Testimonianza di comunione nella vita dell’USMI

La Presidente della Unione Superiore Maggiori d’Italia (USMI) ha portato nella tavola rotonda la sua testimonianza di servizio alla comunione e alla collaborazione fra gli innumerevoli istituti femminili (circa 600, suddivisi in circa 10000 comunità). Per esprimere il volto bello della Chiesa
Viviana Ballarin
Nel 1950, quando cominciavano ad imporsi le prime sollecitazioni per un rinnovamento degli istituti religiosi femminili, fu organizzato, per incoraggiamento di Pio XII, il Primo Congresso Generalesugli Stati di perfezione. Fu questo pontefice, infatti, che, con il profetismo a lui congeniale, emanò la Costituzione apostolica Sponsa Christi, un documento importante per la riflessione e il cammino delle congregazioni religiose femminili tutte. In questo contesto di rinnovamento è nata nel 1950, l’attuale Unione delle Superiore Maggiori d’Italia (USMI).

Gli anni che decorrono dal 1950 al 1964 furono fondamentali per l’organismo appena nato. Nel 1963 nasce ufficialmente l’USMI con propri statuti[1]e nel 1964, all’Unione fu riconosciuta anche la Personalità Giuridica Civile.

 

Un punto di riferimento

Oggi, l’USMI, cos’è, cosa fa? Qual è la sua missione?

Dall’attuale Statuto si legge: “L’Unione esprime e sviluppa la comunione che unisce gli Istituti religiosi femminili operanti in Italia, tra loro e con le diverse componenti della realtà ecclesiale, in vista di una risposta più piena alla vocazione e alla missione di ciascuno” (art. 1).

 

Perciò intende porsi come sereno e fraterno punto di riferimento per le oltre 600 congregazioni femminili presenti in Italia, che, a loro volta, sono suddivise in oltre 10000 comunità; e diventa un camminare insieme nella complementarità, nella condivisione di scienza e di esperienza, nella collaborazione costruttiva, nella condivisione di problematiche e nella proposta di soluzioni. L’USMI vuole esprimere soprattutto il volto bello della Chiesa: essere Chiesa-comunione, Chiesa Sposa e Madre che comprende e non esclude, che accoglie e non emargina, Chiesa che fa di tutti gli uomini la grande famiglia di Dio.

 

L’USMI si pone al servizio della comunione tra i carismi, perché questa è la sua natura e la sua missione e in questo servizio è infaticabile nell’essere attenta ai segni anche i più piccoli perché si realizzi ogni giorno nella vita religiosa femminile italiana la preghiera di Gesù: “Padre… siano una sola cosa come noi siamo una sola cosa” (Gv 17, 21-22).

 

L’Unione si fa costantemente ponte e strumento di comunione nello spirito della Lumen Gentium, di Mutuae Relationes e coltiva costanti collegamenti in modo particolare con: la Conferenza dei Superiori Maggiori (CISM), la Conferenza Episcopale Italiana (CEI), la Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica (CIVCSVA), le Commissioni miste Vescovi-Religiosi (CMVR), le Conferenze Europee dei Religiosi (UCESM), l’Unione Internazionale Superiore Generali (UISG.), la Caritas Nazionale e Diocesana, il Segretariato delle Claustrali, gli Organismi civili d’indole socio-assistenziale.

In ognuna di queste realtà ecclesiali è rappresentata da un suo membro. Naturalmente animatrice di tali collegamenti è la Presidente Nazionale dell’Unione con la fattiva collaborazione del suo Consiglio.

 

Espressioni concrete, a livello decisionale-operativo, sono: l’Assemblea Nazionale, costituita dalle superiore maggiori con il compito di offrire l’ispirazione e gli orientamenti di cammino e di animazione; il Consiglio Nazionale, composto dai membri del Consiglio di Presidenza, dalle Presidenti delle USMI Regionali e dalle Responsabili degli Uffici Nazionali con il compito di animare e di eseguire gli orientamenti a livello di vita religiosa regionale e diocesana; il Consiglio di Presidenza, organo permanente, composto dalla Presidente, dalla Vice-Presidente, dalla Segretaria, dall’Economa e da tre Consigliere, con il compito di accompagnare, coordinare le attività degli Uffici e le finalità dell’Unione.

 

In sintesi l’USMI si mette costantemente a servizio della vita religiosa apostolica femminile nel suo essere dono alla Chiesa, nella Chiesa, per la Chiesa e nel suo operare, con attenzione particolare all’evolversi del tempo, della società e pertanto delle variegate situazioni che possono richiedere riflessione, studio, approfondimento, nonché coraggio e competenza; e così camminare insieme guidate dallo Spirito, nella Chiesa, sempre in piena fedeltà e rispetto del carisma originario di ogni congregazione.

Oggi, a quasi 50 anni di vita, è facile per tutte le sorelle che partecipano alla vita dell’USMI, sentirsi e viversi come parte di una grande famiglia che affonda le radici della sua identità nel battesimo. Famiglia, dunque, al cuore della famiglia più grande che è la Chiesa, con una missione profetica che è quella di dire al mondo, vivendo e testimoniando la comunione tra di noi, che Dio è Padre di tutti e che la fraternità universale è possibile.

