettura per orientarsi tra tante novità.
Masaccio
Il taccuino delle arti

 

Sono entrato nelle stanze dove si raccolgono a Bologna le opere della “4a Biennale d’arte sacra contemporanea” con quella sospensione del giudizio che, un po’ per natura un po’ per non incrementare i pregiudizi, cerco di impormi all’incontro con un ambiente nuovo.

Qualcosa di buono c’è e si potrebbe tirar fuori soprattutto dai bronzi e dai disegni. Ma è un’opera di cernita che non varrebbe a chiarire le idee. Vorrei piuttosto raccontare un episodio che spesso mi torna in mente a contatto con le opere esposte in tante mostre d’arte contemporanea.

Fu durante le esercitazioni di Clinica neurologica che un maniaco depressivo nella fase di eccitazione maniacale, davanti a un raccordo della conduttura idrica (da lui considerato un microfono), volle cantare a tutto il mondo le sue canzoni. Erano una serie di note: un Mi, un Sol, un Fa, molto prolungati con la sola pausa per il respiro. Ora tante volte, a contatto con l’arte di avanguardia, ho come l’impressione di trovarmi di fronte a delle note, a delle parole isolate: linee, forme, colori isolati, lucidati e messi in cornice così come sono, come parole senza significato.

Certo, di essere passata (l’arte contemporanea) come un uragano su un campo dove la gramigna aveva distrutto ogni albero fruttifero, io gliene sono riconoscente. Però questo non giustifica il rifiuto a costruire. Ricordo quei tre angeli (nella foto) che assistono Gesù nel Battesimo di santa Corona a Vicenza. Sono lì in piedi su un sasso rivestito di muschio, coperti di tre pezze di stoffa: l’una scarlatta, l’altra gialla, la terza cobalto. Colori messi lì uno accanto all’altro con libertà e arditezza quasi a voler rendere presente accanto a Gesù tutto il mondo sensibile. Ricordo ancora Masaccio costruire il suo primo “crocifisso” piantando la croce su una grande pozza di vermiglio: il mantello della Maddalena adorante. Opere che non si possono dimenticare, non si possono neppure copiare perché diversa è la sintesi figurativa usata per dire quel qualcosa che luccica nell’intimo delle cose: la partecipazione di ogni forma alla divinità di Cristo attraverso la sua umanità. In tal senso potremmo dire che l’arte vera è arte sacra.

Pubblio Dal Soglio

 

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