Una porta chiusa

Nostro figlio ci risponde male, non studia, non rispetta gli orari, dice di andare in un posto invece poi scopriamo che era in un altro, marina la scuola… Vorremmo cercare il dialogo, ma appena iniziamo a parlargli, esce di stanza. Come aiutarlo a cogliere il significato dei suoi atteggiamenti? Se facciamo finta di niente, continua e se lo sgridiamo, otteniamo l’effetto opposto. Sara e Stefano – Caserta C’è spesso un periodo nella vita di famiglia caratterizzato dal dolore di avere davanti una porta chiusa e spesso è proprio quella di un figlio, che evita il dialogo, disobbedisce alle regole e appare impenetrabile. I genitori tentano di comunicare, ma se non riescono sentono aumentare il loro senso di impotenza. Qual è l’alternativa? Come reagire alla propria impotenza e rinnovare in sé stessi il coraggio di essere educatori, nonostante le difficoltà? Mettiamoci nei panni del ragazzo. Quali potrebbero essere i suoi desideri e le sue difficoltà nascoste? Cerchiamo di mostrare un sincero interesse per lui. Forse vorrebbe sperimentare le proprie capacità, sentirsi grande e autonomo, ma una storia di fallimenti scolastici lo spinge fuori dalla scuola, dove non ha trovato la possibilità di credere in sé stesso. Magari tenta di farsi grande agli occhi dei compagni, ma l’unico modo che trova è quello di apparire loro come uno che non teme niente, né di marinare la scuola, né i rimproveri dei genitori… È chiaramente a disagio e sta perdendo la propria unità interiore: non sa chi è, se è amato e capito come vorrebbe, se in lui i genitori ripongono fiducia oppure no. È appunto da qui che si può ripartire perché la casa sia un luogo educativo. Nell’educazione i genitori sono chiamati a non perdere mai di vista il bene primario della reciprocità da costruire col figlio. Il paternalismo (i consigli, l’autorità) non aiuta a capire la diversità del figlio. I ragazzi hanno bisogno di essere protagonisti, cosicché si sviluppi in loro il desiderio di essere solidali e di impegnarsi. Chiedete a vostro figlio di partecipare ai compiti familiari. Può trattarsi di un aiuto pratico che possa esaltare le sue capacità, o di un aiuto morale, tenendo in gran conto il suo parere. Al primo posto deve esserci la qualità della relazione, i contenuti (ciò che diciamo, le raccomandazioni, i richiami) sono secondari, non perché non siano cose buone, ma perché prima di tutto va ricostruita una relazione di fiducia. Andare al di là del binomio autoritarismo-permissivismo è una via che arricchisce la relazione, la rende più flessibile e adatta a seguire la fase dell’adolescenza. Ai ragazzi che rischiano di pensare solo a sé stessi mostriamo la bellezza della solidarietà familiare, che li aiuterà a trovare sé stessi nel modo migliore. spaziofamiglia@cittanuova.it

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