 

Oggi l’USMI ha un volto variopinto, non solo per la molteplice diversità di carismi, ma anche perché è divenuta al suo interno come un giardino complesso ma stupendo, reso tale dalla diversità di razze, popoli, culture. Pertanto in un mondo che si fa sempre più globalizzato, selezionatore ed escludente, l’USMI sta percependo che ha una grande missione da compiere: fare di Cristo il cuore del mondo.

Sono moltissime le testimonianze di cammini e di esperienze di comunione. Ne condivido una sola nella quale anche la mia Famiglia religiosa è coinvolta.

 

“A Kabul ho udito il silenzio gridare”

Quando nel 2001 ricevetti la lettera con l’invito di partecipare ad un incontro USMI-CISM nel quale si sarebbe proposto un progetto di comunità internazionale per una presenza a Kabul, senza esitazioni la cestinai.

Poco tempo dopo, proprio nella sede dell’USMI, incontrai una sorella che mi rifece di nuovo l’invito e, questa volta, partecipai. Quell’incontro si è rivelato un appuntamento importante, una chiamata a non aver paura, ad andare oltre e avere il coraggio di accogliere un cammino di missione nella comunione e condivisione con altri carismi, il coraggio di andare al di là delle piccole vedute personali per lasciarmi guidare dalle vedute molte più ampie di Chi ha amato il mondo fino a dare la vita.

 

E così oggi nel cuore dell’Afganistan, a Kabul, terra tormentata da una guerra interminabile e dove si sperimenta un’insicurezza palpabile, c’è un tabernacolo, cuore di un Dio amore che batte attraverso la sua presenza reale nel sacramento e attraverso il segno vivente di una comunità di sorelle di tre diverse congregazioni.

In una essenzialità che fa venire freddo, vivono la comunione dei carismi, realizzando il “cuor solo e l’anima sola” nell’amore scambievole a causa di Gesù che diviene testimonianza silenziosa e potente forza di azione, di presenza amorosa e costante accanto ai più piccoli e ai più deboli, in un paese che, dopo aver prodotto ferite incancellabili nelle vite di tanti bambini, si vergogna di loro, bimbi rimasti vittime degli orrori della guerra e che ne portano i segni visibili nella loro disabilità fisica e mentale.

 

Il grido di Giovanni Paolo II, attraverso un cammino che lo Spirito Santo ha fatto nel cuore di un gruppo di istituti religiosi maschili e femminili italiani, ha raggiunto coloro che sono i prediletti del Padre, attraverso questo piccolo e fragile grappolo di vita religiosa. La sua forza è il totale abbandono nelle mani di Dio e l’amore reciproco che spinge le tre religiose a vivere in una terra dove ufficialmente non ci sarebbe posto per chi è cristiano.

Ho visitato la piccola comunità nell’agosto del 2007. Là ho visto la vita religiosa del futuro e là ho compreso la parola: “profezia”.

 

Le nostre sorelle non hanno niente, neanche la libertà di spostarsi da sole da un posto all’altro, ma custodiscono un tabernacolo in una stanza che testimonia come Gesù sia il centro della loro vita, l’unico motivo del loro andare e del loro stare, Colui che le fa uno e le rende felici.

A Kabul ho visto la Chiesa delle origini: “Tutti i credenti stavano insieme… ed erano un cuor solo ed un’anima sola”. Non ci sono chiese in Afganistan ma la Chiesa vive! È un germoglio piccolissimo, ma già robusto.

 

Da più di 50 anni è presente in Kabul una piccola comunità di Piccole Sorelle di Charles de Focauld e la nostra gioia è stata immensa nello scoprire che la Chiesa già era a Kabul prima di noi e ci aspettava insieme al sacerdote che viveva in ambasciata e quindi territorio neutro.

Dopo un anno dal nostro arrivo, anche le suore di Madre Teresa entrarono in Kabul e finalmente un gruppo di religiosi gesuiti provenienti dall’India. Una straordinaria amicizia e solidarietà si va formando e consolidando!

 

La fraternità di questa Chiesa dalle origini ha anche il colore ecumenico, poiché una piccola comunità di religiosi anglicani vivono una stupenda comunione con i fratelli e sorelle cattolici. Forte è il dialogo interreligioso, non tanto teologico ma pratico e vissuto nella quotidianità, perché ormai la nostra istituzione è entrata in relazioni con varie realtà musulmane e lo scambio e l’arricchimento reciproco soprattutto in campo educativo è notevole.

Tutto sa di miracolo e penso spesso: è bastato un piccolo sì ad una proposta di comunione per la missione lanciata da CISM e USMI per seminare la speranza su orizzonti davvero impensabili se fossimo rimasti da soli o isolati.

 




[1] Decreto della Sacra Congregazione per i Religiosi e gli Istituti Secolari (N. AG 2347/63 del luglio 1963).

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