Un Seminario sulla “spiritualità di comunione”

Atti del Seminario che si è tenuto a Castel Gandolfo il 13.10.2008. Una ventina di studiosi, per la maggior parte degli Atenei romani, si lasciano interpellare dalle intuizioni di Chiara per incarnarle nel fare teologia spirituale.
comunione

Una “nuova” teologia spirituale, adatta al nostro tempo, capace di esprimere la novità della “spiritualità di comunione”. La pretesa è grande, come grande è l’attesa e l’impresa. Ci sarà un teologo capace di tanto?

Quando Chiara Lubich pensava alla teologia che sarebbe nata dal suo carisma non aveva in mente un teologo particolare, anche se nel suo Movimento non ne mancano. Sapeva che ogni grande esperienza carismatica aveva suscitato una teologia capace di esprimerla e di rileggere il mistero cristiano con la luce propria del carisma.

Consapevole della grandezza e della novità di cui Dio l’aveva resa strumento, sapeva che anche il suo carisma avrebbe suscitato una grande teologia. Nel 1968, in una conversazione con alcuni religiosi, immaginava una teologia nuova, alta e insieme “popolare”, come una “luce che affascina l’uomo d’oggi”, come “una cosa divina e umana che affascinerà a tal punto le masse, da trascinare con gli aspetti più vari, il mondo”.

Pensando all’esperienza domenicana le veniva spontaneo il riferimento a san Tommaso. Nel proprio caso, amava dire, non ci sarebbe stato un san Tommaso; la dottrina della “spiritualità dell’unità”, in consonanza con la natura stessa del “carisma dell’unità”, sarebbe piuttosto fiorita dall’unità dei teologi e dalla presenza di Gesù, la Verità, in mezzo ad essi.

Non pensava semplicemente a singoli uomini e donne teologi, ma a persone portatrici dell’eredità delle esperienze spirituali e delle scuole teologiche che si sono succedute nella storia della Chiesa. Pensava in modo particolare ai religiosi, come custodi e trasmettitori di tutto un patrimonio di sapienza, capaci di esprimere la ricchezza dottrinale dei loro carismi e insieme capaci di mettersi in un dialogo di comunione.

Definiva questa nuova teologia “mariana” non perché ha come oggetto Maria, ma perché dovrebbe impiegare il “metodo” di Maria. Come Maria non attira l’attenzione a sé, ma mette in luce, addita, valorizza la presenza del Figlio, così una teologia “mariana” sarà possibile soltanto, spiegava sempre in quella conversazione con i religiosi, “se riassume in sé tutto ciò che già c’è stato. A noi occorre riassumere, conoscere, fare un dialogo con tutte le scuole esistenti, e da tutte le scuole sentire il rapporto che esiste fra noi e loro… mettersi a studiare, a confrontarsi, a consultare, a sapere tutte le altre scuole, in modo che da tutte queste altre scuole sentiamo rimbalzare la nostra idea che conterrà le altre, ma che sarà una cosa totalmente nuova. Non è che noi dobbiamo studiare le altre come per farci una sintesi, no!… Studiando le altre, a contatto con le altre, ci rimbalzerà fuori la nostra, che sarà poi una fioritura, nel campo intellettuale, di Gesù abbandonato e di Gesù in mezzo”.

Il cammino che si spalanca davanti è immane e non sarà percorso in pochi anni. Ma i prodromi già ci sono e, nell’ambito del Movimento dei Focolari, hanno il nome di Centro studi “Scuola Abbà”, Rivista “Nuova Umanità”, Istituto Universitario “Sophia”…

In questo ampio fronte culturale trova posto anche un piccolo gruppo di cultori della teologia spirituale che fanno oggetto del loro lavoro e del loro studio proprio la spiritualità dell’unità. Una iniziativa di questo gruppo è stato il “seminario” tenutosi al Centro Mariapoli di Castel Gandolfo il 13 ottobre 2008, dal titolo: “Guardare tutti i fiori”, in riferimento ad uno scritto di Chiara.

Vi hanno partecipato una ventina di studiosi, per la maggior parte professori di Atenei romani. L’intento era quello dilasciarsi interpellare dalle intuizioni di Chiara e incarnarle nel fare teologia spirituale. Il “metodo”, quello “mariano”, nel senso esposto da Chiara: comunione, condivisione, arricchimento reciproco, sicuri che per questa via crescerà la vita accademica e la riflessione teologica. In queste pagine della Rivista il frutto di questo primo incontro, a cui seguiranno altri.

Nella conversazione precedentemente citata di Chiara con i religiosi, ella invocava “una nuova pentecoste dello Spirito Santo che venga giù” a portare nuove capacità di linguaggio e insieme di “conoscenza degli altri carismi che ci sono stati nella Chiesa, e che devono rifiorire nell’Opera. Non per niente – aggiungeva pensando all’apporto che i carismi sono chiamati a dare alla elaborazione di una nuova teologia – ci sono i religiosi nell’Opera di Maria”.

In questo convergere di tutte le spiritualità attorno alla spiritualità dell’unità non vedeva soltanto l’apporto che ognuna di esse potrebbe dare a questa, ma anche, nella reciprocità del dono, quando queste, a loro volta, beneficeranno dalla comunione, al punto che l’unità tra tutti “porterà tale ricchezza in ognuno dei religiosi, che sotto il saio francescano gli uomini riconosceranno Gesù, riconosceranno Maria; sotto i Domenicani, riconosceranno Gesù, riconosceranno Maria…”. La teologia torna ad essere vita e la vita sa farsi teologia.

 

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