Sentirsi a casa malgrado tutto

Angoscia e paura erano all’ordine del giorno. Poi quella serata da gente sconosciuta e ospitale.
Illustrazione di Valerio Spinelli
La primavera esplodeva con le sue prorompenti manifestazioni di profumi e di colori. Anche la luce contribuiva non poco allo scenario di festa perché le giornate si erano allungate e il sole faceva da degna cornice a quanto si vedeva e sentiva. Tutto predisponeva al buon umore e a una felice attesa di un’estate promettente.

Invece non era così. Ad Ancona, in quel tempo flagellata da ripetute scosse di terremoto, si respirava il senso della tragedia, della solitudine, dell’angoscia. Soprattutto la morsa che bloccava mente e cuore era la paura. La città era praticamente deserta per l’intera giornata. Coloro che per lavoro erano costretti a trascorrervi alcune ore, fuggivano appena possibile per andare lontano.

Io ero appena arrivato dalla Liguria quale nuovo direttore in un’importante azienda di energetica. Non avevo casa né famiglia.

 

Trascorrevo l’intera giornata al lavoro. L’angoscia più acuta mi prendeva a sera quando, finito il lavoro, mi sentivo solo, spaesato in una città fantasma che non era mia. Anch’io avrei voluto fuggire, ma non sapevo dove andare. Allora mi prendeva la nostalgia e il pensiero correva a Mimma, mia moglie, e alla bella tranquillità di cui godevamo a La Spezia. Lei fortunatamente era ancora trattenuta là perché, insegnando alla scuola media, doveva terminare l’anno scolastico.

Gli amici del focolare, conosciuti da poco, erano il balsamo e la pace per me. Loro pure erano disorientati e impauriti. Un rumore infido e sinistro precedeva le scosse che si susseguivano senza sosta ormai da mesi. A sera diventava difficile pensare alla cena e soprattutto era quasi impossibile dormire perché al più breve sussulto si scattava come molle.

 

Un giorno accadde un fatto nuovo. I focolarini affamati, stanchi e stremati, con una 127 Fiat di cui disponevano, decisero una sera di lasciare la città, di allontanarsi dal terremoto. Io ero con loro. Lungo il percorso mi informarono che ci voleva oltre un’ora per arrivare a destinazione. Mamma mia, quanto tempo!

Ogni tanto, furtivamente, guardavo l’orologio, scandendo il tempo, contando i minuti. Eravamo diretti a Macerata. Non conoscevo quella città né avevo voglia di capire bene il percorso perché mi si chiudevano gli occhi per la fame e la stanchezza. Ormai era buio.

Ma ecco che arriviamo. Si apre il portone di una casa e mi sembra di sognare. All’istante dimentico tutto. Il terremoto, i disagi, le tristezze non esistono più. C’è festa intorno a noi. C’è festa anche per me che vado lì per la prima volta e non conosco nessuno.

 

È la casa di Raul e di Antonietta che ci accolgono in un modo che mi commuove. Sono immerso in un clima riposante che da tempo non conoscevo. Mi sento a casa. Le luci sono tutte accese e ci accompagnano durante tutta la cena, preparata con cura e abbondante. A tavola davanti a me c’è Raul: il suo volto sorridente dallo sguardo  luminoso “dice” una sola cosa: ti vogliamo bene. Non chiede tante cose, non vuol sapere tanti particolari, per non stancarci. È felice della nostra presenza lì, a casa sua. I letti sono già pronti per tutti noi. Appena disteso mi addormento, cosa insolita per me soprattutto in quel periodo. Nel cuore della notte mi riscuoto per qualche secondo, ma nel dormiveglia mi viene da dirmi: non preoccuparti, dormi tranquillo, qui tutto è pace, accoglienza.

 

Oggi Raul non c’è più. Sono trascorsi molti anni da quella volta. Il terremoto è soltanto un ricordo lontano. Tutto è stato ricostruito. Eppure quanto accadde quella sera in una casa ospitale ha lasciato un solco profondo in me. Al solo ricordo mi commuovo, e qualcosa mi suggerisce di fare anch’io come lui e Antonietta.

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