Tanto tuonò che piovve, si potrebbe dire: perché alla fine il primo ministro spagnolo, Pedro Sánchez, ha rassegnato le sue dimissioni il 5 ottobre, annunciando elezioni anticipate per il 29 novembre. È il punto di arrivo di una crisi nell’aria da mesi, ma esplosa con i cosiddetti “decreti Maricarmen”, dal nome dell’anziana madrilena sfrattata dal suo appartamento in barella dai servizi sanitari, dopo diversi tentativi falliti di mediazione tra lei e i proprietari a fronte dell’impossibilità di pagare l’affitto.
Il fatto aveva suscitato indignazione tale da provocare manifestazioni di piazza; cresciute notevolmente, ed estese anche ad altre città della Spagna, dopo che il Parlamento ha rigettato i due decreti reali (sostanzialmente l’equivalente dei nostri decreti legislativi) sull’emergenza abitativa, che miravano ad introdurre forti tutele (troppo forti e a ingiusto discapito dei proprietari, secondo le opposizioni) per gli inquilini.
Cruciale è stato il mancato appoggio dei catalani di Puidgemont, che tuttora si trova in Belgio in attesa dell’amnistia per il reato di malversazione (risalente ai tempi del referendum separatista in Catalogna): inutile precisare che più di qualcuno vi ha ravvisato, più che un reale disaccordo sui contenuti dei decreti casa, divergenze sulla questione del futuro rientro in patria e sulla scena politica del leader catalano.
Dopo un febbrile weekend di manifestazioni di piazza, in cui la possibilità di elezioni anticipate si faceva sempre più concreta − sulla spinta peraltro di diversi esponenti del partito socialista, quello appunto di Sánchez, che le vedono come ultima, unica e “disperata” occasione di capitalizzare il consenso dell’opinione pubblica a fronte dei numeri in calo nei sondaggi −, il primo ministro ha parlato alla nazione nella prima mattinata del 5 ottobre.
In un discorso particolarmente duro (consigliamo di leggerlo qui, così da coglierne appieno tutte le sfumature, o di ascoltare qui il discorso), Sánchez ha quindi annunciato le sue dimissioni e le elezioni generali per il 29 novembre. Il primo ministro uscente ne ha avute un po’ per tutti: per l’opposizione, definita «la peggiore di sempre», incapace di costruire, e interessata solo a favorire i soliti noti; per i “tecnoligarchi” e gli speculatori, in particolare immobiliari; per le ultradestre che provocano una “involuzione” là dove governano.
Ha rivendicato i risultati ottenuti: l’economia che più cresce e più crea impiego nell’Ue, il potere d’acquisto aumentato il triplo che in Francia e in Germania, la diminuzione dell’indice di disuguaglianza, l’aumento dei congedi di paternità e maternità e delle misure di sostegno sociale.
Non sono mancate pesanti stoccate sul fronte internazionale: dalla «denuncia dei genocidi quando altri tacevano» − riferimento diretto a Gaza −, al «raddoppio del nostro aiuto alla cooperazione internazionale, mentre altri lo tagliavano o lo sacrificavano sull’altare del 5% del Pil alla spesa militare» − allusione diretta a Trump, ai tagli a Usaid, e alle pretese di aumento della spesa militare in ambito Nato.
Un discorso concluso con l’ammissione che però rimane ancora molto da fare, errori commessi a cui rimediare, e il conseguente appello ad appoggiare il governo uscente con una maggioranza parlamentare sufficientemente forte da portare avanti le riforme prefigurate, in particolare per ridurre le disuguaglianze, uno dei temi che tornano più spesso nel discorso.
I giornali spagnoli hanno naturalmente dato ampio spazio all’accaduto; e, per quanto i sondaggi attualmente vedano la destra del Partito Popolare in vantaggio sui Socialisti (sondaggi che vanno comunque presi con le pinze, dato che manca ancora oltre un mese e mezzo alle consultazioni e Sánchez è noto per la sua abilità nello sfidare i pronostici), l’immagine che se ne riceve, ancor prima di quella di un Paese pronto a cambiare maggioranza, è piuttosto quella di un Paese in subbuglio.
Il principale quotidiano madrileno, El Paìs, dipinge un leader della destra, Feijò, «convinto che questa volta arriverà alla Moncloa» (il palazzo del governo, ndr); e nel contempo sottolinea come l’esecutivo stia lavorando a misure simili a quelle non approvate nel “decreto Maricarmen”, pur rimanendo in carica soltanto per gli affari correnti, in quanto, secondo la legge spagnola, in caso di scioglimento delle Camere i provvedimenti d’urgenza vengono approvati dalla Diputación Permanente, dove il governo avrebbe i numeri. Vengono poi descritte anche le febbrili trattative già in corso a sinistra, in particolare con il partito Podemos; mentre queste elezioni vengono definite «l’ultimo proiettile di Pedro Sánchez», e un editoriale di Ignacio Peyrò ricorda che «le elezioni anticipate, come i gin-tonic, le porta il diavolo: lo sanno bene Emmanuel Macron e Rishi Sunak» [il presidente francese e l’ex premier inglese, che indissero elezioni anticipate nella speranza mal riposta di capitalizzare il consenso, ndr].
El Mundo sottolinea che «Sánchez indice elezioni con il Partito Popolare e Vox [destra estrema, ndr] ai massimi con più di 200 seggi secondo i sondaggi e la sinistra ai minimi»; e dedica diversi articoli ai guai giudiziari del Partito Socialista e dello stesso primo ministro, dando voce alle accuse di voler distrarre l’opinione pubblica. Questione citata anche da Abc, insieme a quella di Ceuta: una città che, si dice, non può essere dimenticata, ed esige ancor prima delle elezioni una risposta alla pressione migratoria tuttora forte. Il quotidiano catalano La Vanguardia pubblica invece un editoriale del direttore Jordi Juan, in cui si afferma che le elezioni vengono «trasformate in un plebiscito», in quanto «Sánchez ha intuito che quello della casa è l’unico tema su cui la sinistra può superare la destra». Un giocarsi tutto per tutto, insomma, nonostante le reiterate assicurazioni del passato sul fatto che non ci sarebbero state elezioni anticipate.
