Se il Louvre diventa un marchio

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Il progetto di aprire una succursale del museo del Louvre negli Emirati Arabi fa da tempo discutere in Francia. Una scelta controversa che presto potrebbe interpellare anche altri Paesi europei che dispongono di ingenti patrimoni artistici. Entro il 2013, infatti, a pochi chilometri da Abu Dhabi sull’isola di Saadiyat, sorgerà il più grande distretto della cultura al mondo: un cocktail di cultura e lusso senza precedenti, con spiagge di palme, più di trenta alberghi, musei, campi da golf, porti turistici, piste da sci artificiali.

La Francia si è impegnata a cedere il nome e il marchio “Louvre”, oltre che a concedere in prestito e a lungo termine centinaia di opere della propria collezione e a offrire la consulenza scientifica dello staff del museo per mostre temporanee nei prossimi trent’anni. Inutile dire che il corrispettivo economico previsto sarà più che adeguato all’inestimabile valore simbolico dell’impresa.

 

La vicenda di Abu Dhabi ben si presta a porre alcuni interrogativi più generali. L’arte e la cultura sono quei tipici beni comuni che accrescono il loro valore solo se condivisi tra il maggior numero di persone; la circolazione di oggetti prodotti dall’uomo è stata fin dalle prime civiltà una delle più efficaci modalità di integrazione tra i popoli e di crescita delle culture. Dunque, anche in questo caso dobbiamo augurarci che, oltre che rimpinguare le casse dei ministeri dei beni culturali, la promozione dell’arte occidentale nei Paesi arabi favorisca il dialogo e la reciproca conoscenza.

Tuttavia, la scelta francese mette in evidenza anche pericolosi rischi di una deriva mercantile nella gestione del patrimonio artistico pubblico. Se è vero che oggi sempre più aziende occidentali investono nei Paesi orientali e mediorientali, non si può dimenticare che le opere d’arte non sono prodotti come gli altri; anzi, quello che le rende tali è proprio l’impossibilità di essere riprodotte, quindi di divenire definitivamente merci.

 

Siamo indotti a chiederci cosa siano le opere d’arte e chi ne sia il custode. Esse nascono dentro una comunità che ha saputo coltivare valori e significati, che si è rispecchiata nelle opere dei suoi artisti per trarne sempre nuova ispirazione. Sono legate al culto, alla sacralità di un luogo, di un paesaggio, di una lingua. Che cosa resta di quelle opere quando le allontaniamo dai luoghi e dalle comunità che le hanno generate? Cèzanne, Delacroix, Rembrandt tra le palme e i petrodollari di Abu Dhabi sapranno ancora comunicare quel loro anelito ad uscire dalle convenzioni, a cercare il bello insieme al vero?

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