La presidenza Reagan sopraggiunge a valle di una pessima figura degli Stati Uniti nella “crisi degli ostaggi” in Iran. I fatti risalgono al novembre 1979, nel cambio di regime fra lo shah Mohammad Reza Pahlavi e l’ayatollah Ruhollah Khomeini.
Un gruppo di studenti, sostenuti dai rivoluzionari, aveva assaltato l’ambasciata degli Stati Uniti a Teheran, prendendo in ostaggio 52 diplomatici e cittadini americani. Ci vollero oltre 400 giorni e un tentativo fallito per liberarli.
In quel clima, l’America umiliata di Carter, intravvide in Ronald Reagan, attore di Hollywood, grande comunicatore, una speranza per ripristinare l’orgoglio americano.
La campagna presidenziale di Reagan del 1980 riprese i temi già posti da Robert Kennedy 15 anni prima, ovvero un impegno a “porre di nuovo l’accento sulle comunità vitali come la famiglia, il quartiere e il luogo di lavoro”, incoraggiando la rinascita delle attività economiche.
La base elettorale di Reagan, per la quale realizzò le sue politiche, poggiava sui due grandi filoni del conservatorismo americano: quello libertario da un lato, il comunitario dall’altro. Il conservatorismo libertario si fonda sulle idee del senatore Barry Goldwater e dell’economista Milton Friedman. Il concetto basilare è che le persone debbano messe nella condizione di poter fare ciò che più desiderano, senza danneggiare gli altri. Per realizzare questa condizione, va ampliato lo spazio del mercato e ridotto drasticamente il ruolo dello Stato.
Questa impostazione ha plasmato le politiche economiche di Reagan, la così detta “Reaganomics”: una ricetta fatta di riduzione delle tasse, deregolamentare dei mercati – in primis banche, energia, telecomunicazioni e trasporti –, apertura commerciale e promozione del capitalismo globale.
Diversamente dall’individualismo del conservatorismo libertario, il conservatorismo comunitario considera fondamentale che i problemi siano affrontati prima da famiglie e comunità locali, successivamente da associazioni e istituzioni civili, e solo alla fine dallo Stato centrale. Lo Stato quindi non è abolito, ma interviene solo quando la società civile non può farcela da sola. È un rilancio a cerchi concentrici del vecchio principio di sussidiarietà annunciato dalla dottrina sociale cattolica.
Accanto a questo, il conservatorismo comunitario propone un programma formativo che ridia forza alla moralità dei cittadini. Una filosofia politica che ha trovato espressione nella “Moral majority”, i cui obiettivi erano la difesa dei valori morali cristiani tradizionali, la centralità della famiglia e della religione, l’opposizione all’aborto, alla pornografia e all’educazione sessuale laica, nella generale resistenza alla secolarizzazione della società.
La presidenza Reagan rappresentò una sintesi tra conservatorismo morale e libertà economica, realizzando l’idea di un governo minimo in economia con un governo forte sui temi della difesa, della sicurezza e dei valori tradizionali, così che la libertà individuale viene mitigata dalla responsabilità personale. In buona sostanza, nel programma di Reagan dal conservatorismo comunitario arrivò l’etica e la visione della libertà come missione morale, mentre Friedman e i libertari fornirono il modello tecnico per realizzarla tramite il libero mercato.
Il filone comunitario del conservatorismo esprimeva anche la preoccupazione di lunga data, nel campo repubblicano, sulle concentrazioni di potere sia del governo (big government) sia delle imprese (big business). Reagan si concentrò esclusivamente sul governo, lasciando mano libera al capitalismo senza freni che ancora domina.
Il risultato è stato doppiamente beffardo per i cittadini americani: i quasi 900 miliardi di ricchezza prodotta fra il 1979 e il 1992 sono finiti quasi esclusivamente nelle tasche del 20% più ricco della popolazione e poco o nulla è stato fatto per rigenerare la moralità di famiglie e comunità.
D’altronde la combinazione dei due conservatorismi, per quanto Reagan con la sua abilità oratoria e di mediazione sia riuscito elettoralmente a tenere insieme i due approcci, ha in sé una contraddizione interna: il valore assoluto della libertà individuale e dell’avidità – totem dei libertari – difficilmente possono sintonizzarsi con un senso comunitario.
Gli entusiasmi iniziali dell’era Reagan si sarebbero presto trasformati in frustrazione e risentimento, sentimenti che da allora sono la cifra permanente dell’opinione pubblica americana, brodo di coltura dell’ondata populista che tuttora permane.